martedì 24 gennaio 2017

INATTESO VASTO INTERESSE SUSCITATO DALLE MIE CONSIDERAZIONI CORRETTIVE CONCERNENTI UNA TESI DI LAURA RIGUARDANTE L’INSEDIAMENTO DEI COSACCHI IN CARNIA, FRIULI E PARTE DEL GORIZIANO.




                                 
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CONSIDERAZIONI SULLA PUBBLICAZIONE DAL TITOLO “ I COSACCHI IN CARNIA 1944-1945”, DEL DOTTOR GREGORIO VENIR, QUALE PARTE DI UNA TESI DI LAUREA DISCUSSA DAL MEDESIMO, NEL 1994, ALLORA VENTISEIENNE, PRESSO L’ UNIERSITA’ DI BOLOGNA.

COMUNICATO
Agli amici interessati a vicende storiche ed ai centri archivistici storiografici della Slovenia, Bosnia. Slovacchia. Mosca. Alle comunità cosacche di Germania, Francia, Serbia, Polonia, Stati Uniti, Canadà, Argentina ed alle comunità caucasiche di Germania e Turchia.
Un amico, fra i tanti di Facebook, e precisamente il signor Leita Lucio, mi ha cortesemente inviato copia della pubblicazione del dott. Gregorio Venir, dal titolo I COSACCHI IN CARNIA, 1944-1945. Si tratta di uno studio di 94 pagine, che è parte di una tesi di laurea in Storia contemporanea discussa dall’ autore ventiseienne presso l’Università di Bologna nel 1994.
Colgo quindi occasione per un mio intervento integrativo inteso a fornire delucidazioni e precisazioni che, da parte mia, ritengo utili ad esaustivo approfondimento dell’argomento con l’aggiunta, sebbene non pertinente, di qualche sensazione personale vissuta.
                                           
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La tesi si fonda su pubblicazioni uscite nel dopo seconda guerra che affrontano l’argomento dell’insediamento dei cosacchi, da parte tedesca, nel circoscritto territorio della Carnia, nord Friuli e parte del Goriziano, ribattezzato “COSSACKJA” Il testo principale preso in esame , asserisce il Venir, è “L’Armata cosacca in Italia 1944-1945”- De Vecchi-Milano 1965 di cui sono autore alle cui argomentazioni è dedicato nella tesi ampio spazio con disamina dei contenuti posti, in taluni casi, a confronto con richiami a pubblicazioni di altri autori, diffuse, in ordine di tempo, successivamente alla mia e con riferimenti ad altro mio volume “Lo Sterminio Mancato”- Mursia, Milano 1982 ed a vari miei articoli pubblicati sulla stampa. Peccato, devo dirlo subito, che all’autore, laureatosi nel 1994, sia sfuggita la riedizione de “L’Armata Cosacca in Italia 1944-1945” diffusa nel 1990 dal cessionario Gruppo Ugo Mursia-Milano con successive diverse riedizioni su piano nazionale, ampiamente integrata da nuovi preziosi dati acquisiti e da ponderate valutazioni sul piano storico che avrebbero offerto al laureando una più agevole comprensione dell’evento sotto il profilo fattuale e storico. L’aggiornamento del testo diffuso dalla Mursia, con altri inserimenti, ha preteso un mio notevole impegno per un allineamento rigoroso alla realtà degli avvenimenti in senso storico, suscitando forte interesse nella Direzione nazionale RAI-TV che, mediante un’equipe, realizzò poi, su mia documentazione d’archivio con la mia e qualche altra testimonianza, il film documentario “COSSACKIA” della durata di due ore. E’ innegabile che, le due menzionate pubblicazioni ed il filmato, mediante una trattazione radicata su fondamento documentale e dei contatti con autentici protagonisti, apersero in certo senso gli occhi agli italiani, superando ampiamente la provincialità. Motivato da interesse venne ad incontrarmi anche il famoso regista internazionale Fred Zinnemann col proposito di realizzare un film, progetto che insieme concordammo in alcuni incontri, uno dei quali in Austria sulla Drava. La realizzazione venne poi sospesa dalla casa produttrice Fox francese, per motivi politici e, diciamolo pure stando a quanto mi riferì Zinnemann, perché il film avrebbe evidenziato la disumana, delittuosa, barbara operazione degli Alleati, di consegnare i cosacchi ai sovietici, che equivalse ad un atto di morte. Non posso evitare di riferire l’indimenticabile grande personalità e sensibilità di Fred Zinnemann, ebreo di origine, da cui appresi fondamentali principi e, mi perdonino i lettori se mi permetto di ricordare la gioia e l’ emozione che provai in Austria, nella Hall dell’ Hotel Post di Lienz, dove lui stava ad attendermi per uno degli incontri e dove, al mio arrivo, una notevole folla di giovani austriaci mi acclamarono, consapevoli che io ero l’uomo scelto da Zinnemann per realizzare la trama del film sui cosacchi che avrebbe evidenziato la tragica ritirata dall’ Italia attraverso le alpi innevate e la tragedia della Drava, argomento di cui aveva parlato la stampa austriaca.

