mercoledì 25 dicembre 2013

COMMEMORAZIONE DELLA TRAGEDIA COSACCA DELLA DRAVA 1° GIUGNO 2013

24 dicembre 2013 alle ore 11.49

CARI AMIICI E SIMPATIZZANTI

Pubblico una foto relativa a un particolare momento che mi riguarda, mentre parlo ai convenuti,  inerente alla cerimonia di commemorazione della tragedia cosacca della Drava in data 1° giugnio 2013. Si nota alla mia destra l'eminente arcivescovo russo ortodosso di Ginevra, Michael Donskoff,  ed al mio fianco il protodiacono Georg Kobro. La foto mi è stata inviata gentilmente dalla cara signora austriaca Erika Pätzold, che apprezzo e ringrazio con grande affetto, essendomi nota da lunghi anni la sua diligente attività  di segretaria dell’Associazion cosacca di Lienz e  responsabile della cura del cimitero dove riposano, in fosse comuni, le centinaia di  vittime cosacche causate negli accampamenti dalla forzata e brutale consegna ai sovietici daparte britannica nel lontano 1945.














giovedì 12 dicembre 2013

Pier Arrigo Carnier presente al Presidio del Movimento dei Forconi a Orcenigo Inferiore di Zoppola, PN. (5 foto)
esponente del Movimento Forconi, Pier Arrigo Carnier ed una simpatizzante.


Foto
Un momento del blocco stradale ad Orcenigo Inferiore di Zoppola - PN.


Foto
 Pier Arrigo mentre parla ai manifestanti al centro, e Azzaro Salvatore.


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  • Pier Arrigo Carnier
  • Alessandro Carnier Ero li con mio padre e condivido pienamente la protesta del movimento.
  • Pier Arrigo Carnier Ho preso parte ieri, 11 dicembre, nella mia veste di giornalista e storico assieme e a mio figlio Alessandro e qualche giorno prima assieme agli altri tre dei miei cinque figli ,Floriana, Antonella e Pier Nicola in quanto interessati, alla manifestazione di protesta permanente del Movimento Forconi della Sicilia, collegato a titolari di attività commerciali, imprenditoriali, agricole e prestatori d’opera del pordenonese nel punto nevralgico stradale di Orcenigo.
    Vi sono motivi di estrema gravità, per non restare inerti alla finestra, che coinvolgono tutti, nessuno escluso e che si possono riassumere nell’inerzia del governo nel non aver preso immediati provvedimenti di riduzione delle tasse motivazione primaria delle multinazionali ( anche se a carico delle stesse vi sarebbe da dire) per chiudere gli stabilimenti e riaprire la loro attività possibilmente all’Est. Il costo del lavoro è gravato da tasse insostenibili (quasi il 70 per cento contro il 24,50 per cento , a titolo di confronto, dell’Austria). Ma ben altre sono le cause dello squilibrio economico quali l’enorme ammontare delle spese di governo che non sto qui ad elencare fra cui, oltre al vergognoso capitolo delle auto blu, il costo dei compensi ai manager statali, remunerati con la cifra capogiro in base a dati pubblicati, pari al controvalore in euro di ben 632 mila dollari l’anno, mentre il compenso medio di un prestatore d’opera, uno dei più bassi d’Europa, si aggira su 15/16 mila euro annuali. Dal punto di vista delle remunerazioni operaie l’Italia è il paese più squilibrato d’Europa, questo perché i responsabili di governo ormai da decenni, non se ne sono minimamente preoccupati. Anzi, a proposito delle norme cautelative concernenti il lavoro va ricordato che Berlusconi, (ora espulso da competenze di governo) assieme a Maroni aveva a lungo insistito per liquidare l'articolo 18 dello Statuto del lavoro, onde togliere ai lavoratori il solo sacrosanto diritto cautelare e di difesa esistente, creato legittimamente con dure battaglie nel dopo seconda guerra, di cui sono stato io stesso testimone, per impaludare il più possibile i prestatori d’opera nel precariato riducendoli a una massa oscura ed anonima gestibile a piacimento dal capitale, in contraddizione con la linea di principio della destra storica, ignorando letteralmente il concetto varato dai provvedimenti di legge della Repubblica Sociale nei 18 punti di Verona : “ Il lavoro non è più al servizio del capitale ma il capitale è al servizio del lavoro”. L’ultima mazzata mortale ai diritti del lavoro è stata inferta dalla Fornero nel breve periodo del Governo Monti !.
    Abbiamo poi, tanto per citare altra vicenda indegna di uno Stato, il caso delle pensioni d’oro, che gravano sul fondo INPS, in merito alle quali il Corriere della Sera del 9 agosto di quest’anno ha pubblicato uno stralcio con nomi e cognomi: Mauro Santinelli, ex manager Telecom 91.000 euro mensili, Vito Gamberale, sempre della Telecom, 75 milioni di lire al mese (dal 1999), Antonio Malaschini, ex segretario generale del Senato, 519.000 euro annuali. Ed inoltre il politico Amato 30.000 euro al mese. A fronte di tali inconcepibili privilegi, sta la situazione tragica di un gran umero di pensionati che devono vivere con 500 euro mensili. I nostri cari presidenti di Consiglio mai si sono occupati di tali paurosi squilibri.

    In quanto allo stato di  grave crisi generale  riferito in particolare  alla situazione pordenonese e all’intento insistente di chiusura di grosse industrie storiche con  minaccia di analoghe iniziative per  attività minori,  con la conseguenza che migliaia di lavoratoiri rimarrebbero senza lavoro  e senza introiti finanziari, qualora questo sciaguratamente accadesse vi sarebbe l’inevitabile crollo dell’economia.  ambientale. Putroppo,  riguardo la città di Pordenone,  molti stabili relativi ad attività commerciali e negozi risultano ormai con  le saracinesche abbasssate per cessata attività,  motivata dalla comune causale delle pesanti tassazioni e dal crollo del  giro d’affari. Nella città  si respira infatti  un’ aria di mestizia, irriconoscibile rispetto ai momenti rigogliosi e gloriosi del passato in cui, grazie a personaggi di grande talento industriale, uno dei quali Lino Zanussi e vorrei anche ricordare gli industriali Lacchin, Galvani e Tallon dei tempi precedenti, conobbe un clima di autentico benessere che portò alla graduale crescita della città  e, con la costituzione dell'omonima provincia, all'elezione della stessa a capoluogo.
    Desidero inoltre rilevare, riguardo il Governo, il fatto che vi sono dei politici con dei procedimenti giudiziari a carico, che avrebbero dovuto, per un senso di dignità ed etica, quantomeno dimettersi, ma che siedono invece  tranquillamente in parlamento o al senato, le cui procedure vengono stiracchiate chissà mediante quali presumibili intrighi per farle slittare verso la prescrizione, mentre un normale cittadino ( vedi caso Corona, non che mi fosse simpatico) sarebbe già in galera. Credo comunque che vi sarà una resa dei conti, la storia lo insegna e per taluni loschi parassiti politici, facce di bronzo, responsabili e complici di aver trascinato l’Italia, nazione dai grandi valori nella scienza, nell’arte, nella tecnica e morali, nel baratro, sarà meglio per loro tagliare in tempo la corda lasciando l’Italia per riparare, come dovette fare Craxi, in un paese straniero che non consenta estradizione….

    12 dicembre 2013

    PIER ARRIGO CARNIER

venerdì 1 novembre 2013

I MOVIMENTI INSURREZIONALI UCRAINI



I MOVIMENTI INSURREZIONALI UCRAINI

2 novembre 2013 alle ore 12.30
AGLI  AMICI  UCRAINI INTERESSATI  ALLE MIE RIEVOCAZIONI STORICHE  SULLA SECONDA GUERRA


I MOVIMENTI  INSURREZIONALI UCRAINI . UNA STORIA DI  CUI QUASI NULLA  SI CONOSCE IN  ITALIA

Rilevo che il grafico,  relativo a questa mia pagina pubblica, segnala dell’interesse da parte di lettori  ucraini alle argomentazioni di carattere storico da me trattate, il che mi fa piacere per cui appena possibile ritengo di publicare quanto di mia conoscenza sui movimenti insurrezionali ucraini contro i sovietici nel corso della seconda guerra e nel dopo, finalizzati alla secessione dall'URSS e cioè all'indipendenza, che furono oggetto di una mia vasta e affascinante indagine,  già in parte resa pubblicata su quotidiani coi quali  tenevo a suo tempo rapporti. La resistenza delle forze insurrezionali, tra cui va ricordata la Ucrajinska Postanska Armjia si protrasse comunque nel dopoguerra, dopo la ritirata tedesca, fino al 1959 e in questa  fase furono ibritannici ad appoggiare la lotta con l’invio di uomini e mezzi, mediante aerei che partivano da Cipro. Trattasi di una vasta vicenda che per gli insorti, nel precisato periodo del dopoguerra, si svolse fra insidie mortali perché i lanci dagli aerei, stante un sistema di intercettazione, da un certo punto finirono per cadere sistematicamente in mano sovietica. Anche i sovietici subirono comunque pesanti perdite come Krusciow ebbe ad affermarlo in una sua relazione. Mi riservo, inoltre,  di rievocare le vicende  dell’Armata nazionale ucraina (U.N.A.) organizzata dai tedeschi,  nel periodo della loro occupazione dell'Ucraina, ed affidata al comando dal colonnello generale Pawlo Schandruck. A fine guerra, in ritirata verso occidente, l'Armata nazionale ucraina, raggiunta l'Austria,  alla periferia di Klagenfurt si arrese ai britannici e fu da questi, per intervento del Vaticano,  trasferita in Italia dove trovò insediamento nei pressi di Rimini ed a Bellaria. Negli anni  settanta potei conoscere di persona io stesso l’ex colonnello generale Schandruck, dal quale già avevo già ottenuto importanti dati informativi  mentre si trovava nel Canada a Toronto. Giunto in Italia a rivisitare i luoghi dove l’Armata aveva avuto permanenza per circa tre anni prima del suo scioglimento, egli volle incontrarmi il che mi  dette la possibilità di un  approfondito chiarimento sulle motivazioni per cui, dato l' intervento del Vaticano, l'Armata non fu consegnata ai sovietici ed ebbe un trattamento particolare.-
1 novembre 2013
PIER ARRIGO  CARNIER

