lunedì 31 dicembre 2018



ROMANIA CON BREVI ACCENNI ALLA IUGOSLAVIA di JOSIP BROZ TITO.


BUKAREST. Grande capitale rumena, nazione ricca di eventi storici  e di cui non si possono ignorare le tenebrose e fascinose leggende, nè  si può  dimenticare il presidente Cjausesku, assassinato assieme alla  moglie col crollo del comunismo, dipinto con termini spietati dal capitalismo occidentale di cui però molti cittadini rumeni parlano invece bene. Analogo è il  caso di Josip Broz Tito, criminalizzato motivatamente dagli italiani quale responsabile delle vittime delle foibe, argomento che tuttavia andrebbe spiegato accuratamente, ma creatore di una Iugoslavia forte ed unita, nella quale molti cittadini che vissero quel periodo, riconoscono che si viveva bene.Tito aveva creato a Belgrado la base dei non allineati, cioè degli stati non aderenti al potere plutocratico economico-finanziario della Gran Bretagna e Stati Uniti, onde  stabilire un bilanciamento, il che era importante. Il suo ardito sganciamento dall' URSS, nel 1948, aveva creato una condizione di favore all' Italia, costringendo il dittatore sovietico, Stalin, mancandogli il supporto dell' area balcanica,  a recedere dal programma di espansione egemonica in occidente che includeva anche il nord Italia. Nella Federativa Iugoslava, nei centri cittadini, nel periodo titino regnava un' aria distensiva d' intonazione populista e, nei pubblici locali, risuonava costante il suono nostalgico di canzoni resistenziali che in certo senso era anche piacevole.  Negli ultimi tempi risuonava una canzone evocativa molto gradevole dal titolo " Iugoslavie" che a me sinceramente piaceva. Oggi quella Iugoslavia forte ed unita, in seguito ad intese decisionali, per certi versi occulte, dei grandi poteri economico-finanziari  a cui la sua unità non era gradita, è stata frantumata in sei repubbliche : Slovenia, Bosnia, Montenegro, Croazia Serbia, Macedonia a cui si aggiungono due province autonome.

31 dicembre 2018                                                CARNIER PIER ARRIGO

domenica 23 dicembre 2018



UDINE TG CANALE 110 - ARGOMENTO : LA RESISTENZA.

PIER ARRIGO CARNIER·DOMENICA 23 DICEMBRE 2018




 Mi riferisco alla trasmissione del 21 dicembre alle ore 20, su UDINE TG - CANALE 110, concernente la resistenza, in cui sono stati introdotti degli spezzoni di mie dichiarazioni rilasciate nell'intervista del 8 novembre u.s.-
Desideravo che l'argomento da me introdotto nella precedente puntata del 7 dicembre poco prima della chiusura, concernente l' assassinio per mano partigiana di 6 (sei) ufficiali alleati delle missioni accreditate, mediante lanci aerei presso le organizzazioni partigiane, essendo a mio giudizio di notevole rilevanza nelle sue motivazioni, fosse stato ripreso per riferire anche sulla fine collegata del comandante Mirko (Arko Mirko), ma purtroppo l' evolversi della trasmissione non lo ha consentito.
In riferimento al centinaio di cosacchi di Avasinis, arresisi ai partigiani verso fine aprile 1945, sulla parola d'onore, confermata dal parroco don Zossi, che avrebbero avuto salva la vita e furono invece massacrati e lasciati senza sepoltura sulle montagne sovrastanti, dove i poveri resti rimasero abbandonati per quattro anni, il conduttore responsabile, giornalista Terasso, ha esibito, con parole appropriate, un documento rilevante da me consegnatogli tratto dal mio archivio, e cioè copia del dispositivo della Pretura di Gemona del Friuli datato 15 ottobre 1949, diretto al Comando Stazione Carabinieri di Osoppo, ordinatorio del ricupero dei resti del massacro con quanto vi consegue.
Su centinaio di cosacchi massacrati formato da militari in prevalenza anziani, donne e bambini, riguardo i quali il parroco don Zossi lasciò scritto nel suo diario che "" ..nella loro permanenza non avevano mai fatto male "" va aggiunto che, dalla mia indagine ricognitiva, risultò che sui poveri resti non fu trovato alcun piastrino di riconoscimento (Erkennungs Marke), nè alcun documento di identità, nè altro ....
Ci tengo a precisare che il diario di don Terenzio Zossi, documento testimoniale prezioso, fui io a procurarlo dopo il decesso del medesimo, recandomi presso il depositario don Terenzio di Gianantonio, parroco di Cazzaso (Tolmezzo) il quale già mi conosceva come autore. Feci del diario, prima della restituzione, tre copie autentiche e pubblicai le parti più incisive di valore testimoniale sulle vicende di Avasinis, nel mio volume "Lo Sterminio Mancato "- Mursia-Milano 1982, prima edizione cui altre seguirono.
Stante il fatto che fisicamente non ero presente, il 21 dicembre corr. , nella sede di trasmissione, non mi è stato possibile contestare, in riferimento alla menzionata rappresaglia tedesca su Avasinis, verificatasi il 2 maggio 1945 dopo l’ avvenuta completa evacuazione delle migliaia di cosacchi di Alesso e dintorni, delle versioni che reputo errate e pressapochiste dei fatti da parte di intervistati presenti. La rappresaglia, con un ampio lavoro di ricognizione, è stata minuziosamente da me descritta nel volume "Lo Sterminio Mancato" e in vari articoli documentati successivi, pubblicati da "Il Gazzettino", supportati da testimonianze di cittadini di Avasinis e di fonte tedesca. La rappresaglia fu attuata da contingenti congiunti tedeschi della"Waffen SS. Gebirgs Brigade "Karstjaeger" con aggregata la formazione "" Einheit ex Blaue Division spagnola"" e ""Waffen SS. Gebirgs Division Prinz Eugen"", forze che si trovavano stazionate ad Ospedaletto a protezione della ritirata dal fronte del Po sulla nazionale Udine-Tarvisio. Mi permetto di aggiungere, per porre fine a versioni pressapochiste di esordienti e non, un ufficiale di mia conoscenza personale, verso le ore 12 del 2 maggio, entrò nel villaggio....
Per concludere mi fa piacere ricordare che, il noto commissario partigiano "Andrea" (Mario Lizzero), della Garibaldi, l' uomo che riuscì ad imporre, in uno dei momenti più oscuri e tragici della resistenza rossa sulle montagne della Carnia, la continuazione della lotta ed al quale, nel dopoguerra, era noto che io conoscevo bene vari retroscena della stessa, nonostante tra noi vi fossero delle divergenze di valutazione, ritenne di asserire che, la posizione precisa da me assunta, andava rispettata, il che risulta affermato dal neo laureando Gregorio Venir, nella sua tesi in storia contemporanea discussa presso l' Università di Bologna nel 1994 dal titolo "I Cosacchi in Carnia 1944-1945" e poi pubblicata. L' autore a proposito dei dialoghi affrontati con Lizzero, onde comprendere orientamenti e fatti della resistenza, riferisce a pag. 40 :""Credo che sia opportuno esaminare più da vicino la posizione del Carnier, che è un nome che spesso ricorre anche nelle parole di Lizzero. Nell' impossibilità di contattarlo personalmente, bisogna accontentarsi dei suoi scritti che, peraltro credo contengano sufficienti indicazioni sulla sua posizione...."". Dopo varie considerazioni sugli eventi resistenziali scrive poi il Venir :"".. credo che in fin dei conti la posizione di Carnier è qui forse la più obbiettiva e la più vicina al vero, se parecchi testi paiono sorvolare sull' accaduto........qualcosa di vero in ciò che dice Carnier c'è, per cui evidentemente ci sono precise responsabilità partigiane.."">Infine a pag. 81, in un ' intervista rilasciata dal Lizzero, il medesimo afferma : ""Carnier ha preso una posizione precisa e va rispettato "".
23 dicembre 2018 CARNIER PIER ARRIGO