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Scrive il Venir a pag. 40:”Credo che sia opportuno esaminare più da vicino la posizione di Carnier, che è un nome che spesso ricorre anche nelle parole di Lizzero.(Nota n.1) Nell’impossibilità di contattarlo personalmente, nonostante ripetute richieste di un colloquio sempre rifiutato, bisogna accontentarsi dei suoi scritti che, peraltro credo contengano sufficienti indicazioni sulla sua posizione ” Si tratta di affermazione che, assolutamente contesto non essendo mai stato contattato dal Venir per cui, di conseguenza, non ho rifiutato alcuna proposta di colloquio che invece avrei accettato volentieri come da mia abitudine, trattandosi soprattutto di argomento riguardo il quale avevo tutto l’interesse a fornire informazioni.
Vero è, quanto asserisce il Venir, che io non ho dissimulato la simpatia per i cosacchi e ciò a conferma della loro possente fama storica, ma questo non altera l’intelaiatura dei fatti da me riferiti e descritti. I cosacchi . giunti nell’ ottobre 1944 in Carnia, fomentati inizialmente da una falsa propaganda tedesca che dipingeva la popolazione carnica come nemica e comunista, dettero luogo a spiacevoli incidenti, ad alcuni atti di violenza e saccheggi, situazione che rientrò tuttavia rapidamente nell'ordine dovuto. Nella realtà di fatto i cosacchi ( ed i caucasici) in termini storici furono destinati dall’ alleato tedesco nell’ Adriatisches Küstenland per un loro insediamento provvisorio in seguito alla retrocessione del fronte orientale con la motivazione di garantire la sicurezza del territorio minacciato dalla presenza di bande, qualificate comuniste ( Nota n.2) che agivano contro l’instaurata Repubblica Sociale Italiana e contro l’ alleato tedesco considerato invasore, sceso ad occupare l’Italia per colmare il vuoto determinato dal tradimento italiano dell’8 settembre e combattere gli Alleati sbarcati in Sicilia ed a Salerno, con particolare interesse a garantire i valichi del Brennero e Coccau (Tarvisio) nel caso di una presumibile ritirata.
Al tempo dei fatti, 1944-1945, pur essendo studente diciannovenne, io non ero proprio un adolescente, come si accenna a fini tendenziosi nella tesi a pag. n.44, in quanto lavoravo come dipendente amministrativo presso un’azienda industriale a fianco dell’amministratore delegato L.D.A. che era, a sua volta, membro di rilievo del C.L.N. “Val Gorto”, organismo per il quale battevo a macchina i rapporti e, tenuto ovviamente al segreto, presenziavo ad incontri riservati ed importanti, diversi dei quali, tanto per citarne alcuni, tra l’ amministratore delegato e l’ing. Franz Gnadlinger, fiduciario della massima autorità dell’Adriatisches Küstenland il Supremo commissario tedesco, dott. Friedrich Rainer, l’ing. Rinaldo Cioni dirigente delle miniere di Ovaro pure membro del C.L.N ed in seguito nominato presidente e vari membri dell’organizzazione partigiana o ad essa legati. Avevo modo quindi di ascoltare ed apprendere notizie, segnalazioni informative dirette e voci su quanto stava accadendo nell’ organizzazione partigiana della Carnia oltre a conoscere, ovviamente, le decisioni che si prendevano nel C.L.N. “Val Gorto” e le disposizioni riservate che pervenivano dal C.L.N.A.I. (Comitato Liberazione Nazionale Alta Italia). Riferisce il Venir a pag. 44 riportando una frase del Lizzero: “” che Carnier viveva in un paese occupato dai cosacchi, il che è vero,(per la verità si trattava di caucasici-Nota n.3) e non poteva quindi avere informazioni dirette su quanto accadeva tra i partigiani”” ed aggiunge a tal proposito “” e qui ritorna ancora una volta l’accusa di Lizzero sulla “posteriorità” di certe affermazioni””. Si tratta di supposizione del tutto accampata e destituita di ogni fondamento, tenendo fermo quanto da me sopraprecisato sulla mia posizione e mi permetto di osservare che la critica della “posteriorità” ”, escogitata dal Lizzero appare scopertamente pretestuosa, intesa ad invalidare affermazioni scomode le mie comprese.
                                        
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In quanto al movimento partigiano, nelle mie pubblicazioni, tenni conto del giudizio popolare. Il movimento, in base ad attestazioni scritte pervenutemi nel lungo tempo della mia attività culturale e pubblicate ed in relazione alla mia personale testimonianza e conoscenza, in base alla mia riferita posizione, secondo molteplici fatti spesso non ha rispettato la dignità popolare. Il movimento partigiano, nei suoi contenuti di fondo, (tralasciando l’ organizzazione Osoppo, scioltasi nell’ autunno 1944, su cui va dato un giudizio del tutto separato) esprimeva non tanto un’aspirazione di libertà bensì un prevalente impegno di rivendicazione sociale con l’obbiettivo di una profonda riforma di fondamento marxista. Era questo l’orientamento imposto alle formazioni Garibaldi da Palmiro Togliatti, leader senza dubbio di forte carisma e di grandi capacità tattiche, che non ho mai sottovalutato.
La popolazione carnica come altrove, temendo ritorsioni, preferiva tacere in pubblico il suo giudizio sui partigiani che, motivato da comportamenti autoritari ed eccessi, era prevalentemente negativo. Vi si aggiungeva che, fin dall’ inizio, si erano verificate diverse uccisioni di civili, con l’accusa di essere oppositori o presunti tali, per cui si era diffuso nella popolazione un clima d' insicurezza. Ai comandi tedeschi, da mie informazioni, pervennero centinaia e centinaia di lettere di delazione, in parte anonime per ovvia precauzione, denuncianti abusi, soprusi, rapine e delitti dei partigiani con invito accorato a liquidare le bande, così allora definite. Nel tribunale di Tolmezzo, nell’ immediato dopoguerra, risultavano avviate oltre 300 istruttorie penali per omicidi, rapine ed altri reati delittuosi sulla popolazione civile, consumati nell’ ambito della lotta partigiana che trovarono poi, in certa parte, in seguito ai provvedimenti di amnistia, ingiusta archiviazione. A quel tempo, nell’ alta Carnia, esisteva una coalizione reazionaria di notabili. Si trattava di industriali che gestivano il potere economico, i quali non condividevano la Resistenza, resisi conto che la stessa era di radicale tendenza comunista, ma fingevano ufficialmente di appoggiarla e godevano d' infiltrazioni ed agganci nelle file partigiane a scopo informativo. A fine estate 1944, la Resistenza carnica, aveva perduto per una serie di motivi, che qui tralascio di enunciare, l’aggressività rivoluzionaria iniziale e, con grande abilità, la coalizione di notabili, tramite l’ ing. Gnaglinger, era riuscita a far credere, al Supremo commissario dott. Friedrich Rainer, con suo compiacimento che, la Resistenza carnica, aveva assunto un carattere puramente patriottico situazione a me inequivocabilmente nota ed accertata. Dati i miei lunghi rapporti di stretta cara amicizia avuti ,dall’ immediato dopoguerra fino al suo decesso, con Frau Ada Pflüger, tedesca della Slesia, vedova del Supremo commissario Friedrich Rainer e sulla base di documenti mi fu chiaro che il medesimo, nell’ esercizio delle sue funzioni, aveva come obbiettivo essenziale la normalizzazione ambientale e coltivava, negli ultimi tempi sul presumibile crollo del III° Reich, il progetto patrocinato dal Vaticano della creazione di una Grande Austria.

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Occorre anche ricordare qual’era il clima predominante di quegli anni (1943-1945) nell’ opinione pubblica. Rammento che, dopo l’ecatombe tedesca di Stalingrado (febbraio1943) e la forte retrocessione del fronte orientale nel 1944, reggeva ancora pubblicamente il desiderio, sebbene fosse un’ illusione, che la Germania potesse resistere e negli Stati d’Europa sotto occupazione tedesca, vi fu un febbrile arruolamento nelle Waffen SS. di decine di migliaia volontari, spinti dalla volontà di giovare al rafforzamento dell’armata tedesca per bloccare il pericolo della minacciosa avanzata sovietica verso occidente. Allora si era completamente all’ oscuro di quanto detestabilmente era accaduto ed accadeva nei campi di concentramento tedeschi. La Resistenza, rispetto al pericolo che incombeva sull’ Europa. era un fenomeno secondario, sicuramente di disturbo per i tedeschi, ma poco convincente nel suo divenire per le popolazioni. ”Le popolazioni non riconoscevano più nei partigiani gli interpreti delle loro aspirazioni, i loro protettori, le forze sane e costruttive del paese…” come ho già scritto spesse volte riportando le sincere affermazioni del partigiano Paolo Zanelli della Garibaldi. Di fatto, alla fine del 1944, la Resistenza carnica, come altrove nel nord Italia, era stata travolta dai grandi rastrellamenti tedeschi.