  • Franco Fallilone Mentre il Vaticano nulla fece per i cosacchi, giusto?
    • Pier Arrigo Carnier Sì, verissimo ! Infatti c'è un mio lungo articolo-rapporto sul periodico friulano "Barbecian" dal titolo " I COSACCHI NON AVEVANO UN VESCOVO IN VATICANO" , dove spiego che mentre i cosacchi andavano verso la morte sulle tradotte dirette in Siberia, gli ucraini di Schandrucik andavano verso la salvezza per volontà del Vaticano.......Ritornerò su questa vicende ....In molti miei altri scritti pubblicati dai quitidiani ho comunque spesso ribadito questa stridente argomento.. 2 novembre 2013
    • Pier Arrigo Carnier 18 novembre 2013. Si. Ritornerò veramente su questo argomento con tutta una serie informativa dovuta, oltre alla fortunata diretta conoscenza del generale SCHANDRUCH ed altri, ai miei contatti personali con SLAVA STETSKO, donna ucraina meravigliosa e di straordinaria intelligenza, presidente dell'Organizzazione ANTIBOLSCEVICH BLOCH OF NATIONS "A.B.N." insediata, per iniziativa U.S.A., a Monaco nella Zeppelinstrasse ed ora ovviamente venuta a cessare dopo il crollo del comunismo sovietico. Fu lei, SLAVA STETSKO, deceduta purtroppo nel 2003 dopo essere stata eletta deputato nel parlamento dell'Ucraina restituita dagli eventi all'indipendenza, ad aprirmi alla conoscenza di vicende dell'affascinante mondo ucraino e delle eroiche lotte insurrezionali per la recessione, oltre a consentirmi, stanti le sue entrature nei servizi segreti tedeschi a degli U.S.A., di rintracciare vari personaggi di rilievo della seconda guerra, che risultavano irrintracciabili....



mercoledì 30 ottobre 2013

LA NOSTRA ECONOMIA STA CADENDO A PEZZI

30 ottobre 2013 alle ore 13.14
COMUNICATO AD AMICI, SIMPATIZZANTI


LA NOSTRA ECONOMIA STA CADENDO A PEZZI


Tralascio per un momento gli argomenti di interesse storico per soffermare seriamente l’attenzione sulla gravi notizie esplose in questi ultimi tempi sulla stampa della nostra regione Friuli Venezia Giulia, riferite al davvero preoccupante andamento economico e alla minaccia di licenziamento da parte dell’Elettrolux (ex Zanussi Rex) di 400 dipendenti ritenuti in esubero cui si aggiunge  la ventilata intenzione di chiudere l’azienda per trasferirla all’estero. Oltre a ciò sussiste da tempo la tribolata vicenda di altre aziende che, nel pordenonese, minacciano la chiusura il che significa far crollare l’economia della città di Pordenone e dintorni con coinvolgimento anche di Conegliano. Mentre esplodono tali notizie, seriamente preoccupanti, al Governo ci si disinteressa e tiene banco la  logorata maleodorante vicenda di Berlusconi attorniato dai suoi ruffiani e relative pitonesse e  si  registra la totale indifferenza sul problema, della massima urgenza, di una proporzionale riduzione delle tasse che incidono in misura insostenibile sul costo del lavoro. Siamo di fronte a un comportamento irresponsabile del governo su decisioni ed interventi di carattere indilazionabile ma sui quali non si prende alcun provvedimento. Secondo dati accertati  e resi pubblici, 13.000 aziende hanno già chiuso i battenti in Italia.  E’ doloroso e, per certi versi incredibile,  constatare il declino in cui sta precipitando verticalmente l’imprenditoria, l’industria e nondimeno l’ artigianato italiano  a causa di una  gestione governativa che, da lungo tempo,  ha trascurato deliberatamente i veri e reali interessi del paese. E’ una vergogna indegna di un popolo civile mentre i politici se ne fregano e continuano ad incassare i loro lauti immeritati spropositati compensi. In  contrapposizione le retrobuzioni dei prestatori d'opera sono tra le più basse dell'Europa occidentale e vi sono pensionati costretti a vivere con 500 euro al mese…Un’Italia del genere è meglio che finisca in sfacelo e  si riparta da zero!!! 