sabato 22 dicembre 2018

DIALOGO INTERESSANTE



DIALOGO INTERESSANTE... E' GIUSTO CHE SI SAPPIA CHE...



Вадимъ Ревинъ Caro Pierre Coloro che vivono a Stoccarda non sono cosacchi di Kuban !!! Indossano uniformi cosacchi, ma non sono cosacchi. Più precisamente, del numero totale di persone in questo gruppo di cosacchi reali, solo il 10%. Sfortunatamente, ai nostri giorni, molte persone si presentano come Cosacchi, ma in realtà non sono tali.
Possa Dio concederti salute, caro Pierre. Mi fa  molto piacere incontrarti l'anno prossimo a Lienz. Stoccarda (Deutschland) 21 dicembre 2018.
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Pier Arrigo Carnier.  Grazie per la sollecita interessante risposta riguardo il fatto che vi sono elementi che si spacciano per cosacchi e non sono cosacchi. L' anno scorso sono giunti a casa mia, qui nel Friuli a Porcia Pordenone, a farmi visita Frau Majnenger e un cosacco, cognome Waldemar, che si presentò come atamano. Li avevo già conosciuti a "Peggetz" nel 2016, quando io tenni  il discorso commemorativo dinanzi al monumento del generale Helmut von Pannwitz. Avevano in mano un libro di riproduzioni fotografiche relativo ai cosacchi che furono in Italia,   autore un italiano che non è uno storico ma un avventurista. Sfogliando le pagine rimasi indignato notando che gran parte delle foto furono prese abusivamente, in violazione della legge, dai miei volumi coperti da COPYRIGHT pubblicati in Italia da grandi editori fin dal 1965 ("L' Armata cosacca in Italia 1944-1945" -"Lo Sterminio Mancato" etc.etc.) e quindi appartenenti al mio archivio privato.Ho naturalmente subito informato il mio legale avvocato per decidere i provvedimenti di legge del caso. Mi sento molto offeso  se questo libro (che nemmeno merita di chiamarsi libro) è  presente nella Cappella russo-ortodossa di "Peggetz", io che ho contribuito a far conoscere in Italia e al mondo la vera storia dell' armata cosacca in Italia e la tragedia della Drava, attraverso le mie pubblicazioni e il film "Kossackja", realizzato dalla Direzione della TV.Nazionale Italiana di Roma sul contenuto del menzionato mio libro e su documenti del mio archivio, della durata di due  ore, e mediante  centinaia e centinaia di articoli  come giornalista, in sessant' anni di attività, sulla stampa italiana. Caro cosacco dobbiamo sentirci ancora su questo e sulla mistificazione di altri scritti..., frattanto,  porgo cordiali saluti ed anche Auguri di buone feste.
 21 dicembre 2018                                          CARNIER PIER ARRIGO.

martedì 18 dicembre 2018

PROFILO DELL' ATAMANO GENERALE W.G. NAUMENKO

CARNIER PIER ARRIGO, storico e giornalista

ATAMAN  GENERAL KUBANSKJ WIACESLAW  NAUMENKO


Кубанский казак, генерал Вячеслав Григорьевич Науменко. Первопоходник. Активный участник Гражданской войны на Юге России. Эмигрант. Атаман Кубанского казачьего войска за рубежом. Фото опубликовано Олегом Карповым в группе "ВИК Корниловский конный полк". Фото вижу впервые.

Pier Arrigo Carnier Ho conosciuto personalmente l'ataman generale Wiaceslaw Naumenko che mi dedicò anche  un suo libro con dedica che riportai in tutte le varie edizioni del mio libro "L'Armata Cosacca in Italia 1944-1945"- Edizione MURSIA-Milano  e cioè : <  A buon ricordo al molto riverito Pier Arrigo Carnier, in segno della mia amicizia per il suo vero cameratismo verso il popolo cosacco e per la sua instancabile dedizione alla causa della tragedia cosacca. 29 marzo 1971 - Generale W.G. . Naumenko  > L' atamano generale Naumenko comandava in Italia,  nel 1944, i Cosacchi del Kuban,  e poi passò in Germania a fianco di Wlassow nella Russkaja Oswobodjetelnaja Armia. N el 1945, a fine guerra, si arrese agli americani in Baviera e non fu consegnato ai sovietici ma trasferito in America dove rese una testimonianza al Senato americano. Nel dopoguerra fece una visita in Austria e mi volle al suo fianco, quale testimone, sui luoghi della consegna ai sovietici, lungo la Drava alla periferia di Lienz, località "Peggetz" etc., dell' Armata cosacca comandata dal generale Domanow, e più a sud, dopo Oberdrauburg, della Freiwilligen Brigade Nord Kaukasus. Il generale Naumenko sapeva che io per primo, dopo la tragica consegna, giunsi dall'Italia sulla Drava ed interrogai i superstiti cosacchi riuniti nelle baracche di Lager "Peggetz" ( circa oltre 350 )con l' appoggio dell' allora Burgmeister di Lienz. Cari cosacchi di tutto il mondo ricordatemi perchè io conosco veramente a fondo le vicende della tragica consegna ai sovietici, effettuata da contingenti della Brigata ebraica "Jewis Brigade" fatti arrivare da Tarvisio (Italia), ed ho dichiarato e scritto la verità !!! Negli anni settanta (1970) il cosacco Lychaczow Wassili, sfuggito alla consegna e viveva a Spittal an der Drau (Austria) accompagnandomi nel cimitero di Delsach (Osttirol) e sulla piana a sud di Lienz, dove furono sepolti degli ufficiali cosacchi che si erano suicidati, impiccandosi, per non subire la consegna ai sovietici, operazione che fu effettuata con brutalità e violenza, inginocchiandosi  e piangendo sulle tombe degli ufficiali Galuschkin (Polkovnik) e Golovinskij disse :< ...tu che hai scritto la verità sui cosacchi, tu vivrai oltre cento anni !!!.>. Ed anche io sinceramente piansi !!! 18 dicembre 2018. CARNIER PIER ARRIGO, delegato ufficiale, per la storia, del 15° Corpo di cavalleria cosacca che combattè nei Balcani (1943-1945).
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lunedì 10 dicembre 2018