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Ritengo di lasciar perdere alcune osservazioni critiche dell’ autore tipiche nella stesura di una tesi onde dimostrare la dovuta attenzione all’ argomento in causa, prescindendo dal fatto che nei contenuti si riscontra il metodo di non trarre conclusioni definitive laddove si tratti di riferire fatti sgradevoli non edificanti riguardo la Resistenza. Non posso, in ogni caso, evitare alcuni motivati rilievi. Prendo in esame la pagina 43 dove, con riferimento all’attività partigiana in Carnia, si parla di una zona liberata dove si tennero libere elezioni. Senza tema di smentita posso affermare che, in Carnia, non ebbe a verificarsi alcuna zona liberata tant’è che i tedeschi mantennero un costante collegamento tra il capoluogo di Tolmezzo posto a sud e dagli stessi stabilmente occupato, e la cittadina di Sappada, posta a nord nel Cadore, percorrendo l’arteria stradale attraverso l’intero territorio con frequenti colonne di automezzi e forze appiedate, ma vi fu soprattutto, da parte tedesca, l’attuazione di costanti ricognizioni sul terreno e rastrellamenti, che costituirono il quotidiano timore e spesso l’incubo della popolazione. In particolare, nel luglio 44, ebbe a verificarsi il rastrellamento e conseguente rappresaglia della zona malghe, al confine orientale con l’Austria e valle del But, che causò la rappresaglia di malga Pramosio che fu una strage di valligiani innocenti ed altre vittime. I tedeschi mantennero inoltre, per diverso tempo, un presidio di Turchestani nel villaggio di Sauris ed un secondo, di Karstjäger, nella val d’Aupa. C’è pertanto da chiedersi, in tali condizioni, come una zona in qualsiasi area si trovasse, potesse intendersi liberata, per cui appare evidente trattarsi di una autentica invenzione per dar lustro alla lotta partigiana e per ragioni che tralascio di esporre per questione di spazio, già a suo tempo da me pubblicate. In quanto alle libere elezioni, iniziativa di cui fui diretto testimone, della quale una stragrande maggioranza di carnici nemmeno sentirono parlare, le stesse risultarono null’ altro una squallida messinscena priva del convalidante suffragio popolare.

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Al dilà della zona d’ombra lasciata dai comportamenti partigiani nella memoria popolare, è necessario tracciare un profilo storico della Resistenza carnica, come già scrissi altre volte, riconoscendo che in nome dell’ideale rivoluzionario attribuitole nello stesso diario della Garibaldi  perché questo è l’elemento chiave, lasciando perdere false aureole, essa sopportò sacrifici, difficoltà di vettovagliamento, visse delusioni, ebbe vittime, subì deportazioni nei lager d’oltralpe per cui, seppure nel coacervo di intrighi, taluni inestricabili, vi furono figure di resistenti che pagarono con la vita la fedeltà ideale al principio di una radicale giustizia sociale intesa quale apportatrice di profonde riforme.
Il giudizio storico deve tenere in debita considerazione che l’obbiettivo di una radicale giustizia ed equità sociale fu sentito, come elemento portante, da molti dei componenti le formazioni Garibaldi della Resistenza carnica, dai filostalinisti soprattutto, consapevoli del disegno di Stalin di un allargamento della sfera d ‘ invadenza sovietica che includeva anche il nord Italia.
Nel volume “Lo Sterminio Mancato”, ho evidenziato, sulla base di certezze, la verità su Porzûs, che non fu, con tutto il rispetto per le vittime, un eccidio, ma un’ esecuzione motivata (riguardo Porzûs ho difeso Giacca (Toffanin Mario) che condusse l’azione, mediante vasti miei articoli sulla stampa, rimasti senza alcun intervento a contestazione, perché nessuno è in grado di farlo e perché sanno che io conosco le vere motivazioni dell’esecuzione). A tal riguardo è venuto ad incontrarmi in Italia, nella mia residenza, il biografo di Winston Churcill, Richard Lamb, per discutere ed attingere notizie etc. etc.