30 ottobre 2013

PIER ARRIGO  CARNIER

sabato 26 ottobre 2013

IL CASO PRIEBKE

IL CASO PRIEBKE

25 ottobre 2013 alle ore 18.56
                  
COMUNICATO AD AMICI, SIMPATIZZANTI E A QUANTI SI INTERESSANO DI VICENDE STORICHE
IL CASO PRIEBKE

Non scrivo per difendere Priebke né per prendere posizione negativa contro di lui  ma per esporre le circostanze ed i fatti che lo riguardano, da me accertati come storico, onde far luce sul caos che ne è derivato con il suo decesso ad opera soprattutto di profani dando luogo a reazioni pubbliche isteriche ed incoerenti,  ignorando che la morte, in ogni caso, estingue ogni reato ove reato vi fosse stato.
Già nel 1994, in occasione al suo arresto ed estradizione da San Carlos di Bariloque in Argentina, mi occupai dell’argomento pubblicando un esauriente articolo che uscì il 23 maggio 1994 sui quotidiani del gruppo veneto, L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza e L’Adige e, il giorno 25, sul Messaggero Veneto.
Priebke, Hauptsturmführer (capitano) delle SS. generali nelle quali si era arruolato volontariamente e non quindi delle Waffen SS.  fu un ingranaggio  dell’esecuzione di massa comandata dal colonnello SS. Herbert Kappler ed ordinata da Hitler, con cui vennero trucidati 335 italiani  perl’attentato del 23 marzo 1944, avvenuto in via Rasella nella capitale, che la sentenza nr.631 pronunciata dal Tribunale militare di Roma il 20 luglio 1948, considerò  illegittimo, giudicando invece legittima, sul piano militare, la rappresaglia. Il colonnello Kappler venne condannato per un errore di calcolo in quanto l’esecuzione comprese cinque vittime in più rispetto alle 330,  secondo il rapportodi 10x1, in relazione ai 33 membri del reggimento di polizia “Bozen”, formato da alto atesini, periti a causa dell’attentato.
In  base all’informazione soprattutto televisiva, diffusa nei giorni scorsi dopo il decesso, è parso che Priebke fosse il boia dell’intero massacro, ma così non fu. Priebke assieme al capitano Schultz, preposti alla direzione dell’esecuzione ed al controllo degli elenchi dei condannati, nel processo celebrato nel 1948, furono stralciati ancora in fase istruttoria e quindi non processati. Gli altri imputati, maggiore SS. Domislaff, capitano SS. Clemens, Quap, Schulze, Wiedner, tutti sottufficiali SS.  arrestati e detenuti a Roma nel carcere giudiziario di Regina Coeli assieme al colonnello Kappler, vennero prosciolti, eccezion fatta per Kappler che fu condannato all’ergastolo. Priebke in realtà era latitante ma poteva essere regolarmente giudicato in contumacia. Sta di fatto però che fu stralciato in fase istruttoria il che ha una sua rilevanza sul piano giuridico.
I 335 condannati erano consapevoli che li attendeva l’esecuzione. Fu detto loro infatti chiaramente che sarebbero stati uccisi. Questo perché la rappresaglia  collettiva comportava allora tale meccanismo presumendo, in ossequio alla normativa, che qualcuno avesse denunciato gli esecutori dell’attentato. La normativa prevedeva infatti che, ove nel territorio dove si verificò l’attentato, con sovranità dell’occupante e relativi oneri e diritti, non si  fosse giunti a risultati positivi nell’individuazione degli attentatori coi possibili metodi, sorgeva una responsabilità collettiva. Il concetto è contenuto nell’art. 50 della Convenzione dell’Aia.
Nella sentenza tale concetto venne però superato  dalla Giuria ritenendo che, da lato tedesco, non fu  perseguito con tutti i mezzi allora disponibili allo scopo di individuare i responsabili del grave attentato di via Rasella. Ma si riconobbe che Kappler aveva agito in esecuzione di un ordine nel meccanismo gerarchico tipico del nazismo sul quale il mio amico Lerch, ex capo di Stato Maggioredell’ Alto comando SS. e Polizia  a Trieste ( 1943-1945) mi rese ampiamente edotto illustrandomi il sistema. Su Kappler ricaddero però, secondo la sentenza, responsabilità dirette quali l’eliminazione di 10 cittadini (ebrei) in seguito al successivo decesso, per ferite, di un tedesco. Quindi se i condannati erano 320 in base ai 32 morti accertati di fatto   subito dopo l’attentato, altri 10 si aggiunsero più ulteriori 5 eliminati per errore, dei quali  la responsabilità ricadde ugualmente su Kappler.
Durante il lungo periodo di detenzione di Kappler, da parte di un’ Associazione tedesca che patrocinava la sua difesa fu ritenuto, negli anni settanta, di sottoporre alla Magistratura militare italiana, a firma dell’avvocato penalista Nuvolone, un ricorso finalizzato alla revisione delle motivazioni per le quali il colonnello era stato condannato. Elementi rilevanti per la riapertura del procedimento erano costituiti dalle  testimonianze del Feldmaresciallo Koesselring, del generale Dietrich Baelitz capo di Stato maggiore della 10a armata tedesca impegnata in Italia assieme alla 14a, del  consigliere criminale Karl Schutz, del  console generale tedesco a Roma, Moellhausen A.F., del  generale italiano Umberto Presti ed  altri. Radicalmente l’elemento essenziale  consisteva nel  fatto che le vittime dell’attentato partigiano di via Rasella non erano solamente trentatrè ma complessivamente quarantadue, in quanto taluni erano deceduti in seguito in conseguenza alle ferite. E’ presumibile che l’intento di revisione del processo, eravamo nel settembre 1970, per evidenti ragioni politiche, abbia trovato la porta sbarrata. In quel periodo infatti, un numero rilevante di  istanze contro i tedeschi con l’accusa di strage, era stato nascosto in un armadio del competente ministero, chiamato in seguito “L’armadio della vergogna”, per disposizioni impartite dall’alto. In base ad una relazione conclusiva del Consiglio della Magistratura militare del 23 marzo 1999, fu ritenuto che l’inerzia, in ordine all’accertamento dei crimini denunciati, fu determinata dalla “ragion di Stato”, le cui radici di massima trovavano motivazione nelle linee politiche internazionali che guidavano il blocco dei Paesi  occidentali durante la "guerra fredda":  ne derivò  che, se da un lato le  istruttorie di imputazione erano state congelate e di conseguenza non fu dato avvio ai conseguenti processi ,  per contro anche il ricorso di riapertura del processo Kappler, inteso ad invalidare l’accusa delle cinque vittime in più e quindi prosciogliere e rendere libero Kappler, seguì la medesima sorte.
In quanto a Priebke risulta che nel 1943 il medesimo  faceva parte dello Stato maggiore di Kappler a Roma. Fu infatti comandato di scorta alla famiglia   del ministro Ciano la quale, sotto protezione tedesca, si trasferì in Germania. Nel 1944 Priebke era ancora a Roma e agli inizi del 1945  risultò dislocato a Brescia. A fine guerra, negli elenchi che l’Oberstgruppenfuehrer SS. Karl Wolff consegnò agli alleati, di cui posseggo copia dell’incartamento, indicanti i vari comandi dell’intera organizzazione SS. e di polizia  tedesca a lui subalterni con relativi nomi di generali ed ufficiali, mentre il colonnello SS. Kappler risulta dislocato  a Fasano, il capitano SS. Priebke non vi appare elencato. Da miei accertamenti risulta comunque che, nell’immediato dopoguerra, egli fu arrestato e destinato nel campo di concentramento di Afragola (Napoli), dal quale evase nel 1947. Rientrato in  Germania,  assieme a moglie e figli, grazie alla catena solidaristica filonazista egli si spostò in Alto Adige, località basilare quale premessa per l’espatrio oltre oceano, dove in gran parte confluirono  i fuggiaschi ex nazisti nel periodo1946-1949. Fuggito da Dachau giunse in Alto Adige anche l’ex Gaulaiter della Stiria,  Siegfried Uiberreiter,  che poi si rifugiò in Bolivia come mi fu dato di sapere da fonte certa. Esisteva, come già accennato, un’ organizzazione che disponeva di mezzi finanziari per appoggiare l’espatrio. Anche Friederich  Rainer, Gaulaiter della Carinzia e Supremo commissario del Litorale Adriatico, come mi confidò Frau Ada, moglie e poi vedova del medesimo con cui mantenni un lungo rapporto di amicizia fino al suo decesso unitamente a quella del  figlio  ing. Friedrich, ebbe  nel lager Dachau, dov’era stato internato dai britannici, una proposta di fuga ma si rifiutò di aderire.
Lasciato l’Alto Adige Priebke raggiunse l’Argentina, stabilendosi, come  precisato introduttivamente, a S.Carlos di Bariloque,  seguito in un secondo tempo da moglie e figli. A seguito di segnalazioni, dopo oltre quarant’anni,  non appena fu individuata la sua presenza certa a S.Carlos di Bariloque, nel 1994 scattò, da parte dell’Italia, la richiesta del suo arresto ed estradizione con l’accusa di sue corresponsabilità nella strage delle Fosse Ardeatine  per cui il medesimo fu innanzitutto arrestato.
Un alto funzionario di Bariloque di origine italiana contrario all’estradizione, col quale ero entrato in contatto a scopo di attingere informazioni sul caso, essendogli nota la mia attività di storico, mi chiese di fornirgli possibili notizie sulla posizione militare dell’accusato e sul processo di Roma del 1948, ciò che infatti feci inviandogli copia della sentenza e del  successivo ricorso in materia, sul cui contenuto ho già riferito.
Ritengo opportune, a questo punto, alcune mie  considerazioni ed informazioni. Qualche tempo prima dell’arresto di Priebke ero entrato in contatto e avevo stretto rapporti per le mie finalità storiche, con Karl Hass, ex Sturmbannführer SS.(maggiore) ed  agente del servizio informazioni SS.  che si trovava a Roma fin dalla fine del 1943, praticamente  inviato con scopi informativi dopo l’armistizio dell’Italia con gli alleati, sottoposto comunque, dal 1944,  al comando Kappler e rimasto tranquillamente in Italia dopo la fine della guerra. Al momento del nostro primo incontro  egli viveva ad Albiate (Milano) in via Gramsci n.9.
Nei miei riguardi Hass si dimostrò molto aperto,   probabilmente consapevole delle mie conoscenze e rapporti con elementi di rilievo  ex appartenenti al settore militare e politico tedesco  ma, nel contempo  anche  guardingo e forse sospettoso che  avessi l’incarico di scavare nel suo passato.
Ebbi  da Hass diverse  informazioni sul come si  svolse l’esecuzione delle Fosse Ardeatine e, rispondendo a domanda, ammise  che, intimati da Kappler a dare l’esempio, i membri del comando, mobilitati nell’operazione Ardeatine, dovettero intervenire nelle esecuzioni, lui disse  in alcune…. Spontaneamente, riguardo sè stesso, affermò cautelativamente, il che è giustificabile, che lui con le Ardeatine non aveva nulla a che vedere, ma allora io mi chiesii  come mai lui conoscesse tanti particolari. Da dichiarazioni fatte alla magistratura dopo il  suo successivo arresto, su cui riferirò nel prosieguo, ammise  invece di avervi effettivamente preso parte.  Ebbi  da lui interessanti notizie sulla vicenda delle riserve auree  sequestrate dai tedeschi alla Banca d’Italia prima della ritirata e collocate  in un Bunker nella vecchia fortezza austriaca di Bressanone dove a lungo, nel dopoguerra, si ritenne che ancora esistessero, argomento al quale dedicai assidue ricerche. Mi riferì, inoltre, sulle ultime disposizioni diramate da Himmler, Reichsführer delle SS., riguardo i comportamenti da assumere con la ritirata dall’Italia, a conferma di quanto sapevo. Già disponevo infatti  del testo della  circolare segreta, documento di estrema riservatezza  diramato da Himmler  ai comandi SS., di Polizia e Gestapo della quale pubblicai un estratto con un  articolo sul Gazzettino di Venezia in data 7 marzo 1999, che sollevò vasto interesse. Parlammo anche dell’organizzazione dei servizi segreti tedeschi nel dopoguerra, il Bundesnachrichtendienst con cui lui  aveva degli agganci, messo in piedi dalle forze di occupazione degli Stati Uniti d’America nel periodo di occupazione della Germania ed affidato alla direzione di Reinhard Gehlen,  ( generalmajor della Wehrmacht che , durante la seconda guerra, aveva ricoperto il ruolo di capo dei servizi segreti tedeschi  sul fronte orientale) inteso a canalizzare le informazioni riguardanti le nazioni aderenti al Patto di Varsavia per conto del Servizio informazioni della NATO con compiti d’infiltrazione nei paesi di espansione sovietica allo  scopo di provocare e sostenere movimenti di rivolta in opposizione al controllo sovietico, vicende  insurrezionali completamente ignorate in Italia, alla cui conoscenza, anche in riferimento a vicende riferite al periodo dell'occupazione tedesca  nella seconda guerra, avevo un forte motivato interesse. Sulle stesse  pubblicai  degli articoli riferiti in particolare all'Ucraina, argomento che ritengo di rivivificare, non appena possibile, pubblicando un sunto e degli scritti su questo mio sito  Facebook.
Gehlen rimase a capo dell’organizzazione fino alla fine degli anni sessanta ed ebbe contemporaneamente, soprattutto nel primo dopoguerra, una parte anche nell’Organizzazione Odessa che, com'è noto, favorì l'espatrio oltre oceano di molti ex nazisti i quali, per responsabilità risalenti al periodo di guerra, si aspettavano possibili processi nei loro riguardi.
Quando Priebke fu estradato in Italia, ricordo che Hass mi disse di troncare i con lui i rapporti telefonici e ogni altro contatto in quanto si sarebbe eclissato,  stante il fatto che l’informazione, a mezzo stampa e televisione, aveva dato  notizia che Priebke  intendeva  fare i nomi di ex nazisti, e quindi anche il suo,  che si nascondevano in Italia, ritenendo che egli (Priebke) non potesse costituire un’eccezione, data la minaccia di essere processato rispetto ad altri verso i quali vi sarebbe una palese tolleranza da parte dell’Italia. Hass temeva infatti che il suo nome venisse segnalato da Priebke alla magistratura. Cessai quindi i contatti nel rispetto di una regola che già conoscevo. Non molto  dopo però Hass venne comunque  rintracciato, arrestato e, com’è noto, processato assieme a Priebke.  Decedette nel 2004, all’età di 92 anni, mentre scontava l’ergastolo agli arresti domiciliari presso la casa di riposo Garden di Castel Gandolfo. Fu in quel  periodo  prima del suo decesso, avendo cercato di ricontattarlo mentre si trovava a casa Garden che, dei tedeschi   appartenenti evidentemente  a un'associazione solidale ex SS. che manteneva con lui collegamenti, mi fecero pervenire indirettamente delle serie minacce  supponendo, da quel che dedussi,  che io fossi  legato od agente di Israle o comunque esponente di un' associazione antinazista.
Priebke, dopo il suo arresto in Argentina, in seguito  all’accoglimento della richiesta di estradizione avanzata dall’Italia, il 21 novembre 1995  giunse all’aeroporto di Ciampino. La Germania, a sua volta, chiedeva l’estradizione dall’Italia per processarlo.