SPIACEVOLMENTE DELUDENTE LA PRIMA VIDEOPUNTATA



OSSERVAZIONI MOTIVATE SULLA PRIMA VIDEOPUNTATA DELLA RESISTENZA NEL FRIULI

La trasmissione rievocativa sulla resistenza, andata in onda come prima puntata alle ore 20 del giorno 7 dicembre sulla TV. udinese -canale 110, ha deluso profondamente un rilevante numero di ascoltatori che avevo ritenuto preventivamente di informare. La delusione sta nel fatto che l’intero spazio a disposizione è stato assorbito dai due primi intervistati, rivelando il completo disaccordo tra loro, cui si aggiunge il limitatissimo tempo concesso alla mia intervista praticamente appena introdotta nelle prime battute. Trascrivo qui di seguito, uno dei messaggi pervenutimi via mail :

    “” Enia Boscarato Sono rimasta ad ascoltare tutta l'intervista del 7 c.m. sul canale 110 Udine, in streaming. Mi ha meravigliato molto il disaccordo dei due intervistati. Stavano parlando degli stessi fatti storici ma senza una coerenza che li vedesse uniti. Come pure mi ha stupito il fatto che l'intervista fatta a lei sia stata molto blanda senza darle il tempo di esprimere i fatti da lei sostenuti. Sono delusa e spero che la prossima volta le sia consentito un intervento più completo.
Con la stima di sempre, la saluto caramente.
09.12. 2018
Riporto inoltre il comunicato da me diffuso il 09.12.2018 sui miei siti BLOGGER e ILIAD

COMUNICATO

Alle ore 20 di venerdì 7 corr. è andata in onda nella TV. udinese, canale 110 la prima puntata sulle vicende di guerra relative al periodo 1943-1945 argomento sul quale, circa un mese fa, ero stato intervistato nella mia residenza di Porcia di Pordenone. Spiacevolmente l'introduzione intesa ad esprimere valutazioni storiche sull ' insorgenza partigiana, ha chiesto tempo per cui solo una breve parte della mia intervista è stata utilizzata con un intervento sul caso Mirko cui ebbe ad accennare un altro intervistato. L' argomento è scottante e meritava, per il pubblico in ascolto, una degna premessa sulle circostanze che ritengo doverosamente di dover dare nella prossima puntata. In ogni caso nel breve stralcio d'intervista dichiarai che Mirko (Arko Mirko) dopo essere stato destituito dal comando della Renato Garibaldildi, accusato dal medesimo di debolezza nel fronteggiare l'azione dei rastrellamenti tedeschi di fine estate 1944, venne assassinato assieme alla compagna Katia (Bonanni Gisella), in quanto fece sapere che ai vincitori alleati in arrivo, denunciava l' avvenuto assassinio per mano partigiana comunista ( crimine imprescrittibile) di sei ufficiali alleati accreditati in appoggio alle formazioni partigiane. Fui io, a suo tempo, e non i partigiani trincerati i una cripta di vile mutismo, a prendere contatto con le competenti autorità della Federativa iugoslava ed i congiunti del Mirko, rendendo noto il duplice assassinio. Per questa mia decisione, dettata dalla coscienza in quanto avevo conosciuto personalmente Mirko di cui stimavo, sotto il profilo storico, l’ inamovibile coerenza ideale e l’ interesse suscitato dal suo piglio da Che Guevara negli strati sociali soccombenti, ed altrettanto Katia, fui nominato, nella Federativa, procuratore irrevocabile onde fare piena luce luce e raccogliere tutte le possibili prove di condanna sul duplice assassinio ciò che infatti feci, informando l’ Autorità iugoslava e l‘opinione pubblica con grandi articoli sulla stampa. Le motivazioni che accertai non risultarono quelle che furono sbandierate da fonti di parte (partigiane) e nemmeno quelle messe in piedi a casaccio, nel dopoguerra, da qualche pressapochista da sottobosco su per la Carnia, ma ben altre, da me rivelate su base documentale nel mio volume "Lo Sterminio Mancato"- pagine 418- Mursia-Milano 1982. Un certo capo della Garibaldi, che si dichiarava addetto ai servizi informazioni, poco dopo l' avvenuto assassinio andava dichiarando il falso nella zona di Socchieve, Enemonzo, Feltrone nell’ informare che , su decisione del comando della Garibaldi, Mirko era stato " fatto rientrare" in Iugoslavia. Notevolmente interessato ai contenuti del citato mio volume e di altri miei scritti giunse da Londra ad incontrarmi lo storiografo Richard Lamb, biografo di Winston Churcill, che fu mio ospite e che poi mi ricordò in una sua pubblicazione dal titolo “La Guerra in Italia” ovviamente diffusa in Italia.. Successivamente, sempre per motivato interesse destato dal mio volume, inviato dal prof. Gerald Fleming dell' Università di Oxford, alla Suprema Corte di Giustizia di Israele, una missione della stessa guidata da giudice Michael Horowitz, previe intese con me tramite l' Ambasciata d' Italia di Tel Aviv, unitamente al capo della DIGOS di Trieste dottor Abbate, venne ad incontrarmi in Italia nella mia residenza onde ascoltare le mie dichiarazioni e raccogliere prove, che io consegnai, inerenti alla vicenda dell’ ucraino Ivan Demanjuk, estradato dal Canadà e sotto processo in Israele, falsamente accusato di essere il boia di Treblinka, già condannato a morte in prima istanza e poi prosciolto in base ad elementi determinanti da me forniti e confermati dalla mia testimonianza resa in giudizio. Avrei comunque ben altre verità da dire, una delle quali sul caso "Olmo", partigiano della Garibaldi esecutato (assassinato ) nell' autunno 1944 nei boschi dell’ alta Val Pesarina a seguito di una messinscena orchestrata da alcuni partigiani per seppellire nel silenzio delle fondate accuse dalle quali erano seriamente coinvolti... Peccato che certe vecchie malghe, sulle montagne della Carnia, ad ovest verso il Cadore, a me tanto care per la loro arcaicità non possano parlare. Quello che mi urta è quell' aria delle facce di certi personaggi da "sicumera" che pretendono di gestire la storia della resistenza legati in qualche modo all’ instaurato potere politico, nati nella maggior parte nel dopoguerra, tra i quali un elemento donna che, pur dando il senso di non conoscere la storia vi si avventura a ciarlare e vive in Carnia da dove lancia i suoi giudizi e grida di protesta di parte, che hanno il pietoso effetto di foglie cadenti...
Cari lettori, ritengo utile qui riportare , a conclusione, quanto puntualizzato in altro mio recente post, quale osservazione critica su questioni di principio estremamente rilevanti . Oggi su singole uccisioni e stragi del periodo resistenziale (1944-1945) trattate da autori esordienti e non, onde rendere i propri scritti in sintonia col clima dominante della politica di sinistra e quindi rendersi graditi e simpatici alla stessa, tutrice della resistenza, si assolve globalmente qualsiasi oscuro aspetto, cancellando con un colpo di spugna delitti e stragi, considerando vanificata da giusta causa ogni possibilità di imputazione e ritenendo inutile ogni analisi, con una fraseologia abilmente generata del tipo seguente: “"... poichè il tutto ebbe a verificarsi combattendo una guerra dal confine incerto tra il giusto e l’ ingiusto o tra il bene ed il male, col risultato della riconquistata libertà pagata con la propria vita"”. Oppure come scrisse altra fonte, frase che riporto a memoria : “” ...I partigiani furono odiati ed invisi dalla gente per le loro malefatte, ma non va mai dimenticato che hanno combattuto, a rischio della loro vita, per la loro e la tua libertà “”. Mi permetto di osservare che, entrambi i concetti non rispondono a una logica di principio per cui, sotto il profilo storico, vanno censurati per il seguente motivo:- La lotta partigiana era regolata dal motto “” Spara e fuggi”” per cui le forze di occupazione tedesche, esaurite le possibilità di arrestare i responsabili come stabilito dalle norme internazionali , disponevano l’ applicazione della rappresaglia, che si abbatteva mediante esecuzioni secondo la regola del 10x1, sulle popolazioni civili. Quindi in molteplici casi furono i civili, del tutto innocenti, che pagarono con la vita il prezzo delle azioni partigiane. La versione accomodante che i partigiani mettevano a rischio “” la loro vita per la loro e la tua libertà” , in ogni caso non regge nel senso che la preponderanza delle forze partigiane operava animata dall’ obbiettivo che, l’insurrezione, fosse base di lancio per dar vita a un potere governante di ispirazione proletaria, comunista o in ogni caso progressista, su cui campeggiava idealmente l‘ immagine dominante della Russia stalinista, simbolo di uguaglianza e giustizia, ma non li libertà, trattandosi, come sappiamo, di un regime totalitario. Quindi le belle parole delle citate due distinte frasi riportate in narrativa, intese ad affermare che, la riconquistata libertà, fu assorbente e assolutoria di omicidi, stragi etc. non connettono con la ragione ideale politica di sinistra che dominò la prevalente lotta partigiana, ma non significava libertà. Nel dopoguerra, la Magistratura sottopose infatti a processo molte vicende partigiane con condanne di reati ritenuti inammissibili ai fini della lotta e molti degli imputati si salvarono emigrando all’ estero, in Cecoslovacchia e Iugoslavia dove godettero di protezione contro l’estradizione, in attesa di amnistie e prescrizione dei reati. Nei pronunciamenti della Magistratura vi fu tuttavia una certa tolleranza largheggiando nelle assoluzioni con riconoscimento del concetto di giusta causa.
Sulle vicende della resistenza il film del regista americano Spiche Lee “ Miracolo a S.Anna” , girato nel 2008 a S.Anna di Stazzema, rievocando le circostanze di una dura rappresaglia tedesca risalente al 1944, ha aperto gli occhi gli italiani sul motto “” Spara e fuggi” vale a dire sul sistema di colpire il nemico alle spalle sfuggendo alle conseguenti responsabilità, metodo tassativamente condannato dalle norme di guerra internazionali... Nella “prima” del film, a Firenze, è scattato infatti l’applauso ed il regista è rientrato negli Stati Uniti con la cittadinanza onoraria di Stazzema. Pur condividendo che la resistenza ebbe complesse ed evidenti difficoltà, come tutte le insurrezioni, con incertezze tra il giusto e l’ingiusto e riconoscendo, ovviamente,l’ operato della stessa laddove si fosse reso necessario difendere l’ italianità e la dignità nazionale, dissento però fermamente dalle fragili affermazioni assolutorie in precedenza menzionate, legittimate dal ritenuto merito partigiano della “”riconquistata libertà””, che non rispecchia la realtà oggettiva della lotta in quanto la preponderanza della stessa, come già precisato, non si era battuta per la democrazia ma col proposito di instaurare, a fine conflitto, un regime di sinistra. A fine guerra infatti, se non vi fossero state sul territorio nazionale le divisioni corazzate alleate unitamente all'armata polacca di generale Anders, che dette un notevole contributo al mantenimento dell’ ordine, l 'Italia, come prevedeva ed ebbe ad asserire il leader comunista Palmiro Togliatti, tribuno senza dubbio di notevole abilità educato alla scuola di Stalin, col cui consenso fu artefice della importante svolta politica di Salerno, avrebbe avuto un governo se non comunista quantomeno progressista. Per concludere la riconquistata libertà per quanto riguarda l’ Italia, che segnò la fine del fascismo e dell’ alleanza con la Germania nazionalsocialista, fu dovuta alla vittoria delle forze militari alleate anglo-americane a cui certamente dettero un contributo l’ armata polacca di Anders e le componenti dell ’ esercito italiano del Sud...