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Più oltre, nella stessa pagina 43 con prosecuzione nella 44, il laureando cade in una interpretazione permissiva, del tutto errata, su quanto da me riferito ne “L’Armata Cosacca…“ - edizione De Vecchi-Milano 1965, a pagine 86,87,88 a proposito di un’esecuzione partigiana di due anziani valligiani in val Pesarina il 23 dicembre 1944. Vengo pertanto a riferire il caso seguendo in sintesi lo scritto del mio testo con l’aggiunta di qualche breve risvolto tratto dal brogliaccio di vecchi appunti e dalla memoria, essendo utile che i lettori prendano cognizione. Dei due esecutati si trattava di una donna, detta la “Maga”, che aveva perduto un figlio ucciso dai partigiani e del fratello della stessa, cittadini di Pesariis compaesani di mia moglie, purtroppo venuta a mancare da alcuni anni. Sul caso, stante la mia familiare conoscenza dei valligiani di Pesariis, ebbi modo di ricostruire e chiarire l’intera vicenda dal sospettato, ma non provato spionaggio dei due da lato partigiano, all’azione del prelievo notturno grazie al tradimento di un valligiano delatore che ricevette, a compenso, una grossa somma di denaro e quant’altro. Per la verità se ne parlò molto soprattutto con Cleva Romana, donna ”pesarina” sorella dei due fucilati, nel suo casolare posto sotto le vette dolomitiche della quale tengo una dichiarazione firmata il 24.09.1962, in cui la stessa riferisce ed afferma che il prelievo dei due fratelli fu effettuato da Nembo (Augusto Nassivera), commissario della Garibaldi ex condannato al confino dal regime fascista. Al fianco di Nembo, come risultò da accertamenti, c'erano alcuni altri , uno dei quali Tito, nome di battaglia a me fin troppo noto che riemergerà nel caso Mirko …. Da indagini accurate e confidenze fattemi a suo tempo da partigiani, seppi che, la fucilazione dei due valligiani, fu decisa a scopo deterrente, per vendicare la morte del commissario Gracco (Roiatti Pietro), uno dei più ardenti sostenitori della lotta rossa, avvenuta nella stessa valle a località Pieria, mediante un’azione dei caucasici in data 14 dicembre 1944 e quindi pochi giorni prima, a seguito di segnalazione spionistica anonima ed al riguardo mi giunse in seguito notizia che, tale segnalazione sarebbe stata fatta da un osovano. Nembo, di lì a pochi giorni, il 9 gennaio 1945, cadde sotto un attacco a sorpresa dei caucasici nel suo rifugio sul monte Vinadia.
Nell’indomani 24 dicembre, vigilia di Natale, tutti gli abitanti di Pesariis furono spinti a bastonate sulla piazza dai caucasici posti a presidio del villaggio, i quali scelsero una trentina d’uomini, giovani e vecchi da fucilare per rappresaglia, secondo i termini della legge marziale, qualora non venisse fatta un’aperta confessione indicando gli autori dell’esecuzione dei due valligiani. Vi furono scene di panico ed i caucasici parvero comprendere che, la popolazione, era del tutto estranea al duplice delitto. L’esecuzione fu quindi sospesa.
Il mio testo sul caso termina con la frase : “ ….Certamente, con la fucilazione dei due valligiani, la brigata Garibaldi aveva voluto vendicare la morte del commissario Gracco, ritenuto vittima dell’attività spionistica che allora imperversava “.
Scrive sorprendentemente l’autore della tesi, con riferimento a quanto sopra riportato : ”… mi sembra impensabile che, i partigiani, attuassero la legge marziale, così come facevano gli occupanti, e tantomeno che si servissero della vendetta. Certo, i due civili furono fucilati, ma per un motivo ben preciso, per spionaggio e non per vendetta, che è motivazione aggiunta dall’autore, il quale, a sostegno della propria tesi, fa precedere questa affermazione dalla narrazione di un episodio nel corso del quale un gruppo di cosacchi avrebbe evitato per pietà una rappresaglia sulla popolazione civile”.
Si tratta di esternazione che decisamente respingo, viziata nel giudizio dovuto a non conoscenza e quindi radicalmente priva di fondamento, avendo riferito, da parte mia, gli eventi accaduti nella loro reale successione. Preciso inoltre che non vi è, nel mio scritto, manipolazione o posposizione di fatti per far sì che il lettore tragga un’ impressione diversa dalla verità. I caucasici del presidio di Pesariis (non un gruppo di cosacchi) pronti all’ esecuzione della trentina di elementi è fatto grave, indelebile. rimasto nella memoria dei valligiani che, il laureando, sembra trattare con svagatezza per sfornare una nota di verginità pro Resistenza, interponendo l’illazione che i due valligiani , la “Maga” ed il fratello”, furono uccisi dai partigiani per spionaggio e non per vendetta con l’ aggiunta, come sopra riportato, di ritenere “… impensabile che i partigiani attuassero la legge marziale, così come facevano gli occupanti". Ciò spiega che il medesimo, autore della tesi , non era quindi informato sulle malefatte dei partigiani perchè anche queste furono Resistenza: ladroneggi, vendette personali, esecuzioni capitali senza preamboli su due piedi e senza verifiche, intese a soddisfare la brama di uccidere in nome della legge della macchia, delitti di molti di loro dalle mani sporche di sangue. Ignorava, evidente- mente, il laureando, che i partigiani, non potendo mantenere e custodire i prigionieri tedeschi, li fucilavano, ignorava il massacro dei cosacchi a Chialina, quello degli sei caucasici fucilati a Casiacco,( pagine n.196-197 de “Lo Sterminio Mancato”) il criminale massacro dei prigionieri cosacchi con donne e bambini nel bosco Chianâl sui monti di Avasinis, consumato dopo l’avvenuta firma dell’armistizio e le cessate ostilità, e molto altro.
Riconfermo quindi che, la fucilazione dei due valligiani, in conformità a valutazioni e confidenze fattemi da partigiani della Garibaldi fu decisa ed avvenne per vendicare la morte del commissario Gracco.

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Sul tentativo dell’Osoppo, organizzazione partigiana riemersa a fine guerra dopo lo scioglimento autunnale, con qualche nucleo per affrontare i tedeschi ormai perdenti ed in ritirata, proponendosi di ottenere la resa del presidio cosacco di Ovaro e bloccare decine di migliaia di cosacchi in ritirata verso l’Austria lungo la val Gorto, il 2 maggio 1945, il Venir riporta quanto da me affermato nell’“Armata Cosacca in Italia…” fin dalla prima edizione del 1965, riconfermato nelle riedizioni della Mursia ad iniziare dal 1990 (vedi nota a pagina nr. 170 riportata in calce, Nota n.4). Si trattò di ” una decisione dovuta alle insistenze di un gruppo di borghesi che affiancavano il C.L.N., appoggiati dal comandante osovano Paolo ”. Conclude poi il Venir a pag.46: ” In fin dei conti la posizione di Carnier è qui forse la più obbiettiva e la più vicina al vero, se parecchi testi paiono sorvolare sull’ accaduto, se lo stesso Lizzero appare così restio a parlarne, qualcosa di vero in ciò che dice Carnier probabilmente c’è, evidentemente ci sono precise responsabilità partigiane….”. Lizzero “Andrea”, ed altri importanti esponenti della Garibaldi non furono presenti, in quanto impegnati altrove, nell’azione di Ovaro.
Stante il grave risentimento della totalità della popolazione di Ovaro contro i responsabili della sciagurata azione contro i cosacchi, fu eletta una commissione che provvide a redigere un ricorso, che qui riporto in sintesi, firmato dalla totalità della popolazione attraverso i suoi capi famiglia. Nel medesimo fu fatta richiesta di effettuare una rigorosa inchiesta allo scopo di accertare le responsabilità delle persone che, il 2 maggio 1945, provocarono i tragici fatti di Ovaro dopo che già era stato firmato l’armistizio e fossero stati impartiti gli ordini alla calma. Fu chiesto quindi di accertare l’identità dei colpevoli e che, gli stessi, siano chiamati a rispondere dei gravissimi danni materiali e morali .Furono 26 le vittime innocenti e ben sette famiglie rimasero senza tetto e persero ogni avere. L’atto prosegue precisando che “ vi è ragione di ritenere che un gruppo di industriali della zona avessero interesse a dimostrare attraverso un fatto d’arme la loro simpatia per gli Alleati allo scopo di mascherare i loro veri sentimenti e assicurarsi in tal modo l’impunità politica”…
L’atto fu trasmesso, in data 9 settembre 1945, a S.E. il PREFETTO di Udine – al COMANDO MILITARE ALLEATO di Udine – al PROCURATORE DI STATO di Udine. Non si conoscono i risultati, ma è sospettabile che il ricorso sia stato insabbiato…
Grosse sciocchezze sono state scritte, a gran distanza di tempo, da pennaioli paesani sulla battaglia di Ovaro, emerse soprattutto al Convegno di Verzegnis tenuto in due sessioni separate nel 2005 e 2007, e da me bocciato in conformità a precise motivazioni sul Messaggero Veneto, in data 28.04.2009, sotto il titolo “BOCCIO IL CONVEGNO DI VERZEGNIS”: cui fece seguito un articolato rapporto, sui miei siti Facebook e Blogger, intitolato : COSACCHI. LO STRANO CONGRESSO DI VERZEGNIS in data 13.09.2013...