                                        Iter dei processi

1)-La prima seduta del processo avviato a  carico di Priebke  ebbe luogo nel Tribunale militare di via delle Milizie a Roma il 7 maggio 1996 e il  1° agosto 1998 fu emessa la sentenza, decisa a maggioranza: Priebke  fu ritenuto colpevole di omicidio plurimo, ma in suo favore giocavano le attenuanti, prevalenti sulle circostanze aggravanti dell’eccidio, ragion per cui – tenuto conto che il reato era caduto in prescrizione - l’imputato doveva essere liberato come infatti avvenne. Pur trattandosi di sentenza legittimamente radicata sulla prescrizione del reato la Magistratura militare spiccò su Priebke  mandato di cattura traendo spunto giustificativo, come motivazione,  da un’ondata di protesta popolare, soprattutto da parte dei parenti delle vittime delle Ardeatine  ed  in attesa della decisione dell’estradizione tedesca. Per arrivare a questo vi furono evidentemente forti pressioni che meriterebbero una trattazione a parte, non cioè in questa sede. Il 15 ottobre 1996 la Cassazione annullò la sentenza disponendo così un nuovo processo a carico di Priebke e il 10 febbraio1997 la Corte decise che l’istruzione del medesimo spettava nuovamente al Tribunale militare di Roma ma  con una nuova composizione, stante l’avvenuta  ricusazione del presidente Quistelli.
2)-Il 14 aprile 1997, nell’aula Bunker di Rebibbia, ebbe inizio il secondo processo di Priebke congiunto a Karl Hass che si concluse il 27 giugno con sentenza emessa il 27 luglio 1997, contenente la  richiesta di un verdetto di colpevolezza e della pena dell’ergastolo da approvare, mentre aveva effetto immediato la condannaa 15 anni di reclusione in parte condonati (dieci anni per amnistia e  tre anni e quattro mesi, questi ultimi per Priebke, scontati partendo dal suo arresto in Argentina). La motivazione essenziale consisteva nel ritenere irrealistica la tesi delle minacce aggravanti su Priebke dall’eventuale disapplicazione dell’ordine dirappresaglia, da parte della struttura delle SS., organismo cui egli aveva aderito volontariamente, raggiungendo livelli di alta responsabilità.  Questo sta a significare che egli poteva  rifiutarsi di prendere parte alla fase esecutiva della rappresaglia ed anche dimettersi dalle SS., il che  non gli avrebbe comportato gravi conseguenze. E’ altrettanto vero però che l’allora clima vigente  nell’organizzazione SS. non favoriva una tale decisione. Nella sentenza fu sancita l’imprescrittibilità del reato per crimini di guerra.
3)-Contro tale sentenza fu fatto ricorso in appello sia dal Tribunale militare sia dai difensori dei due imputati ed il processo, il terzo, iniziò il 27 gennaio 1998 e si concluse, con sentenza della Corte d’appello militare, l’8 marzo 1998 con condanna di Priebke ed Hass all’ergastolo.
E’ ovvio che, in violazione di ogni più elementare nozione di diritto,  Priebke fu processato tre volte con un accanimento gestito  sul panorama internazionale per trarre effetti al servizio di interessi che andavano ampiamente oltre lo scopo di perseguire dei crimini.
La condanna fu accolta da proteste della destra e vi anche un riscontro nella sinistra dei "comunisti internazionalisti" diramato dal sito“www.tightrope. it/user/cherfare/archivcf/cf4o/oriebke.html.”, di cui riporto la parte finale in quanto la stessa esprime l’opinione che il processo, più che finalizzato a punire l’imputato Priebke, sia stato inscenato a favore di Israele:
“ L’operazione Priebke, finta persecuzione dei crimini di guerra del passato, è stata ed è in realtà un’operazione di propaganda bellica  in vista di futuri, e forse non troppo lontani, nuovi  "crimini di guerra”, rivolta da un lato contro la Germania (presentata come presunto terreno di elezione del nazismo) e dall’altro a pro di Israele (cui la persecuzione subita dagli ebrei darebbe un’assoluta giustificazione per la sua azione oppressiva nei confronti delle masse palestinesi ed arabo-islamiche). Non a caso il capofila dell’attuale battage è un ben riconoscibile sionismo che gioca una sua partita pro-imperialista USA  anche contro l’Europa, ma prioritariamente contro il proletariato internazionale “.
Concludo qui questa mia rivisitazione della lontana tragedia risalente a settant’anni fa, del grave attentato partigiano di via Rasella a Roma e conseguente tremenda strage  per rappresaglia, delle Fosse Ardeatine, ritenuta giuridicamente legittima. riguardo l’azione partigiana di via Rasella che fu un attentato e non un’azione militare, perché i partigiani, a quella data  (23 marzo 1944), erano delle bande e non dei militari e cioè non erano un esercito regolare come falsamente dalla stampa recente, anche nel Friuli Venezia Giulia,  si è  tentato  di far credere agli sprovveduti ed erano quindi consapevoli che il fatto avrebbe provocato una strage di civili preannunciata da regolare  avvertimento ufficiale premonitorio d’obbligo, diffuso mediante  manifesto  bilingue tedesco-italiano  fatto affiggere dal Feldmaresciallo kesselring nelle piazze e nei municipi, cosi come avvenne pure nell’Adriatisches Küstenland da parte del  SS. Gruppenführer Odilo Globocnik sempre mediante manifesto bilingue (1), ampiamente diffuso in data 6 novembre 1943, incontestabile  documento probatorio che  conservo nel mio archivio e  del quale, in calce,  riporto il testo. Vi era quindi una chiara  consapevolezza del come si sarebbero comportati i tedeschi  dai quali i partigiani va ritenuto con certezza, nel caso di attentati,  non potessero aspettarsi un ringraziamento, essendo gli stessi, i tedeschi, scesi n Italia ad impegnarsi sul fronte sud-west contro gli alleati, dove già si trovavano con delle forze militari consistenti e col pieno consenso dell’Italia, per tener testa al vuoto lasciato  dall’esercito italiano in fuga dopol’armistizio separato italiano firmato a Cassibile il 3 settembre e reso pubblico l’8 settembre 1943. La preventiva consapevolezza  dell’inevitabile rappresaglia lasciò comunque indifferente l’organizzazione partigiana che aveva progettato l’attentato, tanto a pagare sarebbero stati i civili come infatti lo furono. Questa considerazione sorvolata da storici sull’organizzazione partigiana clandestina, va invece storicamente registrata così come va detto che l'atteggiamento della maggioranza degli italiani, riguardo l'attività partigiana,  fu agnostico non vedendo nei partigiani i futuri  rappresentanti del proprio avvenire ed il giudizio dell'opinione pubblica sugli stessi,  già dal primo dopoguerra, fu controverso e lo è tutt’ora. A sua volta, da un punto di osservazione equidistante, non può essere tuttavia nascosto che l’immagine di Priebke, se da un lato, come Kappler, conferma la  biblica lealtà tedesca nell’impegno militare esecutivo, quale che fosse il motivo, e ricorda la resistenza estrema di Stalingrado o  la difesa di  Berlino, in questo secondo caso  quando ormai la guerra per la Germania era perduta, dall’altro lato  ovviamente, per la sensibilità italiana e soprattutto per coloro che,  nell’atroce crudele, ordinata  esecuzione delle Ardeatine,  persero dei congiunti, padri, fratelli od altro, provoca un inevitabile risentimento emotivo e ripropone interrogativi, intesi astabilire se quanto accadde fu legittimo, sbagliato o assurdo. Per questo ho voluto  ripercorrere i fatti, attraverso gli accertamenti da me perseguiti come storico  ed i ricordi anche personali, ritenendo che, gli stessi, offrano un contributo alla conoscenza delle causali e delle relative conseguenze, onde il lettore mi auguro possa ricavare dei segnali utili  alla verità e trarre delle obbiettive deduzioni.