10 dicembre 2018 CARNIER PIER ARRIGO









domenica 9 dicembre 2018

A PROPOSITO DELLA RESISTENZA


SERVIZIO RIEVOCATIVO SULLA RESISTENZA NEL FRIULI

PIER ARRIGO CARNIER·DOMENICA 9 DICEMBRE 2018

COMUNICATO

Alle ore 20 di venerdì 7 corr. è andata in onda nella TV. udinese, canale 110  la prima puntata sulle vicende di guerra relative al periodo 1943-1945  argomento sul quale, circa un mese fa, ero stato intervistato nella mia residenza di Porcia di Pordenone.  Spiacevolmente l'introduzione  intesa ad esprimere valutazioni storiche  sull ' insorgenza  partigiana,  ha chiesto tempo per cui solo una breve parte  della mia  intervista è stata utilizzata con un intervento sul caso Mirko cui ebbe ad accennare un altro intervistato. L' argomento è scottante e meritava, per il pubblico in ascolto, una degna premessa sulle circostanze che ritengo doverosamente  di dover  dare nella prossima puntata. In ogni caso nel breve stralcio d'intervista  dichiarai che Mirko (Arko Mirko) dopo essere stato destituito dal comando della Garibaldi, accusato dal  medesimo  di debolezza   nel fronteggiare l'azione dei rastrellamenti tedeschi di fine estate 1944, venne assassinato assieme alla compagna Katia (Bonanni Gisella),   in quanto  fece sapere che  ai vincitori alleati in arrivo, denunciava l' avvenuto  assassinio per mano partigiana comunista ( crimine imprescrittibile) di sei ufficiali alleati accreditati in appoggio alle formazioni partigiane. Fui io, a suo tempo,  e non i partigiani trincerati i una cripta di  vile mutismo, a prendere contatto con le competenti autorità della Federativa iugoslava ed i congiunti del Mirko, rendendo noto il duplice assassinio. Per questa mia decisione, dettata dalla coscienza in quanto avevo  conosciuto personalmente Mirko  di cui stimavo, sotto il profilo storico,  l’ inamovibile  coerenza ideale e l’ interesse suscitato dal suo piglio da Che Guevara negli strati sociali soccombenti, ed altrettanto Katia, fui nominato, nella Federativa, procuratore irrevocabile onde fare piena luce luce e raccogliere tutte le possibili prove di condanna sul duplice assassinio.
Le motivazioni che poi accertai non sono quelle che  furono sbandierate  da fonti interessate , ma ben altre, da me rivelate su base  documentale  nel mio volume "Lo Sterminio Mancato"- pagine 418- Mursia-Milano 1982. Un certo capo della resistenza, che si dichiarava addetto ai servizi informazione , andava dicendo nella zona di Socchieve, Enemonzo, Feltrone che, su decisione del comando della Garibaldi, Mirko era stato " fatto rientrare" in Iuoslavia.  In base ai  contenuti  del citato mio volume e di altri miei scritti giunse da Londra ad incontrarmi lo storiografo Richard Lamb,  biografo di Winston Churcill, che fu mio ospite. Successivamente,  sempre per motivato interesse destato dal volume,  inviato dal prof. Gerald Fleming dell' Università di Oxford,  alla Suprema Corte di Giustizia di Israele, una missione della stessa guidata da giudice Michael Horowitz, previe intese tramite l' Ambasciata d' Italia di Tel Aviv, unitamente al  capo della DIGOS di Trieste dottor Abbate, venne ad incontrarmi in Italia nella  mia residenza onde ascoltare le mie dichiarazioni e raccogliere prove, che io consegnai, inerenti alla vicenda dell ucraino Ivan Demanjk, sotto processo in Israele, falsamente accusato di essere il boia di Treblinka, già condannato a morte in prima istanza e poi prosciolto in base a elementi determinanti da me forniti e confermati dalla  mia testimonianza resa in giudizio.
 Avrei  comunque delle ben altre verità  da dire, una delle quali sul caso "0lmo", partigiano della Garibaldi esecutato nell' autunno 1944 nei boschi dell’ alta Val Pesarina a seguito di una messinscena orchestrata da alcuni partigiani  per seppellire nel silenzio delle fondate accuse... Peccato che certe vecchie malghe, sulle montagne della Carnia, ad ovest verso il Cadore, non possano parlare. Quello che mi urta è quell' aria delle facce  di  certi personaggi da "sicumera" che pretendono di gestire la storia della resistenza legati in qualche modo  all’ instaurato potere politico , nati nella maggior parte nel dopoguerra, tra i quali un elemento che, pur dando il senso di non conoscere la storia vi  si avventura a parlarne e vive in Carnia  da dove lancia i suoi giudizi di parte e grida di protesta che hanno poi l’effetto di foglie cadenti...

09 dicembre 2018                               CARNIER PIER ARRIGO 

giovedì 6 dicembre 2018

MIA INTERVISTA IN SENSO STORICO TESTIMONALE SU RILEVANTI VICENDE DI GUERRA DEL 1943-1945.



COMUNICATO

Informo che, alle ore 21 di domani  venerdì 7 dicembre, andrà in onda sul  CANALE 110  (UDINE)  una mia intervista che tratterà, in senso storico testimoniale,   rilevanti vicende del periodo di guerra 1943-1945. La stessa  sarà gestita dallo speaker Alberto Terasso noto giornalista già direttore del Gazzettino, filiale di Pordenone.

Agli amici Alessandro Carnier, Svetlana Egorova, Clara Floriana Carnier, Antonella Carnier, Marco Carnier, Pier Nicola Carnier, Beto Carnier, Anna Zucchiatti, Antonietta Teon,, Renata Machin, Maria Coletta Quiriconi, Luisanna Cappellotto, Mariam Celtica Smith, Eugen JssaK Martiniuk, Sandro Lizzi, Tanja Kasper, Enia Boscarato, Laura Zanardo, Stefano Fabei, Marco De Angelis, Lucia Sbiko Var Bicco, Irene Diana, Luca Leita, Nico Merz, Alida Carlevaris, Giacomo Oberto, Giovanni Bastianutti, Cinzia Di Lena, Cecilia Castelli, Renato Garibaldi, Marika Torresin, Luca Lenardussi, Bruno De Anna, Miurin Francesca, Dino Temil, Emiliano Di Gion, Gavino Farina, Rolando Rojatti, Michele De Monte, Ruslan Gavrilow, Mario Valci, Augusta Paolini, Clara Tavano, Paola Di Sopra, Ingrid Barrios Cartrò, Marika Rovanova e ai molti altri qui non citati.

06 dicembre 2018                                              CARNIER PIER ARRIGO

domenica 2 dicembre 2018

Recensione diffusa dal quotidiano indipendente TRENTINO LIBERO il 22.01.2017, sul mio volume “l’Armata cosacca...”



Recensione diffusa dal quotidiano indipendente TRENTINO LIBERO il 22.01.2017, sul mio volume “l’Armata cosacca...”


PIER ARRIGO CARNIER·DOMENICA 2 DICEMBRE 2018


Cari amici e lettori, soprattutto mi rivolgo ai giovani studenti in particolare universitari, mi è capitata nelle mani questa recensione,  sfuggitami a suo tempo, che invito a leggere perchè conferma la verità storica da me accertata  con un lungo  sofferto impegno condotto in silenzio in anni difficili, quando mancava ogni traccia documentale sull’ argomento e nulla si sapeva della tragedia cosacca della Drava, ed in genere la maggioranza degli ambienti culturali italiani,  succubi ed ammaestrati  a considerare la Resistenza patrimonio essenziale della  ricostruzione del Paese, mostravano  insofferenza a conoscerla, considerandola  oggetto di intralcio  alla linea politica ed agiografica della storiografia ufficiale.  Oggi, invece,  grazie il determinante mio primario contributo storiografico alla conoscenza della verità,  la tragedia ha assunto interesse storico internazionale.



“L’armata cosacca in Italia” di P. A. Carnier (ed. Mursia)

