PIER ARRIGO CARNIER - storico e giornalista

mercoledì 13 gennaio 2016

LA DRAVA COL SUO SOMMESSO LIEVE SCIACQUIO DELLE ONDE TI PARLA....


Pier Arrigo Carnier Michael Donskoff autorità russo ortodossa, vescovo a Ginevra, prima della cerimonia commemorativa annuale sulla Drava  del 1.06.2015  si intrattiene coi cosacchi in uniforme accanto al cimitero cosacco di Peggetz, luogo estremamente significativo dove senti che sussiste un ricordo che merita rispetto, quello dei morti dovuti alla violenza della consegna ai sovietici del 1.06.1945 per volontà dei vincitori alleati. Lo senti nell'aria quasi umida profumata della frescura degli ontani, lo capisci nelle corone sfolgoranti di fiori seppure finti, gialli, rossi,azzurri, lo capisci nella mestizia dei convenuti cosacchi civili e non, in composto abito scuro da festa tolto dall'armadio per quella specifica occasione, giunti da luoghi lontani, dalla Francia, Stati Uniti, Canada...., congiunti, amici delle vittime. La Drava col suo sommesso lieve sciacquio delle onde ti parla, ti dice che qui c'è l' anima dei cosacchi con le sue sofferte vicende, perchè qui quell' anima c'è, sopravvive eterna staccata dal corpo materiale secondo i principi del grande filosofo greco Platone. Qui ho conosciuto centinaia e centinaia di cosacchi, generali, ufficiali, donne, umili cosacchi molti dei quali hanno voluto raccontarmi le loro tragiche vicende. Non posso dimenticare la galiziana Sikorska Stani che, da ragazza, visse coi cosacchi, nel 1944-1945, l'esperienza Italiana ad Osoppo, Artegna, Tolmezzo e conobbe la dura ritirata con neve e tormenta lungo i tornanti della strada che supera le alpi attraverso il Ploeckenpass. Alle commemorazioni piangeva sempre. La Drava, di fronte al cimitero cosacco di "Peggetz", è come un punto di confine un limite dove insorge spontaneo, per uno come me che ha preso parte alle commemorazioni della tragedia cosacca fin dal primo dopo guerra, uno scenario di ricordi, tanti ricordi in un clima di distensiva rievocazione ...

12 gennaio 2016

PIER ARRIGO  CARNIER
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martedì 5 gennaio 2016

VIVO INTERESSE, NEI LETTORI,RIGUARDO IL GIUDIZIO ASSUNTIVO SULLA RESISTENZA CARNICA E SULL’ IMMAGINE DI MIRKO E KATIA

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PIER ARRIGO CARNIER·MARTEDÌ 5 GENNAIO 20163 letture
Ho notato un forte interesse riguardo il post del 30.12.15 LA STAGIONE DELLA RESISTANZA CARNICA NELLA SUA EFFETTIVA REALTA’, già reso pubblico su questo sito, e alla risposta da me data sul caso MIRKO a Laura Matelda Puppini., che qui di seguito riporto assieme al testo delle domande rivoltemi ( Vedi allegati). Stante tale attenzione vorrei precisare che vari miei post già pubblicati sui siti Facebook e Blogger riferiscono su Mirko e Katia, legati all’infiltrato sovietico Cernikow e quindi al disegno di Stalin di un rivolgimento espansionistico nell’Europa occidentale, nord Italia compreso. I due ferventi stalinisti vissero il tardo autunno e l’inverno 1944-1945 fino alla data del loro assassinio in aprile, come già scrissi in vasti articoli documentati sulla stampa ( prevalentemente su Il Gazzettino e su “Asou Geats”, quest’ultimo periodico carnico diffuso anche in Austria) in due rifugi, il primo costruito con assi di larice prelevate ad Ampezzo nella segheria dei Nigris (Giuseppe Nigris era mio cognato) di fronte ai caseggiati dell’Ors di Pani agli inizi del Coladôr. Mise piede, in quel rifugio, il medico dottor Bonanni di Raveo, (Nota n.1) chiamato d’urgenza mediante un montanaro sceso dalla valle, in quanto Mirko era peggiorato in salute con sbocchi di sangue per l’emottisi. Sentendosi insicuri Mirko e Katia si spostarono poi in un punto dominante, sui crinali dell’alta valle a località “Pala dai Zocs” dove, all’alba ella liberazione caddero assassinati. Nel secondo rifugio nessuno mai mise piede ad eccezione del sovietico Cernikow. Riguardo la fase finale della loro sopravvivenza, divenuti nemici della Resistenza italiana, secondo Mirko fiaccata e nella quale si era spento l’ impulso rivoluzionario che io stesso, testimone del tempo, non mancai di avvertire. Col cav. Antonio Zanella “Ors di Pani” splendido, intelligente, acuto ineguagliabile montanaro, tornammo più volte a rivangare le confidenze fattegli da Mirko sui suoi principi ideali del divenire e su altri particolari importanti. Ricordo soprattutto che ne parlammo a lungo, nel suo casolare, una serata mentre nell'alta valle nevicava e tutt'intorno le montagne erano plumbee. Sull’ultimo periodo vissuto da Mirko e Katia ho riferito nel mio post “MIRKO e KATIA–MONOPOLI (Bari)” del 29.10.2014.
5 gennaio 2016
PIER ARRIGO CARNIER
Nota n.1
Testimonianza di Angelica e Carmela Bonanni, a me care, sorelle del medico.