25 ottobre 2013

PIER ARRIGO CARNIER


(1)  Testo italiano del manifesto  diffuso a firma del Gruppeneführer ss. ODILO GLOBOCNIK il 6 novembre 1943

                            A V V I S O

          Abbiamo avuto occasione di constatare, che le bande hanno
potuto prendere piede e svolgere la loro attiività, soltanto in regioni
dove la popolazione stessa offriva loro appoggio ed aiuto. Coscienti
di ciò e per difendersi contro gli attacchi domunisti si ordina :

1. Ogni abitante, che abbia conoscenza del sog-
giorno e dell'attività di bande comuniste, singoli
appartenenti alle bande e dei loro collaboratori,
è obbligato a segnalare le sue osservazioni al più
vicino posto di Polizia.

2. I danni cagionati dalle bande, devono essere ri-
parati in comunanza dalla popolazione del luogo
che è stato danneggiato.

3. Se il danno è tanto rilevante da non poter es-
sere riparato, esso verrà coperto invece che dalla
contribuzione di lavoro, da una multa in denaro
che sarà calcolata secondo la possibilità della
popolazione del luogo.

4. Attacchi contro tedeschi, sabotaggio, atti di
violenza, favoreggiamento delle bande, ecc.
saranno, nel caso il colpevole non venga sco-
perto, puniti secondo la gravità del caso, con
misure severissime, contro le persone fra le quali
si suppone trovasi il colpevole e le quali con  il
loro antecedente contegno danno motivo di sup-
porre d'avere favorito l'azione.

5. Le conseguenze a par. 2 - 4 saranno eliminate
del tutto o in parte in seguito ad indicazioni che
portano all'arresto del colpevole.

Trieste, 6 novembre 1943

Der Höhere SS. - u. Pol. Führer in der Operationszone - Adriatisches Küstenland
                                         G L O B O C N I K
            SS. GRUPPENFÜHRER U. GENERALLEUTNANT DER POLIZEI

mercoledì 23 ottobre 2013

Legge ingiusta sul negazionismo.



COMUNICATO AD AMICI, SIMPATIZZANTI AD INTERESSATI A VICENDE STORICHE

Appena ho saputo della proposta di legge intesa a considerare reato il negazionismo , legge totalmente ingiusta e tendenziosa in quanto blocca la libertà di  pensiero di studiosi e storici, e io mi sento tra quelli,  ho inviato un messaggio  a Beppe Grillo i cui parlamentari, facenti parte della Commissione giustizia, dopo l’accelerazione chiesta dal presidente della Repubblica per l’approvazione hanno ritenuto di farla slittare ritenendo sussista la necessità di riflettere. Credo che chiunque abbia un po’ di buon senso si renda conto che si tratterebbe di legge dettata da interessi di parte onde sbarrare la strada al diritto d’ indagine che mai può essere negato. Riporto qui si seguito il testo del mio messaggio :

Messaggio a Beppe Grillo

Oggetto: il negazionismo sia un reato.

Ho preso atto dal “Corriere della Sera” del 17.10.2013, che i parlamentari “Cinque stelle”, di cui lei è il promotore del movimento, che io apprezzo, contestando la sede della commissione deliberante, ha fatto slittare l’approvazione della legge che considera reato il negazionismo. La legge è ingiusta in quanto è un modo per limitare la libertà di pensiero agli studiosi che conducono  indagini   per fornire dei risultati. Io stesso sono uno studioso, autore fra l’altro de “Lo sterminio mancato” Mursia (Milano) e ritengo che una tale legge ponga  limiti  al giudizio storico sullo sterminio che, nelle particolarità, merita approfondimenti ed esaurienti spiegazioni.
               
20 ottobre 2011

                                  CARNIER PIER ARRIGO

mercoledì 9 ottobre 2013

A PROPOSITO DI BERLUSCONI

9 ottobre 2013 alle ore 16.33
COMUNICATO CONFIDENZIALE  AD  AMICI E SIMPATIZZANTI


A PROPOSITO  DI BERLUSCONI


 Da decenni a partire  dall'epoca Craxi le gestioni di governo hanno finito gradualmente per trascinare l'Italia nel fango e nella miseria. Berlusconi non è  diverso della maggior parte di coloro che  vivono per la poltrona che a lui è servita per quello che gli ha permesso di fare:  nel giro di circa venti anni di potere, nella posizione di presidente del consiglio,  ha operato essenzialmente per l'approvazione di  leggi e leggine strettamente di suo interesse personale  ed in difesa del suo immenso patrimonio e di interessi dal medesimo derivanti, ignorando deliberatamente le necessità della massa dei prestatori d'opera a qualsiasi livello onde migliorarne le condizioni salariali adeguandole, com’era suo dovere, alle esigenze della vita e sociali.  Ha insistito a lungo assieme a Maroni per liquidare l'articolo 18 dello Statuto del lavoro, onde togliere ai lavoratori il solo sacrosanto diritto cautelare e di difesa esistente, creato legittimamente con dure battaglie nel dopo seconda guerra, di cui sono stato io stesso testimone, per  impaludare  il più possibile i prestatori d’opera nel precariato  riducendoli a una massa oscura ed anonima gestibile a piacimento dal capitale, in contraddizione coi principi della destra storica. Ha dimenticato senz’altro il concetto varato dai provvedimenti di legge della Repubblica Sociale nei 18 punti di Verona : Il lavoro non è più al servizio del capitale ma il capitale è al serivizio del lavoro”. Non ha posto alcun freno allo sperpero del denaro pubblico nei lauti compensi fissi  ed aggiuntivi a deputati e senatori,  e nemmeno gli è passata per la mente la necessità di ridimensionare con urgenza  il colossale indefinibile spreco di denaro delle auto blu, la cui entità, com’ebbe ad osservata un giornalista, è tale da poter coprire la superficie dell’isola d’Elba, autentica vergogna nazionale. Ha  tollerato, inoltre,  che taluni  carrieristi politici godano di pensioni d'oro ( corre voce che  un tale, Amato,  percepisca trentamila euro al mese….) autentico schiaffo morale per le pensioni, talune da fame, di  prestatori d’opera che hanno  lavorato un’intera vita.  Detto in breve ha favorito la linea dissolutiva di un lusso sfrenato nella classe governante. Qualche anno fa addirittura, questo signore, negava  l’esistenza della crisi  com’ebbe a ricordarlo, in un’intervista pubblicata dal Corriere Della Sera, il suo deciso avversario Carlo De Benedetti. Ha  poi deliberatamente ignorato il  settore della cultura, come se la stessa fosse qualcosa di inutile, lasciando spazio incontrastato alla sinistra che infatti domina ormai l’intero impianto culturale nazionale : università, licei, scuole inferiori  ed ben altro.
 E’ giusto quindi che,  in base alla  recente condanna penale ( che pare non potrà essere  forse la sola stanti altri procedimenti in corso)  inflittagli con  sentenza della Corte di Cassazione, per quanto io abbia sinceramente non molta stima della  Giustizia italiana, questo  signore dalle sterminate ville, stante il suo disinteresse, in  base alle constatazioni di cui sopra, per quell’Italia onesta che lavora, esca dalla scena politica senza tanti piagnistei , come gli è stato intimato anche se, purtroppo, guardandoci attorno,  gli altri che stanno nella “ greppia” del Governo, sono nella quasi totalità  come lui e peggio di lui.

10 ottobre 2013
                                                                                       PIERARRIGO  CARNIER

giovedì 5 settembre 2013

RINGRAZIAMENTO AD AMICI, SIMPATIZZANTI




COMUNICATO AD AMICI, SIMPATIZZANTI, STUDENTI UNIVERSITARI ED A CHIUNQUE E’ INTERESSATO A VICENDE STORICHE


Ringrazio per l’attenzione dedicata ai miei scritti da amici,  simpatizzanti e chiunque altro.  Per particolari ragioni mi sia permesso di rivolgere un pensiero  di simpatia  ad amici o simpatizzanti della  Serbia, Stati Uniti, Germania,  Federazione russa, Ucraina.
5 settembre 2013

PIER ARRIGO CARNIER

martedì 3 settembre 2013

MORTE AD AVASINIS

3 settembre 2013 alle ore 13.07
MORTE AD AVASINIS


COMUNICATO AD AMICI, SIMPATIZZANTI, STUDENTI UNIVERSITARI  E CITTADINI COMUNQUE  INTERESSATI A VICENDE STORICHE.