Doenica 22 gennaio 2017 - SERGIO STANCANELLI    

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Cosacchi, caucasici, georgiani, ucraini, bielorussi, turchestani furono nel 1944-1945 nell'Italia nord-orientale animati dal desiderio di riaffermare diversità culturali ed etniche che lo stalinismo deliberatamente aveva livellato – erano un milione di uomini, che arresisi agli alleati dopo la sconfitta della Germania col patto di non venire consegnati ai sovietici, vennero con cinismo da Churchill, in omaggio all'alleanza con la Russia e alla libertà per cui si era combattuto, consegnati a Stalin, che li fece tutti massacrare – Lo si è saputo dopo il crollo e la dissoluzione dei regimi comunisti dell'est: la perfida Albione non si smentisce – Capo dei cosacchi irredenti era il generale Pjotr Krassnoff, mitico autore del libro "Dall'aquila imperiale alla bandiera rossa", anch'egli assassinato
Verona, 22 gennaio 2017. - recensione di Sergio Stancanelli
Uno dei primi libri che lessi da bambino prelevandoli dalla biblioteca paterna, fu il romanzo "Dall'aquila imperiale alla bandiera rossa" del generale russo Pjotr Nikolajewitsch Krassnoff (ed. Salani, ricordo), che mi fece una grande impressione. Non credo sapevo, allora, che l'autore era vivente, e che quindi, teoricamente, avrei potuto conoscerlo anche di persona; né tanto meno avrei immaginato che sarebbe stato fatto assassinare da Josef Stalin dopo la fine della seconda guerra mondiale (come neanche immaginavo – eravamo nel 1935 – che ci sarebbe stata una seconda guerra mondiale). Le rivelazioni mi son venute da questo "L'armata cosacca in Italia 1944-1945", 171° numero della collana "Testimonianze fra cronaca e storia – Guerre fasciste e facce di bronzo alleate" dell'editore Ugo Mursia di Milano, 302 pagine, con fuori testo 95 fotografie di proprietà dell'autore, in origine lire 35mila, del quale è autore quel Pier Arrigo Carnier cui già si deve "Lo sterminio mancato" ("Trentino libero" 21 gennaio 2017). L'edizione è ampliata rispetto alla prima del 1965.
Nulla di meglio, mi pare, per presentare quest'opera, che estrapolarne quanto vi si legge nel primo risvolto di copertina, poi che difficilmente il cronista riuscirebbe a condensare con parole proprie altrettanto essenziali e sufficienti il contenuto del volume. Verso la fine della guerra i tedeschi avevano trasferito nell'Italia nord-orientale (Kosakenland) quelle truppe cosacche le quali, in opposizione al regime sovietico imperante nell'Urss, militavano sotto la bandiera dalla croce uncinata nella fiducia o la speranza che la vittoria del terzo Reich abbattesse il comunismo restituendo al loro popolo, così come a caucasici, georgiani, ucraini, bielorussi e turchestani, le differenziazioni etniche e culturali che lo stalinismo aveva deliberatamente livellato. Merito dell'autore è avere individuato l'importanza e la portata dell'opposizione al comunismo in Russia, manifestatasi anche in armi in un movimento imponente che portò un milione di combattenti dell'Europa orientale a militare contro il regime che con la violenza si era instaurato nelle loro terre.
Il destino di tutta quella gente fu segnato dalle pattuizioni di Yalta, secondo cui tutti coloro di germe russo che si fossero schierati avverso al regime comunista avrebbero dovuto al termine della guerra essere consegnati ai sovietici insieme con le loro famiglie. Il loro destino fu scientemente sacrificato e sottaciuto dagli anglo-americani, che in omaggio all'alleanza con Stalin, ne ignorarono i significati e le profonde ragioni storiche e politiche, riemerse soltanto dopo il crollo e la dissoluzione dei regimi comunisti nell'Europa orientale. L'autore lascia al lettore la valutazione sul piano storico e su quello morale riguardo all'operazione di consegna attuata con la violenza. «Ci consegneranno ai bolscevichi – disse il generale Krassnoff agli ufficiali cosacchi allorché si rese conto del tradimento britannico – e ci attende la morte, che dobbiamo affrontare con fierezza, in piedi e senza strisciare: ma gli inglesi non ne usciranno con onore.»
E a proposito degli omicidi dovuti al campione della libertà Josef Stalin, cui recentemente si è saputo va addebitata anche l'uccisione dei fratelli Rosselli commissionata al fine che ne venisse incolpato Mussolini, si vedano in pagina 17 gli episodi degli affamati fatti fucilare per avere sottratto un pane per i propri figli, e in pag.25 nomi e cognomi dei fuorusciti fatti assassinare all'estero dopo essere stati costretti a rifugiarsi in occidente. Sono esposti anche numerosi episodi con i quali i partigiani italiani diedero consueta prova del loro coraggio colpendo alle spalle militari germanici per poi lasciare che, ad onta dei manifesti affissi nei villaggi, ostaggi venissero fucilati e case distrutte dalle truppe tedesche per rappresaglia in base alle norme della Convenzione di Ginevra. Richiamo l'attenzione del lettore su pagine come la 76, che riferisce l'uccisione da parte dei partigiani italiani, assassini per vocazione e di professione, dei prigionieri cosacchi, poi gettati nei gorghi del torrente Leale, dei cosacchi uccisi a decine sulle montagne di Alesso, di altre decine gettati nelle foibe sopra Avasinis, ed altri ancora, sia giovani che anziani, massacrati dopo che si erano dati prigionieri in località Chiadin-Narusseit. Insieme con i cosacchi venivano assassinati gli italiani che avessero dato loro ricovero o da mangiare o da bere.

mercoledì 28 novembre 2018

UNA VICENDA STORICA TOCCANTE

SONJA WALDER
LA BIMBA COSACCA DIMENTICATA SULLA DRAVA

Cari amici amici e , in ogni caso, lettori cosacchi, caucasici, sloveni, serbi slovacchi, austriaci, tedeschi, italiani, ho saputo in ritardo che l'8 agosto    c.a.  è deceduta in Austria, a St. Leonhard in Kartisch (Carinzia), la signora SONJA WALDER,che  in tenera età, bambina, fra le migliaia di profughi al seguito dell Amata cosacca del generale  Domanow fu, nel 1944-1945, in Italia,  e visse poi la tragica ritirata attraverso le Alpi . La Walder, che conobbi personalmente e reincontrai diverse volte in Austria, ebbe a suo tempo a raccontarmi la sua incredibile, toccante storia, quella cioè di essere stata dimenticata nel giugno 1945, nei caotici terribili giorni in cui i britannici attuarono la forzata consegna dei cosacchi ai sovietici, negli accampamenti della Drava.  E' una storia commovente, sulla quale, il 21 agosto 2013, pubblicai un ampio articolo documentato su IL GAZZETTINO  che  qui di seguito riporto ritenendo che meriti conoscerla. 

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Cari amici e simpatizzanti, perdonate se vi chiedo di leggere questa storia vera, qualora riteniate a primo acchito vi possa interessare, una delle tante che io ho scritto legate alla tragedia cosacca, in  parte pubblicate nel corso degli anni decorsi   e in altra parte ancora da pubblicare.


 Sonja Walder la cosacca , fattasi giovane ed avvenente, dimenticata da bambina, nei giorni della forzata consegna dei cosacchi ai sovietici, nelle baracche della Drava.


 Una delle baracche del lager Peggetz fotografata dall’autore nel dopoguerra. Il campo fu successivamente demolito e la zona  urbanizzata.