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Il Venir riferisce a pag.40  ” che Carnier è un nome che spesso ricorre nelle parole di Lizzero”. Suppongo che il Lizzero possa essersi espresso, nei miei confronti, in senso critico, ritenendomi opposto alla sua posizione . In ogni caso a pag. 88 della tesi, in un’intervista rilasciata dal Lizzero, il medesimo ebbe ad affermare :
 “” Carnier ha preso una posizione precisa e va rispettato”. Dal punto di vista storico l’On.le Lizzero, per quanto di mia conoscenza, svolse nel movimento partigiano un ruolo di essenziale responsabilità al vertice. Fu lui, in una riunione di esponenti partigiani responsabili nell’ alta valle di Pani in Carnia, il 20 novembre 1944, in uno dei più tenebrosi momenti della lotta partigiana, ad imporre la continuazione della Resistenza sui monti come precisai a pag.64 delle più volte citato mio volume “L’Armata Cosacca…”
Nella parte da pag.52 a 62 il Venir. passa in rassegna i contenuti di romanzi usciti sull’ argomento, autori Sgorlon, Magris, Sibille Sizia e fa riemergere la figura dell’atamano generale cosacco Piotr Nikolaevic Krassnoff che fu in Carnia, insediatosi nel villaggio di Villa di Verzegnis. Si tratta di personaggio del quale, oltre a quanto riferito nei miei due volumi, ho esplorato l’intera esistenza. Riemerge nella tesi l’equivoco causato dalla falsa notizia del diario della Garibaldi, a pagina n. 67, in cui si dichiara che i partigiani, a località Chiassis lungo la val Gorto, nel corso della ritirata, avevano ucciso il generale Krassnoff. Tale falsità mi costò lunghe indagini per accertare la vera identità del generale ucciso a Chiassis e, grazie all’ apporto di cosacchi rintracciati all’ estero e, soprattutto, del generale Boris Bogaevsky, rifugiato in Francia fin dall’ esodo al termine della controrivoluzione russa, fui in grado di stabilire la verità. Si trattava del generale Teodor Diakonoff, anni 73, nato a Novocerkassk ucciso in realtà da un partigiano, Ateo Beorchia, come da dichiarazione postuma apparsa sul periodico “Patria Indipendente” nr.14/15-1984, mentre inoffensivo procedeva a piedi in ritirata, come dettagliatamente riferito a pagine n.188,189 de “L’Armata Cosacca…”. Sulla base delle mie documentate informazioni la Commissione tedesca di Kassel, addetta alle onoranze dei caduti, provvide a scolpire l’epigrafe nella tomba n.527 del campo I° nel grande cimitero militare tedesco di Costernano sul Garda ed ovviamente diffusi la notizia sul Messaggero Veneto.
Riscontro comunque che, nella tesi del Venir, nulla appare riguardo la destituzione del generale Krassnoff, rimosso dal comando dell’Armata cosacca appena giunse da Berlino in Italia, su disposizione del SS. Gruppenfuehrer Globocnik dell’Alto comando SS. e Polizia Trieste, con passaggio dei poteri di comando al generale Timofej Ivanovic Domanow, notizia diffusa tra i cosacchi con proclama nr. 4 del 14 febbraio 1945. L’argomento risulta trattato introduttivamente nella parte V de “L’Armata Cosacca….”, riedizione 1990, Mursia-Milano, sfuggita all’ autore ed ugualmente a pagine nr.182-183 de “ Lo Sterminio Mancato”.
Termina qui questo mio intervento . Ho rilevato che l’autore Venir ha espresso stupore e disappunto che la vicenda cosacca, sulla quale il Messaggero Veneto e altre testate e poi il Gazzettino, di cui sono tuttora collaboratore culturale, mi avevano dato spazio e quindi ovvia attendibilità, non abbia scosso il freddo mondo culturale friulano dando luogo ad un fecondo dibattito storico, in contrapposizione al fatto, e questo lo dico io che, in molti centri importanti, perfino in Sardegna ad Orgosolo, mi fu offerta la possibilità di tenere conferenze sul caso.
Non posso non rilevare che l’ambiente regionale, soprattutto friulano, coercito dalla pesante cappa del clericalismo e vincolato a subordinazione politica, risulti condizionato da una chiusura alla conoscenza teoretica e quindi, in riferimento a molte vicende, al riconoscimento dell’oggettività storica.  E’ ormai consolidato che la gestione dell’eredità storiografica della Resistenza è in mano a consorterie che ciecamente perseguono interessi di parte in danno di un’oggettiva formazione culturale della collettività, attribuendo all’ insur-rezione partigiana prevalenti ed impropri aspetti agiografici ed occultando alle giovani generazioni la conoscenza di quali furono le concrete risultanze ed i veri fini politici.
17 gennaio 2016
                                                                   PIER ARRIGO CARNIER


Nota n. 1
On.le Mario Lizzero “Andrea”, ex commissario della Garibaldi, personalità rilevante della Resistenza.
Nota n.2
Di tali bande sussistevano elementi probatori di un loro collegamento con le formazioni partigiane slovene di Josip Broz Tito.
Nota n.3
Caucasici della Freiwilligen Brigade Nord Kaukasus e Reggimento georgiano.
Nota n.4
Fu tenuta, la sera del 1° maggio, un’ulteriore riunione segreta dei membri del C.L.N. e dei capi partigiani in una casa isolata alla periferia nord di Chialina.
Nella riunionen il membro del C.L.N. Elio ( Fabiani) aggregato allo Stato Maggiore della “Garibaldi” (in base alla ricostruzione fatta dal medesimo all’ autore), manifestò assieme a Da Monte, comandante delle formazioni d’assalto dell’”Osoppo”, la ferma opinione di non usare le armi contro i cosacchi ad evitare prevedibili gravi conseguenze. Mancava allora alla riunione il comandante Furore, che si trovava col suo battaglione oltre il fiume Degano, nel villaggio di Cella. Tutto il C.L.N., nel complesso, era dell’avviso di rimanere in posizione di trattativa coi cosacchi. Ma, poco dopo,, a modificare le opinioni di alcuni membri del C.L.N., giunsero alla riunione dei nuovi elementi borghesi, col fazzoletto verde al collo quale attestazione di fiancheggiamento dell’”Osoppo” (si trattava di alcuni De Antoni di Comeglians, imprenditori dell’industria del legno e di qualche altro), i quali, col capo partigiano Paolo dell’”Osoppo”, riuscirono a far prevalere l’opinione di attaccare il presidio. Mancava allora alla riunione il conte Burgos, inoltratosi con alcuni partigiani verso la pianura per incontrare gli Alleati ch’erano già stati segnalati in arrivo. L’opinione dei nuovi elementi, che rafforzavano il C.L.N., ebbe prevalenza e l’attacco fu progettato per l’alba. L’idea dell’attacco era quindi il volere di una terza forza, di di natura borghese, che costituiva una corrente a sé stante appoggiata dalla brigata “Osoppo”.