L’aver richiamato l’attenzione sulla Rappresaglia di Avasinis, pubblicata nel mio volume “ Lo Sterminio Mancato “ (prima edizione 1982 e successive riedizioni), replicata giornalisticamente in due puntate sul Gazzettino di Venezia nel 2005, sotto le date del 14 e 21 novembre ed ora integrata da nuovi  definitivi aggiornamenti, ritengo possa ridestare dell'interesse.
 Molti non sapevano che, nell’aprile 45,  parte consistente delle forze Karstjäger erano concentrate a Ospedaletto, a portata di mano di Avasinis. Non sapevano  che l’unità aveva poteri  di autonomia assoluta nell’ antiguerriglia e poteva agire segnalando  solamente l’azione, appena avviata, al comando Wehrmacht, Kriegsmarine ed al comando territoriale della lotta contro le bande: Führungsstab Bandenkampf di Gradisca d’Isonzo. Vi fu nell’azione, come in altre precedenti, un intervento integrativo di forze Waffen SS. Prinz Eugen e Freiwilligen Einheit spagnola,  ma la responsabilità direzionale e di comando rimane Karstjäger ed il metodo esecutivo (uccisioni), da quanto mi riuscì di sapere, affidato di norma a veterani Karstwehr, tedeschi ed austriaci, ormai provati da esperienza. A giudicare dai fatti nell’ azione esecutiva, come riferito, vi fu  una parte che uccideva, ritenendo di compiere un dovere e un’altra  che   fungeva  quasi da assistente sociale,  badando a placare e ammortizzare  il tremendo trauma emotivo  dei cittadini  non designati a morte, in buona parte congiunti o parenti delle vittime, testimoni a caldo delle uccisioni.
Ho ricevuto messaggi e telefonate anche da giovani interessati, entusiasti di aver capito la realtà effettiva dei fatti, meritevole addirittura di trarne un film. Un regista austriaco mi ha ventilato infatti l’idea di un progetto in tal senso ed abbiamo insieme abbozzato  il possibile titolo: “ MORTE AD AVASINIS”. Sulla base delle testimonianze e degli elementi di cui dispongo sarebbe un film dal forte effetto emotivo. Nelle vicende storiche di quel periodo vi è, comunque, ancora altro da chiarire. Ad esempio ci terrei a riordinare  i dettagli dell’attacco partigiano, del 2 maggio 1945, al presidio cosacco  di Ovaro e la conseguente rappresaglia punitiva sulla popolazione,  caso meritevole di essere disinfestato da particolarità dovute ad invenzione e di comodo. Alle rituali commemorazioni annuali gli oratori chiamati a celebrare, da quanto mi venne casualmente riferito, si sono limitati a piagnistei senza mai pronunciare quattro parole dette come Dio comanda…La verità fa sempre paura! Tornerò certamente sulla rappresaglia tedesca del luglio 1944   sulle malghe ed alta valle del  But, vicenda  sulla quale sussistono già motivati miei interventi critici su Facebook, riferiti al filmato "Carnia 1944. Il sangue degli innocenti".

3 settembre 2013

PIER ARRIGO  CARNIER

domenica 1 settembre 2013

RAPPRESAGLIA TEDESCA SU AVASINIS (iTALIA) E STRALCI DI STORIA DELLA "FREIWILLIGEN EINHEIT" SPAGNOLA"


RAPPRESAGLIA TEDESCA SU AVASINIS (Italia) E STRALCI DI STORIA DELLA "FREIWILLIGEN EINHEIT" SPAGNOLA.

31 agosto 2013 alle ore 15.37
COMUNICATO AD AMIICI, SIMPATIZZANTI ED INTERESSATI A VICENDE STORICHE
IN PARTICOLARE SEGNALO IL SEGUENTE SCRITTO ALL'ATTENZIONE  DEL SITO "OSTFRONT AZUL"                                                                                                                  

RAPPRESAGLIA TEDESCA SU AVASINIS (Italia), 2 maggio 1945 E  STRALCI DI STORIA SULLA
“ FREIWILLIGHEN EINHEIT”, UNITA’ CHE FU PRESENTE NELL’ “ADRIATISCHES KÜSTENLAND” FORMATA DA SPAGNOLI EX  APPARTENENTI ALLA BLAUEN DIVISION  ED AZUL LEGION,

(Prima puntata -  Pubblicata dal Gazzettino di Venezia il 14 novembre 2005)