Nella devastazione provocata dalla consegna ai sovietici di circa 90-100.000 cosacchi, prigionieri militari e profughi civili negli accampamenti dell’alta Drava, nei primi giorni del giugno 1945, attuata agli ordini dei britannici dalle forze della Brigata ebraica “Giuda il vendicativo”, vagava smarrito nella terra di nessuno, insanguinata da centinata di vittime sepolte in fretta in fosse comuni, qualche essere umano sperduto. Nella grande piana degli accampamenti, tra Lienz ed Oberdrauburg, era sceso un silenzio desolante ed alle brume mattutine si mescolava l’odore degli escrementi dei cavalli che, a migliaia, per un intero mese, avevano calpestato quel lembo pianeggiante ed erano stati poi radunati dai britannici, dopo la consegna dei cosacchi, in una zona circoscritta, salvo diverse centinaia che erano state abbattute per ragioni sanitarie.- 
Una pattuglia di Polizia britannica in perlustrazione s’imbatte, com’era accaduto sulla spiaggia di Anzio allorché sbarcarono gli americani della Va armata del generale Clark (il 22 gennaio 1944) in una bambina di poco più di un anno e mezzo, sola, nei baraccamenti detti di “Peggetz” alla periferia sud di Lienz. La piccola era stata evidentemente abbandonata nelle circostanze di panico provocate dalla consegna, concepita con cinismo dai massimi esponenti anglo-americani assieme a Stalin, e cioè la restituzione forzata al despota del Kremlino di esseri umani che, invece, avevano diritto ad asilo e protezione onde  essere sottratti alla condanna nei campi penali della Siberia e quindi a un sicuro destino di morte. Nei baraccamenti di Peggetz furono notate e fotografate, nell’immediato dopoguerra, scritte significative una delle quali in inglese, del seguente tenore : “Meglio morire qui che essere mandati nell’URSS”.
Della piccola creatura abbandonata si prese amorevolmente cura una donna austriaca dell’Östtirol, su cui  in seguito riferirò.
Premetto che, pur avendo avuto sentore, in anni lontani, della straordinaria e singolare vicenda e nonostante le mie relazioni internazionali a livello di esponenti delle associazioni russe  in esilio che via via riunirono i superstiti, solo recentemente mi fu dato di  venire a concreta conoscenza entrando direttamente in contatto con la protagonista, fattasi donna  con figli ormai sposati e nipoti. Mi accingo pertanto a raccontare la sua storia in base alle sue dichiarazioni.-
“Mi chiamo Sonja Antonia Walder e non ho mai saputo chi siano i miei genitori. Nei giorni in cui i cosacchi furono consegnati ai sovietici dagli inglesi, molti cercarono liberamente la morte gettandosi  nelle acqua della Drava (oltre a quelli che furono massacrati, negli accampamenti, nell’azione della forzata consegna, ndr). E anch’io dovevo morire travolta dalle acque, il che non accadde perché ero molto ammalata e stavo nel mio giaciglio in una baracca.”
Fu una signora austriaca, Antonia Hanser, cittadina di Lienz, madre di tre figli e il cui marito si trovava in guerra, a prendersi cura di me, rendendosi conto del mio stato precario dovuto a dissenteria. In seguito lei mi dichiarò e me lo ripeté più volte, appena fui in grado di comprendere, che una donna cosacca, in stato di disperazione, disse implorante di prendermi per curarmi e salvarmi. Si trattava evidentemente di una cosacca che, come altri, era sfuggita alla consegna ma nella signora Hanser rimase un forte dubbio che fosse effettivamente mia madre”.
“Ero in stato di trascuratezza pietoso e per il mio spidocchiamento mi furono tagliati i capelli molto corti. Non avendo la signora Hanser la possibilità di nutrimento nemmeno per i suoi tre bambini, non senza difficoltà riuscì a farmi accogliere in una casa di cura, al nr.1 della Schlossgasse di Lienz, dove rimasi per alcuni mesi. Fortuna volle che la signora Hanser parlasse occasionalmente  a Lienz del mio caso alla signora Rosina Walder,  la quale, a sua volta, ne riferì alla sorella Maria, sposata Kock, suscitando in lei attenzione e tenerezza nei miei riguardi. La medesima decise, infatti,  di accogliermi nella sua fattoria posta  in una borgata dell’Obergail, territorio che cade sotto la giurisdizione dell’Osttirol, previo consenso del marito, signor Johann Kock, che si trovava allora prigioniero in Iugoslavia. Questi aveva già espresso l’idea di compiere, appena liberato, una buona azione allorché sarebbe rientrato salvo dalla prigionia. Fu rilasciato nel 1947”.
Prima ancora che la signora Rosina Walder passasse a prendermi in bicicletta, presso la casa di cura nella Schlossgasse, fui battezzata con rito cattolico con il nome di Sonja Antonia. La mia data di  nascita, sulla base di un’analisi eseguita da un medico, fu fissata il 3 giugno 1943”.
Dato il mio lungo impegno dedicato a ricostruire storicamente l’intera vicenda cosacca, in buona parte su elementi di prima mano, devo dedurre, prendendo per valida la data di nascita accennata del 3 giugno 1943, che la bambina era venuta alla luce sul suolo sovietico durante l’esodo dei cosacchi al seguito dei tedeschi in ritirata, dopo la sconfitta della 6a Armata di von Paulus a Stalingrado. Aveva quindi stazionato, con le forze dirette verso occidente in Podolia nonché a Novogrudok e Baranovichi in Bielorussia e quindi era giunta in Italia nell’Adriatisches Küstenland, dove  seguì l’iter dell’insediamento in qualche presidio con probabili successivi spostamenti.
In realtà, comunque, assumendo il nome di Sonja Antonia, la piccola cosacca era nata una seconda volta nell’alta Drava, nell’Osttirol, come un fiore sbocciato nella tragedia.
“ Più tardi la signora Hanser - continua Sonja - riguardo la mia vicenda, mi riferì che sulla porta di una chiesa di Lienz, fu notato un biglietto nel quale stava scritto in tedesco: “Ich mochte noch einmal mein Kind schen!”( Io voglio vedere ancora una volta il mio bel bambino !). E poiché in tedesco Kind sta per bambino o bambina, ciò indusse a ritenere che, quel biglietto, si riferisse al mio caso per cui la madre fosse presente fra i cosacchi sfuggiti alla consegna.”
“In base a tale messaggio, l’addetto all’ufficio parrocchiale  portò la signora Hanser assieme a me in una baracca a località Peggetz, dove si trovavano due donne cosacche. A giudizio della Hanser, mia prima vicemadre,  la più giovane delle due era mia madre. L’argomento dette luogo a varie disquisizioni. Tuttavia a causa di differenti discorsi ingannevoli, su nessun dato si potè contare” .