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giovedì 12 gennaio 2017

LONTANI RICORDI RELATIVI A POVOLARO, VILLAGGIO DELLA CARNIA.








L'immagine può contenere: cielo, montagna, nuvola, casa, albero, spazio all'aperto e natura


12 gennaio 2017


( Villaggio di Povolaro - foto di Alida Carlevaris )



Povolaro un paese della val di Gorto vicino al mio  (dov' ebbi i natali ) che mi ricorda tanta gente e molte vicende. In quel paese anche se nella foto non si vedono, c’erano le scuole elementari che io frequentai e la chiesa di San Floriano, all’interno della quale stava uno splendido quadro della madonna del famoso pittore Da Pozzo di Maranzanis. Si diceva che, nel volto della vergine, il Da Pozzo avesse riprodotto le sembianze di una splendida donna del mio paese, madre come ben ricordo della mia compaesana Irma Di Vora. Nella Carnia di quel tempo, anni trenta-quaranta c’erano delle stupende donne,  come aspetto fisico, e questo  lo confermava anche  Wanda, mia moglie. Di talune, già decedute da tempo, quando io ero ragazzo quasi adolescente, mi piaceva passare nel vecchio cimitero del paese, ormai in abbandono invaso da stoppie e dov’ erano cresciuti dei sambuchi che mettevano, in estate, i loro fiori bianchi dal delicato profumo dolciastro, a guardare le loro foto incastonate nelle lapidi. Confesso che a guardare i volti di quelle donne, nel silenzio avvolto di mistero di quel luogo, sentivo che quelle donne mi parlavano …
Di Povolaro, gli ex compagni delle elementari, purtroppo ormai sono passati tutti a miglior vita, ma i ricordi rimangono. Vicino alla Chiesa, dove in un giorno sciroccoso d’inverno venne battezzato Pier Nicola, uno dei miei figli, oltre alle scuole c’era anche la latteria-caseificio. Non posso dimenticare come, nei gelidi mattini invernali taluni da mettere i brividi, ad ore dalla luce crepuscolare donne dagli abiti scuri con gonne lunghe avvolte in uno scialle sempre scuro, raggiungevano la latteria, camminando frettolosamente per portare a mano o in spalla il bidone zincato che conteneva il latte della mungitura. Soprattutto ricordo Irma Gagliolo , con la quale avevo familiarità, donna piacente e vigorosa nata a Sostasio in val Pesarina, moglie di un facoltoso contadino che aveva una vasta proprietà e una capiente stalla con vacche a località Tauz sull’ altopiano che precede il villaggio di Clavajas sulle falde del monte Podzof (termime slavo) -Nota. Non posso infine dimenticare, riguardo Povolaro, il compagno di scuola Carlo Negro. Lo ricordo soprattutto quando entrambi avevamo circa vent’anni col quale, anni prima, passammo insieme (io studente) due stagioni da autentici pastori a malga Malins, una delle più grandi della Carnia posta ai confini del Comelico, dove salivano ad alpeggiare i mandriani della pedemontana, gente da Prades-Pielungo. Conservo una preziosa foto scattata all’ ingresso della casera dove io e Carlo siamo in gruppo con circa oltre venti pastori. Ricordo che camminavamo disinvoltamente scalzi sui pascoli e lungo i tratturi pietrosi (viaz) secondo l’usanza dei vecchi pastori delle montagne di Lauco. Ci si alzava ad ore antelucane per accudire ai compiti di malga con un freddo da battere i denti. Carlo, nell’estate 1944, si dette alla macchia aggregandosi a una formazione partigiana comunista della Garibaldi che operava nell’ alta val Tagliamento. Lui era un tipo determinato ed aveva un fegato da leone. In settembre seppi che era caduto durante un’azione nel corso dei rastrellamenti tedeschi che poi portarono al crollo della Resistenza e, ovviamente, provai dispiacere e molta amarezza. Sono certo che si era arruolato con fede per l’ideale di giustizia ed uguaglianza sociale e non per altre balle: libertà, democrazia etc. Un pomeriggio fui informato che la bara sarebbe giunta a Povolaro. Era tempo in cui circolavano i tedeschi e c’era poco da ridere. Lasciai tutto e mi diressi verso Povolaro. Faceva un caldo afoso e rammento che un un’aria leggera accarezzava i campi di granturco sulla piana che sta sulla destra salendo verso il villaggio. I genitori di Carlo gestivano un’ osteria ed allorchè giunsi seppi dai fratelli di Carlo, Santina e Gregorio, che la bara era già arrivata. Era di un rovere chiaro collocata in una stanza a pian terreno, ma i fratelli mi dissero che non la si poteva aprire per vederlo... Trovai i due fratelli distesi rasserenati quasi disinvolti, forti diciamo. Anche Gregorio era partigiano della Garibaldi. Con loro c’erano due partigiane in divisa, bustina in testa con stella rossa, attorno al collo il fazzoletto rosso quasi violaceo, camicia cachi, calzoni corti, scarpe da truppe tedesche prelevate a qualche morto. Erano spigliate, indifferenti in modo quasi da stupire data la circostanza, sorridenti come se nulla fosse e questo era il clima partigiano comunista quello cioè di evitare facce patibolari. Mi dissero che erano entrambe di Forni, val Tagliamento e lo si capiva bene dal tono del loro idioma. Parlammo di diverse cose, del come era caduto Carlo, di rastrellamenti tedeschi imminenti come infatti avvenne di lì a poco, mentre Santina ci portò del vino scarlatto, direi nero in un fiasco impagliato, che bevemmo in quelle grandi tazze pesanti di vetro grezzo da vecchia osteria. Calava la sera quando lasciai Povolaro. Le due partigiane uscirono con me dall’ osteria ad accompagnarmi per un tratto, poi ci lasciammo che ormai faceva buio, ma prima mi abbracciarono forte, mi dissero i loro nomi e delle frasi piacenti, indimenticabili con quel tono indifferente, affascinante da brigatiste che, sinceramente, è rimasto nel mio cuore…

12 gennaio 2017
                                                                  PIER ARRIGO CARNIER


Nota.