Vi sono novità sulla rappresaglia di Avasinis che avrei potuto riferire da tempo, ma la storia è lenta e ha bisogno di certezze. In pratica è ora assodato che su Ospedaletto, villaggio a nord di Udine, vennero concentrate, circa verso la metà di aprile 1945, varie unità Waffen SS., Schützen, Gebirgsjäger e reparti minori onde creare una base di pronto intervento nel caso di attacchi partigiani sulla nazionale Udine-Tarvisio a protezione dell’imminente defluire della ritirata proveniente dal Veneto e dal fronte Sud/West  (Italia) più esattamente dalle ultime posizioni della linea di difesa sul fiume Po.
Erich Kühbandner ufficiale della Karstjäger, promosso a Sturmbannfuehrer SS. sul campo, a Moggio Udinese, nei primi giorni di maggio 1945 dal Brigadenfuehrer Heinz Harmel subalterno del SS. Gruppenfuehrer Globocnik comandante del fronte Val Canale/Tirolo, mi riferì, nel dopoguerra, sul clima e sugli avvenimenti di quei giorni. Si percepivano, secondo quanto ricordava, le tensioni del divenire che stava per rivelarsi di minuto in minuto, ma c’era pure ancora una forte speranza per chi aveva combattuto con fedeltà per il Terzo Reich. Anch’egli era stato comandato con un battaglione di Karstjäger, come altri ufficiali con le rispettive forze della stessa brigata a protezione della ritirata. Venne quindi a trovarsi proprio ad Ospedaletto e fu a quell’ altezza che, sulla nazionale, dei partigiani che poi furono visti allontanarsi in direzione di Avasinis, con degli attacchi sporadici causarono diversi morti nelle colonne in ritirata. Di conseguenza, nel pomeriggio del 1°maggio 1945, alcune forze  di protezione, come misura di sicurezza e con funzione punitiva mediante  rappresaglia, motivata dalle vittime, vennero spostate da Ospedaletto verso Avasinis e si appostarono nei dintorni su un promontorio piazzando delle mitragliatrici.
Fu nel mattino del 2 maggio che tali forze, dopo aver tenuto sotto controllo il villaggio, lo occuparono e vi effettuarono la rappresaglia. Presero parte all'azione forze della Karstjager assieme a parte di un battaglione di complemento della 7 SS. Gebirgs Division Prinz Eugen,  stazionato a Gradisca d'Isonzo e in parte nel Castello di Duino, in quest’ ultimo caso quale componente  della Scuola antiguerriglia ivi costituita con funzioni di addestramento. Il battaglione, negli ultimi tempi, era stato affiancato per non dire inglobato, nelle azioni antiguerriglia, alla Karstjäger Brigade.
Nel dopoguerra, assieme a mia moglie Wanda, fui ospite di Kühbandner  in Germania, nella sua casa accogliente con sauna e ogni comodità. Era imparentato quale cognato con l’allora ministro   dell’economia Strauss, uno degli uomini politici allora più autorevoli della Germania e svolgeva, con ottimi  profitti, attività di rappresentanza. Fu spesso in Italia. Tornò anche a Tolmezzo, dove aveva avuto un’amante donna che mi fu dato di conoscere bene.
A prescindere da ciò ho riascoltato di recente delle mie preziose registrazioni fatte ad Avasinis sulla rappresaglia del 2 maggio 195, oltre trent’anni fa. Diverse donne ed uomini, testimoni della rappresaglia, raccontano ciascuno la propria storia fatta di particolari. Bisogna riascoltarle, quelle registrazioni, mentre il nastro si svolge lentamente. E allora ti rendi conto che le testimonianze sono precise e sincere rese nell’idioma friulano del luogo. Si tratta o diciamo si trattava di gente che aveva avuto delle vittime, sofferto, pianto disperatamente, provato paure: donne che al tempo della rappresaglia avevano 10 anni, oppure 15,16. Nelle testimonianze esse ricordano che i tedeschi camminavano per le viuzze lastricate del paese con pesante rumore di passi, in quanto  calzavano scarponi da montagna e non quindi gli stivali. Si trattava appunto di truppe alpine, e cioè di Karstjäger, Prinz Eugen ed altri su cui vengo a riferire nel prosieguo.
Le testimonianze sono di Anita Del Fabbro, classe 1935, Rina Da Mora, Anna Di Doi, Maria Rodaro… e di qualche uomo. Una di esse ricorda : Ci avevano ammassate in una stanza a pian terreno, nella quale avevano oscurato le finestre con delle coperte, una specie di carcere. Eravamo qualche decina con alcuni uomini. Dei tedeschi ci davano della cioccolata e altro per tenerci buone, mentre altri, quelli che avevano ucciso e continuavano ad uccidere, giravano per il paese e si sentivano spari, grida e pianti. Anch’io gridavo, volevo raggiungere la mia casa per vedere di mia madre. Un giovane tedesco, vero tedesco, disse che mi avrebbe accompagnata   e  quindi lo seguii. Era garbato. Mi confidò che la sua famiglia, in Germania, era stata distrutta dai bombardamenti. Quando fummo vicini alla casa lui volle precedermi per cui aperse la porta della cucina e poi la chiuse velocemente, dicendomi che lì non c’era, ma invece l’aveva vista, stesa morta per terra, ma volle evitarmi lo strazio. Andiamo di sopra” , aggiunse. “Quindi salimmo ma nemmeno di sopra mia madre c’era. Tornammo nella casa dove ci tenevano raggruppati sotto controllo. Io però non avevo pace e insistevo che volevo trovare mia madre. Un altro giovane tedesco, anche quello vero tedesco, mi prese sottobraccio e tornammo giù. Aperse la porta della cucina e vidi mia madre morta, per terra, crivellata di colpi. Cominciai a urlare con tutta la mia energia ( mi soi metuda a begheraa…!) Dalla casa vicina uscirono dei soldati e vennero verso di noi ma il giovane tedesco, urlando col fucile in mano, li allontanò dicendo :” Fertig Kaputt” (finito uccidere). Era sera “.
Ma c’è dell’altro e questa è la novità. Una donna di Avasinis, proprio nei giorni che raccolsi le testimonianze, si tratta credo di Maria Rodaro o di altra testimone, una donna comunque energica, mi disse che i militari della rappresaglia con cui lei, pur nella tragicità del momento, ebbe a conversare, parlavano tedesco, boemo, croato friulano ed anche spagnolo.
“Ma come, che dice “- esclamai – “ Parlavano spagnolo ?”- “ Si, le assicuro che parlavano spagnolo e io ne sono testimone 
Rimasi incredulo e lasciai perdere, sbagliando.
Gli spagnoli, invece, c’erano veramente. Me lo confermò Kühbandner in Germania. Lui li ebbe proprio sotto il suo comando nell’”Adriatisches Küstenland” ed  al riguardo mi riferì diversi particolari.
Ma chi erano questi spagnoli ? Erano parte di circa un migliaio di elementi ex appartenenti a due unità spagnole impiegate sul fronte orientale e fatte poi rientrare in Spagna, dal generalissimo Franco, per opportunità politiche : la Blauen Division che fu ritirata dal fronte nel novembre 1943 e la Legion Azul che fu richiamata nel febbraio-aprile1944. I restanti dell’entità accennata, che rifiutarono il rimpatrio  in quanto fedelissimi all’ideale della Nuova Europa ideata dai nazionalsocialisti, mentre  la Freiwilligen Einheit, fu destinata nel Litorale Adriatico, formarono tre compagnie di Waffen SS. ed ebbero varie destinazioni. Altri ancora fecero parte della SS. Jagdverband Sud-Ovest di Skorzeny,  della 1° Compagnia della Division Vallonie di Leon Degrelle, del battaglione Azquerra che lottò per la difesa di Berlino, della division Brandenburg e di una piccola unità, comandata da Martinez Alberich che operò nei dintorni del Brennero.
 La Freiwilligen Einheit, giunta in Italia, risultò sottoposta al comando dell’Untersturmfuehrer(Sottotenente) Josè Ortiz Fernandez, già falangista della “Delegacion Nacional de Sindacatos” de Madrid.
Inizialmente gli spagnoli furono acquartierati a Tolmezzo ed una parte spostata poi a San Giorgio di Nogaro. Secondo una memoria di appunti in spagnolo di uno di loro “ … en Tolmezzo nos riorganizamos come podimos. Tolmezzo era una torre di Babel. Habia croatos, espanoles, hungaros, italianos, rusos blancos, menos alemanes de verdad”.
Come accennato in narrativa la Freiwilligen Einheit passò in forza alla Karstjäger, fu sottoposta agli ordini di Kühbandner e partecipò a varie azioni antipartigiane, una delle quali sul monte San Vito, dove alcuni spagnoli caddero e fra questi Anton Chistu Vallejo.
A fine storico ebbi vari altri rapporti con degli ex Karstjäger in Austria, Alto Adige, Germania e con taluni che erano emigrati. Contattai ed incontrai in Germania l’ex SS. Sturmbannfuehrer Josef Berschneider nazionalsocialista della prima ora, che fu tra i fondatori del battaglione Karstwehr, dapprima comandante di compagnia e poi, per un periodo, comandante della stessa divisione prima che questa venisse riformata in brigata. Berschneider ebbe una parte rilevante nell’attacco alla guarnigione italiana di Tarvisio di cui ottenne la resa. Egli mi dette conferma su quanto riferitomi da Kühbandner circa la presenza di forze Karstjäger, integrate da forze  del  battaglione di complemento Waffen SS, Prinz Eugen e dalla Freiwillign Einheit spagnola sulla nazionale Udine-Tarvisio e su quanto ivi accadde nonchè  sugli eventi relativi al successivo posizionamento in Val Canale e in Austria fino al momento della resa.
La presenza degli spagnoli a copertura della ritirata è comunque provata anche da un’affermazione contenuta nella memoria di appunti già richiamata :” ...La compagnia di Josè Ortiz tiene come obiectivo cubrir la ritirada de la fuerzas de la Wehrmachte de la Waffen SS.  que retroceden da Italia en direcciòn a Austria “.          
La compagnia svolse il compito di protezione fino a Pontebba in val Canale. Qui itedeschi proponevano che tutte le forze in ritirata dovessero raggiungere i Carpazi a fine di contendere l’avanzata dei sovietici. Josè Ortiz assieme ai suoi uomini decise però di non proseguire, essendo evidente che ormai la fine della guerra era imminente ed era quindi doveroso pensare a come risolvere il proprio rientro in patria.

                                                    *      *      *

(Seconda puntata - Pubblicata dal Gazzettino di Venezia il 21 novembre 2005, aggiornata con qualche recente perfezionamento) 