“Le speranze che alimentarono l’intenzione di  risalire, attraverso indizi, ai miei genitori e comunque a mia madre, pur trascinandosi per lungo tempo in una costante ripresa di considerazioni e valutazioni, rimasero senza soluzione”.
 Per la storia Sonja è quindi la bambina di appena 19 mesi abbandonata nelle baracche di Peggetz a causa delle caotiche conseguenze provocate alla brutale consegna dei cosacchi ai sovietici.
Nei ricordi e valutazioni resta opinione prevalente che la madre sia morta per annegamento nelle acqua della Drava in piena in quelle lontane afose giornate di inizio giugno 1945. Diversamente potrebbe avere subito la consegna forzata, essere cioè stata spinta sulle tradotte predisposte per il trasporto a Judenburg, nella Stiria, in mano sovietica, (dalle quali dei testimoni rammentavano di avere udito dei gemiti al loro passaggio per Oberdrauburg) rinunciando a raccogliere la figlia ammalata che giaceva nelle baracche, per lasciarla a miglior destino. Un vago dubbio però rimane, come accennato in precedenza, che cioè la donna disperata, sfuggita alla consegna, che aveva supplicato la signora Hanser a prendersi cura della bambina e che poi risultò  abbia lasciato Lienz per emigrare oltreoceano, potesse essere stata la vera madre.
Sonja  prosegue “Accolta nella famiglia austriaca Kock, proprietaria della   fattoria alpestre a cui già accennai, via via crebbi uniformandomi al clima della tradizione ambientale, appresi la lingua e svolsi la mia parte nei lavori quotidiani, portando avanti contemporaneamente gli studi.  Si viveva in armonia con la gente del luogo. Tra le amiche ricordo volentieri le sorelle Marianne e Agnes.  Maria Kock, la mia nuova vicemadre, che fu con me generosa di affetto e da cui ricevetti fondamentali principi educativi all’insegna della cristianità, soffriva purtroppo di deficienza cardiaca era cioè cardiopatica e, dopo qualche tempo, si aggravò. Per meglio essere assistita e curata, si trasferì dall’Obergail a Tristach, villaggio alla periferia nordovest di Lienz, ospite dalla casa parrocchiale dove c’era uno zio prete. Dopo un breve miglioramento, rientrata nella fattoria, decedette. Era l’anno 1964”.
Sostanzialmente Sonja crebbe nella realtà contadina dell’Obergail (Osttirol) dalle zone prative alpestri, in estate folte di erbe,  profumate d’arnica e di garofano selvatico,  dove si allevano come altrove, le vacche dal mantello  rosso pezzato  o della specie “Pizgauer”  dal mantello rosso scuro. Essa assorbì le nozioni ed i principi morali della terra austriaca esuberante di tradizioni, che fu imperiale e dove gli Schutzen, tipica organizzazione non sol folcloristica dalle radici storiche, si riuniscono puntualmente in adunate, indossando l’uniforme, in genere dal tessuto color tabacco, dalle bordature sgargianti e dal cappello infiocchettato con lucenti scure penne d’urogallo, con bande  musicali che scandiscono nelle piazze solenni marce. Avvertì comunque insopprimibile e costante il senso di un legame interiore con l’immensità della sua terra orientale d’origine: la Russia.
In fondo lei si considera giustamente fortunata. Abbandonata in quei terribili  giorni della forzata consegna nelle baracche della Drava, diversamente sarebbe  morta per annegamento nel fiume, avvinghiata alla madre, oppure,  come la quasi totalità dei deportati,  nei lager siberiani per fame, maltrattamenti o addirittura nel corso del penoso viaggio sulle tradotte. E’ noto che, nelle tappe di sosta del lungo viaggio di deportazione, la polizia sovietica scaricasse i numerosi morti dai vagoni delle tradotte, seppellendoli dove capitasse in fosse comuni,  senza nemmeno  accertarne ed annotare  l’identità.
Nell’ottobre del 1966, ventitreenne avvenente, bella e graziosa, Sonja, come risulta dalle foto del suo album di ricordi, dotata di quel tipico fascino e temperamento della donna cosacca, convolò a nozze con Christian Walder, cittadino austriaco specialista in carpenteria da costruzioni. Dal matrimonio nacquero tre figli, ormai adulti e professionalmente affermati. Oggi  i coniugi sono allietati dalla presenza dei nipoti.
Finisce qui la straordinaria storia di Sonja, ma vorrei aggiungere dell’altro e cioè che lei non fu comunque la sola ad essere abbandonata a causa delle  circostanze connesse alla vicenda cosacca. Lungo le vie della ritirata nel nord Italia, bambini in fasce furono  abbandonati in ore antelucane, dalle colonne cosacche in marcia, qua e là presso abitazioni, contando evidentemente nell’idea che la popolazione vi avrebbe preso cura. I neonati vennero in realtà premurosamente raccolti ed assistiti e poi presi in affidamento da persone.
In ogni caso nell’alta Drava fu pure trovato abbandonato  un bimbo di quattro-cinque anni, che fu curato, adottato e quindi cresciuto da valligiani dell’Osttirol  ed oggi egli è un uomo con figli e nipoti. Si tratta di Michael Rainer, che  ovviamente assunse il cognome della famiglia dalla quale venne adottato. Mi venne presentato  in occasione ad una delle commemorazioni annuali della tragedia della Drava. Mi dichiarò di essere diretto testimone dell’azione brutale della consegna dei cosacchi ai sovietici, scena rimasta indelebile nella sua memoria. Era il primo giugno 1945 ed egli, assieme ad altri ragazzi, donne  e cosacchi  si trovava nel cordone umano  creato attorno all’altare, dove il pope, Vasily Grigoryev, stava celebrando la messa in onore dello zar Pietro il Grande. Vide coi propri occhi avanzare minacciose, impugnando le armi,  le forze della Brigata ebraica che, in esecuzione all’ordine britannico della consegna esigevano l’immediata evacuazione. Le stesse gridavano ordini e a un certo punto presero ad usare il calcio del fucile a mo’ di clava contro la massa ondeggiante e terrorizzata dei cosacchi per spingerla, come un gregge, verso il  punto di scalo delle tradotte. Fecero infine uso delle armi. “Taluni ebrei parlavano russo e lituano…”., dichiarò  Michael Rainer, prezioso testimone.-
 21 agosto 2013
                                                 PIER  ARRIGO  CARNIER