 Su Irma Gagliolo desidero aggiungere dell’altro. Nel suo modo di essere contadino era donna stupenda .. Come accennato presto al mattino, con un bidone in spalle e uno per mano, Irma partiva da località Tauz per portare il latte alla latteria -caseificio di Povolaro. Imboccava la mulattiera che , poco dopo il suo cascinale, entrava in un cupo vasto bosco di alti abeti, buio come la notte anche di giorno, poi la mulattiera attraversava un altopiano di prati con stalle. 
Il teatro delle montagne, visto a fine giugno inizi di luglio dal menzionato altopiano, era stupendo. Nelle giornate di sole , sui prati non ancora sfalciati, l’aria accarezzava il  manto d’erba, fluente ed oscillante di  fiori d’acquilegia,  garofano e  tarassaco giallo diffondendo un profumo antico, soave appena percettibile, la tonalità dei verdi era assorbente, tenera quasi un inno delicato, gli stalli, i sentieri, taluni fiancheggiati a tratti da muri di  tufo color ocra, apparivano in ordine, l’altopiano era come un giardino, qualche donna   con passo lento come se la vita durasse in eterno appariva sui sentieri, non  si sentivano  rumori solo qualche voce distante. Questo era un lembo di  Carnia degli anni della mia fanciullezza fino quasi all’adolescenza.
Nel mese di febbraio, inizi di marzo era mia abitudine passare a salutarla assieme ai familiari nel cascinale di Tauz allorchè salivo sul monte sovrastante, il Podzof, per poi lanciarmi in discesa con gli sci nel canalone detto “Lavinal” dove lei, in estate, assieme a collaboratori falciava vasti prati di proprietà . So che usciva più volte dal cascinale a guardare verso il monte per vedermi durante la precipitosa discesa. Io la notavo dall’ alto muoversi, piccolo puntino nero nel candore della neve. Al ritorno ripassavo a salutare e lei mi diceva di essere stata con le mani giunte a scongiurare una caduta nel qual caso, se finivo contro qualche faggio, veramente rischiavo anche la vita... Ad Irma piaceva accompagnare la propria mandria di vacche, stando in coda, nell’andata in malga, agli inizi di giugno, ed al ritorno al termine della monticazione, a metà settembre od anche all’inizio di ottobre. Era tradizione di famiglia portare le loro beste nelle malghe Lavardet-Mimojas, in fondo alla val Pesarina. Scendendo dall’altopiano lungo una mulattiera, nell’ andata come al ritorno, la mandria passava rasente a casa mia ed era tipico di Irma, con voce sferzante, gridare alle bestie per correggere il loro andamento per cui le chiamava an per nome: “ Furia”, “Bruna”,”Furba”, “Furmia”. “Tumicina”. I giorni dell’andata e del ritorno dalle malghe rappresentavano una specie di festa. I capi mandria, i proprietari uomini venivano sempre in testa, le donne di fianco ed in coda. Lungo le valli c’era un clima rilassato, quasi gioioso specie nei giorni di smonticazione in settembre, pervaso dal tintinnare bronzeo incessante delle zampogne. Erano i tempi, da fine anni trenta ai cinquanta, delle grandi mandrie di razza “Norica” dal mantello rossastro molto adatta ai pascoli alpini, che venivano in buona parte dalla bassa val Tagliamento e dalla valle d’Arzino (Pedemontana): transitavano migliaia di capi. Vecchia Carnia di pastori e malgari, delle malghe “Norvenas”, Podzof, “Agareit”, Zouf Plan, Chiaula Tumicina, Chiaula Grande, Dimon, Cercevesa, Plumbs, Mont di Tierc, Valinia, Gerona, Forchia, Valuta, Mont di Riu, Litim, Vielma, Vinadia Grande, Pieltinas, Festons, dove sei ?? Non c'è risposta perchè quella Grande Carnia, non c’è più !!


PIER ARRIGO CARNIER

venerdì 30 dicembre 2016

MERAVIGLIOSO CAUCASO.






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MERAVIGLIOSO CAUCASO 

Non posso evitare di riportare alcune frasi del mio libro “L’Armata Cosacca in Italia 1944-1945”, lanciato nel 1965 dal grande editore svizzero De Vecchi con sede a Milano. Molte furono le   riedizioni.
Mi riferisco al barone Tomas Ibrahim Kapitovic della Gendarmeria caucasica il quale, assieme ad altri, era spesso a casa mia..”...Parlava, il vecchio gendarme (pagine 94-95), molto spesso della Crimea  (Crim) dei suoi grappoli d’uva e dei suoi vini, di Kerc e delle bellissime donne  cosacche e caucasiche ed allorché descriveva quelle figure femminili, dai capelli corvini e dagli occhi chiari, il suo volto assumeva un’espressione furbesca ed ammiccante.Le donne ricorrevano con una certa frequenza nei suoi ricordi e il significato dei suoi racconti si riassumeva pressappoco così : < Le donne  del Caucaso sono le più belle del mondo. Tra le montagne caucasiche, dove l’ estate diffonde milioni di fiori, vivono delle meravigliose fanciulle. Esse assomigliano a Liuba e Navieska, che tu conosci. E le più belle costano, per poterle sposare, un branco di cavalli cosacchi. Con un branco dei migliori cavalli cosacchi da donare ai genitori della ragazza, puoi farti  sposa la più bella fanciulla del Caucaso>.
<A guerra cessata tu verrai nella Caucasia : Istambul-Adies-Kislawuoskj (Costantinopoli-Odessa-Kislawuoskj), sono le tappe del tuo lungo viaggio ed io sarò ad aspettari. Ti porterò nelle stanitse e nelle misteriose città del Mar Nero>.E  ciò dicendo, Kapitovic si alzava in piedi. Sotto la labile luce della lampada la sua figura si faceva maestosa, e io pensavo che quel mondo pieno di fascino doveva essere effettivamente così…>
Altro vi sarebbe da aggiungere, ma mi fermo qui.
Non nascondo che questi ricordi vissuti in  quella Carnia lontana,  con mia generosa sensibilità, mi commuovono. Sulla mia lunga attività culturale vi è comunque, da tempo,  vivo interesse da parte dei dirigenti degli archivi e musei di Mosca e nondimeno da parte di Vashinton. Non posso evitare di riferire con mia ovvia soddisfazione che, il dott. Piga Petrenko Serghei assieme ad altri, delegato del Centro Russo di Scienza e Cultura di Roma e rappresentante dell’organizzazione di riconoscimento dello spazio culturale dei Cosacchi come patrimonio immateriale dell’umanità presso l’ UNESCO, facendomi di recente un nuova visita  presso la mia residenza nel pordenone- se, mi riferì che, in occasione all’ uscita su piano nazionale del mio ultimo libro della Mursia-Milano “Cosacchi contro Partigiani”,era salito di di proposito in  Carnia al mio paese a fotografare la mia casa natale ed i luoghi dei dintorni, essendo interessati in tal senso, per la mia lunga attività culturale nella veste di storico e giornalista gli archivi e Musei di Mosca,  stante il proposito di traduzione in russo dell’intera mia opera culturale.