Quali possano essere state le effettive responsabilità degli spagnoli nella rappresaglia di Avasinis, che costò 51 vittime civile e 25 feriti, e’ difficile dirlo. Essi comunque fecero parte della forza che fu comandata su Avasinis, ma l’effettiva azione esecutiva, secondo quanto potei dedurre dalle testimonianze  dei superstiti e da altri indizi, in quanto ad uccisioni,  sarebbe stata condotta   da un ristretto numero di elementi preventivamente designati : tedeschi ed  austriaci per cui la presenza spagnola assumerebbe veste formale.
Tornando alla rappresaglia i non addetti al compito di uccidere e adibiti comunque a vigilare, tra cui molti erano giovani, sempre secondo le testimonianze dei superstiti di Avasinis, offrivano conforto ai congiunti straziati dal dolore, considerando comunque le persone uccise un prezzo da pagare, una normale azione punitiva in base alle allora vigenti norme di guerra, eseguita però sconfinando nel crimine. Le vittime infatti non furono allineate per l’esecuzione né furono elencati i loro nomi ma vennero scelte lì per lì, con decisione sommaria individuale autocrata degli addetti. Fra le vittime sette risultarono ragazzi e bambini.
In quanto al responsabile dell’ordine di rappresaglia, in un incontro a Velden in Carinzia nel dopoguerra al quale fui invitato, l’ex generale Heinz Harmel comandante delle forze  in subordine a Globocnik mi dichiarò, rispondendo a domanda, presenti diversi ex ufficiali Karstjäger,  che l’ unità Karstjäger era del tutto autonoma in ogni sua decisione nei compiti della lotta antipartigiana. Al momento della ritirata ne era comandante l’SS. Obersturmbannfuehrer Wagner, successo al SS. Sturmbannfuehrer Werner Hahn.
Le forze comandate su Avasinis, dopo l’azione di rappresaglia, si ritirarono in  Austria puntando su Tolmezzo e poi su Paularo dove sostarono per rifocillarsi quindi, utilizzarono mulattiere e sentieri conosciuti su quelle montagne nel corso di varie azioni antiguerriglia e, superato  il confine, furono  in Austria. Altre forze, comandate di protezione a nord di Udine, imboccarono in ritirata la Val Canale e, giunte a Pontebba raggiunsero l'Austria superando il passo Nassfeld (Pramollo). Pioveva, faceva freddo  e le montagne erano fasciate di nebbia.  Fu a Pontebba che gli spagnoli  sostarono,  decisi a non proseguire, riunendosi ai restanti della  compagnia  che, lasciato Ospedaletto, avevano imboccato la nazionale. Talune forze  confluite a Pontebba lungo la nazionale, si trattava di Karstjäger, Prinz Eugen,  Gebirgsjäger, Schützen e flottiglie minori  raggiunsero poi Villach, dove erano state approntate posizioni di resistenza, nel mentre altre forze consistenti  provenienti dal fronte Sud-West(Italia) e più precisamente dalle ultime posizioni sul Po e sull'Adige , si spinsero oltre. Dopo di che intervenne il crollo.
Frattanto nei giorni successivi il 2 maggio sette sbandati che pare indossassero in parte l’uniforme delle Waffen SS. e in parte quella Repubblica Sociale Italiana, benché non vi fosse alcuna certezza che avessero preso parte alla rappresaglia, vennero uccisi bestialmente per ritorsione dalla popolazione di Avasinis, con forche e randelli, in un clima di  furibonda eccitazione. Altri undici sbandati tedeschi, rastrellati dai partigiani oltre venticinque chilometri a sud di Avasinis, in una zona deserta tra Pinzano e Valeriano, come da dettagliata descrizione resa nel mio volume “Lo Sterminio Mancato” finirono per essere portati ad Avasinis e qui, nonostante la loro estraneità all’azione di rappresaglia, vennero fucilati   lungo il torrente Leale, in località posta verso la confluenza del medesimo nel fiume Tagliamento. Seguirono varie  altre esecuzioni, singole  o di due tre elementi, senza  alcuna prova di colpevolezza.
 Non sono veritiere e quindi false le circostanze riferite, a partire da un certo momento nel dopoguerra, secondo una fantasiosa trovata di comodo per sovvertire come sempre la verità, intese a giustificare delle esecuzioni  compiute a punizione della rappresaglia, adducendo  che per una di esse si trattava di elementi  rastrellati dai partigiani  dopo l’azione sulle alture dei dintorni  dove gli stessi, gettate le  uniformi, avrebbero indossato degli abiti civili ritenuti  rubati nel villaggio in quanto sarebbero stati da taluno riconosciuti come tali. Si tratta di una  versione che non sta in piedi, utilizzata poi anche in un filmato locale, per incantare gli ignari. Non è credibile che degli elementi comandati nell'azione  possano aver scelto di restare rischiosamente nei dintorni del luogo dove la stessa ebbe esecuzione, addirittura indossando abiti rubati nelle case. Risulta, invece,  che i componenti dell'azione si rimisero in marcia il giorno il 3 maggio lasciando Avasinis e , in base ad accurati accertamenti, raggiunsero, in in vari modi, l'Austria. Capitolo a parte il centinaio di prigionieri cosacchi arresisi diversi giorni prima ad Avasinis per intercessione del parroco in nome dei bravi partigiani,  con la promessa che sarebbero stati rispettati e consegnati agli americani sottraendoli al timore di venire consegnati all'URSS. Fra gli stessi c’erano diverse donne, talune giovani e bambini, addirittura uno in fasce.Vennero invece uccisi in massa a raffiche di mitra sulle montagne sovrastanti Avasinis, da partigiani associati dell’Osoppo e Garibaldi,  come riferito dettagliatamente nel già citato mio volume “ Lo Sterminio Mancato”. I corpi delle povere vittime, dopo un tentativo maldestro di  bruciarli con del carburante, furono vilmente abbandonati sul luogo in sacrilego vilipendio delle più elementari norme di civiltà, senza sepoltura. Si tratta di un’incancellabile  vergogna che adombra la memoria partigiana...
Vi sono, comunque, altre vicende da evidenziare relative al teatro d’azione Ospedaletto-Gemona-Avasinis relativamente a quei giorni di fine guerra,  già da me pubblicate (Gazzettino di Venezia  del 1 e 2 agosto 2003),  di  cui taluna merita di essere qui richiamata. E’ il caso, ad esempio, di nove tedeschi delle forze di protezione lungo la nazionale, rimasti indietro per vigilare su un punto nevralgico del deflusso della ritirata : furono bloccati a località “ Gleseute” da un gruppo di partigiani dell’Osoppo mentre si dirigevano da Ospedaletto a Gemona, presumibilmente per arrendersi agli alleati  ormai segnalati in arrivo. Il capo partigiano osovano, certo M., intimò loro la resa ma questi si rifiutarono e chiesero, richiamandosi alle norme internazionali, di arrendersi a un esercito regolare e quindi di venire condotti, sotto scorta armata, a un comando alleato. Il capo osovano, adducendo di ritenerli responsabili dell’uccisione di un civile in una certa località, che fu trovato strangolato, fatto che i nove tedeschi respinsero sdegnosamente dimostrando che la località dove essi si trovavano durante il deflusso della ritirata, a scopo di protezione, non coincideva assolutamente con tale accusa, decise sbrigativamente di fucilarli, quindi ordinò ai suoi subalterni di aprire il fuoco. I nove tedeschi caddero  indifesi ancora col fucile in spalla e il loro capo con la pistola nella fondina in atteggiamento del tutto inoffensivo. Furono sepolti in una fossa comune. Alla loro riesumazione, nel maggio 1957, per essere inumati nel grande cimitero militare tedesco di Costernano sul Garda, in base a un documento di fonte tedesca in mio possesso, risultò che sui resti fu riscontrata  la mancanza dei rispettivi piastrini   di riconoscimento. Si tratta di un’azione di strage imprescrittibile che comportava legittimamente, anche per la sottrazione dei piastrini,  di essere perseguita giudiziariamente...
Passo ora alla vicenda degli spagnoli che va completata. Da testimonianze raccolte risulta che, nel corso della loro permanenza nel Litorale, essi manifestassero grande simpatia per il fascismo   per l'affinità con le teorie falangiste che riflettevano i principi di rinnovamento della Nuova Europa per la quale essi avevano combattuto assieme a varie unità di volontari che avevano formato le varie divisioni Waffen SS. ed unità minori. Credevano fermamente in quell’ideale che aveva affascinato il grande poeta americano Ezra Pound, il quale riteneva che l’ala sinistra del fascismo fosse la concezione vitale peril rinnovamento dell’Europa, come scrisse in un suo prezioso opuscolo che mi fu regalato con dedica  e che  conservo preziosamente,  Riccardo M. Degli Uberti, consulente letterario della nota casa editrice Sansoni e la cui famiglia ebbe stretti rapporti col grande poeta…
A Pontebba la compagnia spagnola, circa duecento uomini, dopo aver deciso di non proseguire verso un’ultima difesa tedesca, evidentemente ritenuta inutile, onde evitare il rischio di cadere in mano ai partigiani di Tito, che stavano infiltrandosi verso occidente, per cercare la propria salvezza si frazionò. Una sessantina della stessa si spinse verso Latisana e poi puntò su Trieste con l’obbiettivo di trovare una possibilità di imbarco per la Spagna. Prima di entrare nella città si videro costretti a procurarsi degli abiti civili  che riuscì loro di rubare, quindi gettarono le loro uniformi dai fregi tedeschi, ma furono ugualmente notati, riconosciuti e quindi arrestati e incarcerati. Un commissario partigiano, che aveva combattuto nelle brigate internazionali in Spagna, li insultò e sentenziò la loro condanna a morte. Per miracolo l’esecuzione venne, poi, annullata. Altri  componenti la compagnia caddero ugualmente in mano partigiana e subirono varie carcerazioni per poi venire destinati in campi di raccolta, a Rimini, vicino a Padova e ad Afragolaa nord di Napoli. Altri ancora sulla strada per Padova  trovarono un convoglio  di rimpatriati italiani al quale si unirono. Raggiunsero Milano e qui presero contatti col consolato spagnolo. Furono alloggiati  all’Hotel Espana. Vi furono comunque varie peripezie, ma infine il rimpatrio degli uomini della compagnia di Josè Ortiz fu raggiunto.
In quanto alla Karstjäger, nella sua formazione iniziale, non fu adibita alla custodia di un lager come qualcuno ebbe a sostenere. La  stessa nacque con elementi volontari qualificati provenienti da varie unità, a Pottenstein nell’Oberfranken, come unità destinata a ricerche per  lo studio delle cavità carsiche od anche per essere paracadutata nel Caucaso dietro le linee nemiche. Ricevette una formazione per la “lotta individuale” e la
“ lotta ravvicinata” per cui il vero impiego era la guerra di bande nei territori carsici e dietro le linee nemiche per cui  Pottenstein era stata scelta, appunto, come zona carsica utile per la preparazione, data la presenza di voragini. 
In un suo rapporto Erich Kühbandner mi riferì l’atroce fine che i partigiani slavi riservavano ai Karstjäger e comunque ai tedeschi, che cadevano nelle loro mani, con torture irriferibili e bestiali.
L’unità ebbe un peso determinante nella lotta di repressione antipartigiana nell’intero territorio dell’Adriatisches Küstenland. Le ultime tre compagnie, costituite ad Ugovizza con sudtirolesi, non arrivarono però concretamente ad operare.
Kühbandner morì nell’ottobre del 1991 per un male incurabile. Era nato nel 1921. Nel 1939 entrò volontario nel reggimento SS. Deutschland di cui  portava orgoglioso la fascetta sulla manica sinistra all'inizio dell’avambraccio. Partecipò a tutte le campagne e in Polonia prese parte all’assalto della fortezza Modlin. Fu paracadutato a Rotterdam. Fu in Belgio, Francia e pure a Dunkirchen. Divenne tenente a 19 anni e fu quindi impiegato al fronte, in Ungheria, Jugoslavia, Grecia, Russia. Entrò infine a far parte del Karstwehr Bataillon che poi divenne Karstjäger Bataillon. Fu ferito quattro volte e decorato. Fu infine tra i quattro Karstjäger che Hitler, nel suo quartier generale, decorò personalmente con la “ Goldener Bandenkamf Abzeichen” quale  ricompensa al valore  per cento giorni di lotta ravvicinata contro le bande.
 31 agosto 2013

PIER ARRIGO CARNIER                                      
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