NOTA SUCCESSIVA  in data 17 ottobre 2016

Questa storia vera, credetemi, e molto rilevante. In anni molto lontani quando raggiunsi come primo italiano i luoghi della consegna ai sovietici sulla Drava, a località "Peggetz", c' erano trecento e più cosacchi superstiti nelle baracche del lager. Parlai a più riprese con la maggior parte di loro che mi raccontarono le proprie sofferte vicende. Il Burgermeister (Sindaco) di Lienz apprezzò molto il mio interesse a convocò diversi cosacchi a deporre presso l'Amtgemeinde (Municipio) sulle vicende della consegna, testimonianze che appaiono pubblicate, e vi risulta il timbro del Municipio, nella prima pubblicazione del mio libro "L'Armata Cosacca in Italia 1944-1945" anno 1965 diffusa dal grande editore svizzero De Vecchi che aveva sede a Milano.
             
PIER ARRIGO CARNIER









Dolore di Lienz-cosacco. ha condiviso un post .
6 agosto
Regno dei cieli. Signore, Dio riposa l'anima della ragazza cosacca appena riposata. Per quanto riguarda il destino di Sony, Walder ha scoperto quando stava traducendo un articolo su di lei. Il suo destino è il destino di molti bambini dei cosacchi assassinati a Lienz dal governo satanico. Pace eterna nei villaggi del Paradiso.