30 dicembre 2016

PIER ARRIGO CARNIER


lunedì 19 dicembre 2016

RICORDI LONTANI DELLE PIEVI DELLA VECCHIA CARNIA


Alida Carlevaris
Pieve di San Pietro in Carnia.
 La famosa PIEVE di SAN PIETRO che sorse in subordine all' ABBAZIA di MOGGIO, dopo di che viene 
la PIEVE di GORTO, tre chiese che per importanza segnano, nella cristianità, lo storia della Carnia. 
Della Pieve di Gorto ho dei lontani  ricordi, essendo nato in Carnia nella stessa valle in un paese più a nord che abbandonai definitivamente alla fine anni cinquanta. Rammento che, non sempre, ma soprattutto nelle giornate di scirocco, si sentiva il suono delle campane della Pieve dai rintocchi cupi, possenti, quasi intimidatori e a me pareva che quei rintocchi provenissero da un mondo impresente, lontano il che suggestionava la mia forte romantica fantasia giovanile.. Da ragazzo prendevo annualmente parte a una rituale processione di valligiani che, guidata dal portatore di una croce massiccia laccata in argento, raggiungeva la vecchia Pieve. Solitamente trovavamo la chiesa sovraffollata invasa di fumo e dall' odore d'incenso. Ricordo la notevole presenza di donne della vecchia Carnia, silenti, composte, pervase di mestizia dettata dalla circostanza e vestite di scuro, direi piuttosto di nero e dalle lunghe gonne. Si celebravano molte messe in relazione alle varie processioni per cui la cerimonia si protraeva nel pomeriggio. Nel vecchio cimitero, accanto alla chiesa, stavano delle lapidi di tombe con le epigrafi in tedesco che mi piaceva andare a vedere, lasciando la chiesa prima della fine della messa. Si trattava di lapidi relative a morti portati li dal Cadore precisamente da Sappada, villaggio abitato da gente di origine austriaca e che, ai vecchi tempi, faceva parte della Carnia per cui, sotto il profilo delle competenze ecclesiali, dipendeva dalla Pieve di Gorto. Interrogai a proposito vecchi abitanti del vicini paese di Cella, villaggio attiguo alla chiesa e chiesi anche informazioni a gente “sappadina” ed alla Parrocchia di Sappada. La sepoltura dei morti nel cimitero della Pieve di Gorto, per la gente di Sappada, era facoltativa e veniva esercitata da famiglie piuttosto benestanti. Seppi che il viaggio funerario, per portare il morto da Sappada alla Pieve, era un vero calvario lungo una vecchia strada che, dopo il paese di Forni, percorreva le falde del monte Talm per poi costeggiare il fiume Degano e quindi raggiungere la Pieve.

18 dicembre 2016
                                                                 PIER ARRIGO CARNIER

giovedì 15 dicembre 2016

DIARIO OLOGRAFO DEL GENERALE AUSTROUNGARICO URBANSKI VON OSTRIMIECS




COMUNICATO



Tanto per informare che i miei interessi vanno oltre alle argomentazioni della seconda guerra, vicende dei Balcani e dell’Est rendo noto che ritengo di portare a conclusione, anche se occorrerà ancora un  certo tempo, la versione in italiano dell’imponente diario olografo inedito del generale austroungarico AUGUST URBANSKY von OSRIMIECS, che contiene le memorie del medesimo quale capo dell’Evidenz Bürau austroungarico (Servizi Segreti) con  riferimento al periodo che portò all’inizio della prima guerra mondiale e quale comandante di unità, nel corso della guerra, evidenziando vicende inerenti al fronte russo, sfondamento di Caporetto, avanzata sul Friuli e Veneto, fronte del Piave con descrizioni particolareggiate inerenti alla Strafexspedition. Hurbanski era cognato del generale Conrad von Hoetzendorff, e fu colui che trattò il caso del colonnello Redl, reo di tradimento ed altro. Diario di eccezionale alto interesse storico con delucidazioni sull’ attentato di Serajevo (assassinio del principe Ferdinando), reso con scrupolosità nella stesura e del quale, circa trent’anni fa ed anche più recentemente pubblicai giornalisticamente degli stralci e tenni anche una conferenza nell’importante Centro culturale Aldo Moro di Cordenons, motivata dal fatto che Urbanski, dopo lo sfondamento di Caporetto ebbe a stazionare con la sua divisione nella cittadina, passando poi ad insediare il suo comando a Villa Varda , dopo di che fu sul Piave, argomento sul quale il  generale riferisce dettagli di eccezionale delicato rilievo.



NOTA
Tornando al diario URBANSKY, di cui conobbi la stupenda figlia Haidi Heiny che venne anche a trovarmi a Pordenone, donna di alta classe e di famiglia vicina agli Asburgo, indubbiamente rilevanti gli accadimenti, dovuti alle forze austriache sciamate nel Friuli e nel Veneto, scese col travolgimento del fronte Carnico e quelle austroungariche-tedesche affluite con lo sfondamento di Caporetto. Fatti e vicende che mai si finirà di raccontare. Infine preziosa l’analisi strategica di Urbanski sul fallimento della Strafexspedizion diretta da Conrad von Hoezendorff con l’appoggio di Boroevic ( quest’ ultimo avrebbe però desiderato gestirla e vi furono difficoltà da parte del nuovo imperatore Carlo nel prendere un decisione sull’ affidamento...). Di eccezionale interesse la controffensiva austroungarica del Piave, con particolare riferimento all’ azione degli Honved ungheresi appartenenti alla divisione di Budapest, splendide truppe che assieme a forze austriache riuscirono a piazzarsi sul Montello in condizioni proibitive e che poi si ritirarono con metodo magistrale degno da manuale, in seguito all’ ordine dell’ imperatore Carlo diramato il 29 giugno da Spilimbergo. Li ricordo sempre con affetto gli ungheresi in quanto mia madre era figlia di padre ungherese (ungarisce Vater...). Spesso sono tornato sul Montello a controllare in silenzio i luoghi...
Desidero aggiungere che, da superstiti civili rimasti rischiosamente in quei luoghi (villaggi del Montello, Nervesa, Collalto) durante l’infernale periodo di battaglie del 1918, ebbi delle testimonianze, mi riferisco al 1970 e quindi a 46 anni fa, che ungheresi ( gli Honved) ed austriaci, cioè le unità austroungariche impegnate in guerra soffrivano ormai la fame per forte carenza di viveri, essendo venuta anche quasi a mancare la razione del pane. L’ardita azione del Montello, orchestrata dal generale Goiginger che, per la stessa, ricevette poi dall’ imperatore le più alte onoreficenze militari, venne quindi realizzata in condizioni di vettovagliamento tragiche. Sulla vicenda Montello scrissi, negli anni settanta, un caro articolo diffuso allora dai quotidiani “L’Arena di Verona” e “Giornale di Vicenza” a cui corrisponevo. Non posso dimenticare che, sull’argomento del fronte austroungarico del Piave, mi intrattenni alcune volte, a Mauthen-Koetschach, parlare con il dott. Georg Weinländer medico nell’ Obergail che, in qualità di combattente aveva vissuto le vicende di quel fronte e gli era nota l’azione del Montello. Rammento che, nel rievocare talune circostanze, gli scendevano le lacrime dagli occhi.

17 dicembre 2016                                    
                                                                              PIER ARRIGO CARNIER 


















15 dicembre 2016
                                                        PIER ARRIGO CARNIER