                                     ALLEGATI
          
Domande postemi

Laura Matelda Puppini Dato che non siamo più giovanissimi, e che Lei conosceva, se non erro, il fratello ed il padre di Katia, Gisella Bonanni, (la moglie o fedele compagna di Mirko, poco importa, per me la giovane che fu al fianco di Mirko, combattè e soffrì con lui, che era tisico, ed affetto da emotisi), sarebbe importante che ci confermasse se effettivamente Mirko, che, dalle informazioni sinora avute, non combattè mai in Veneto, era veramente un ufficiale dell'areonautica di re Pietro, se si chiamava Arko Mirko, o se Mirko era il nome di battaglia, se è vero che era di Lubiana, tenendo conto, che se le informazioni vengono dalla famiglia Bonanni, come penso, potrebbe esser solo quello che essi sapevano, senza altra prova. La ringrazio se vorrà dare questo contributo. Laura Matelda Puppini


Risposta alle domande.
Sono tutt’ora procuratore irrevocabile “post mortem” di Mirko nome di battaglia, la cui identità anagrafica, assolutamente certa è Arko Mirko, da me dichiarata in pubblicazioni editoriali e in vari articoli sulla stampa e me ne assumo ogni responsabilità. Fui io a cercare i familiari di Mirko in Iugoslavia e ad informarli sulla sua fine mentre i responsabili della Resistenza nulla avevano comunicato e l’ANPI di Udine mi dichiarava di nulla sapere come se il noto comandante partigiano non fosse esistito…. Fui nominato con due procure irrevocabili nella Federativa Iugoslava, una del 1987 l’altra nel 1998, con ampi poteri onde difendere la memoria di ARKO MIRKO ed accertare gli esecutori ed i mandanti del suo assassinio ed ogni altra connessa particolarità. Le informazioni in mio possesso sull’identità anagrafica di Mirko rigorosamente controllate, vengono dalla Iugoslavia da me accertate presso l’autorità civile, e non dalla famiglia Bonanni che comunque lo riconobbe nei documenti ed immagini da me esibite, famiglia con la quale, in ogni caso, ebbi molti rapporti diretti così come con Bonanni Dionisio, fratello di Katia.
Gisella Bonanni ”Katia” era compagna di Mirko non assolutamente moglie . Mirko era nato in Slovenia e a 21 anni, nel 1943, faceva parte, quale studente, della Scuola militare di idroaviazione di Divulie, dell’Esercito regio iugoslavo di re Pietro Karagergevic presso Spalato in Dalmazia. Con l’occupazione italiana della Slovenia, Dalmazia etc. Mirko cadde prigioniero delle truppe italiane nella menzionata Scuola militare di Divulie. Venne immediatamente internato in Italia in un campo di prigionieri a Padova e poi ricoverato in ospedale. Prova documentale in mio possesso.
31 dicembre 2015
 PIER ARRIGO CARNIER



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venerdì 1 gennaio 2016

LA STAGIONE DELLA RESISTENZA CARNICA NELLA SUA EFFETTIVA REALTA’


                                                           COMUNICATO

Ancora una volta, come vengo a spiegare nello scritto che segue,  mi si è presentata la necessità di un intervento sulle vicende della  Resistenza carnica 1944-1945, che in parte concerne la mia stessa posizione di storico e giornalista e in altra parte verte sulla concreta realtà delle vicende partigiane che ho esposto linearmente nei punti essenziali.

                                                                *        *        *

Mi è stata segnalato da un amico della Carnia  uno scritto su Facebook  di Matelda Maura Puppini e Marco Puppini dal titolo “ SU QUEL DISSACRARE LA RESISTENZA…” onde sentire il mio parere precisando che, nel medesimo, c’è un paragrafo  di  una quindicina di righe che  mi riguarda. Ho preso atto pertanto dello scritto riguardo il quale ritengo di esprimere delle osservazioni in senso costruttivo e su basi probatorie,  soffermandomi inizialmente sulla parte che mi  riguarda. In essa si dice che lo scrivente “” prima di editare  “L’Armata cosacca in Italia” faceva controllare il suo scritto, non si sa perché, dal padre degli Armeni ( si trattava di Mesrob Gianascian) nell’isola di san Lazzaro””. Il fatto che io ritenni di affidare il  dattiloscritto, per la lettura, al padre degli Armeni , come infatti risulta nella premessa del volume, è molto semplice. Lo feci, durante la mia lunga attività professionale svolta in quel di Venezia, per sentire il suo punto di vista sul filone storico, essendo il padre  personalità culturale di altissimo livello e vasto conoscitore di vicende storiche, cosacche e russe in particolare, così giudicato da miei amici giornalisti e studiosi veneziani. La risposta del padre fu molto positiva e trovò riscontro nel giudizio dello staff editoriale della casa editrice Mursia che pubblicò il volume nella collana storica con varie successive riedizioni ed a sua volta la direzione RAI-TV nazionale di Roma, mediante un’equipe, trasse il film documentario “ COSSACKJA” della durata di  due ore. Devo rilevare che gli autori dello scritto sono però  in errore nel dire che il padre degli Armeni “” in relazione alla vicenda cosacca, parlava di similitudine con lo sterminio degli armeni, quasi fossero la stessa cosa”” poichè, nella citata premessa,  io scrissi una cosa  diversa che cioè “” il padre, in relazione alla tragedia vissuta dai cosacchi, mi parlò anche dei massacri subiti dal popolo armeno per mano dei turchi””. Al dilà di questi rilievi, in certo senso trascurabili, osservo però che gli autori si preoccupano di qualificare la mia posizione giornalistica definendomi pubblicista e non giornalista. Il mio tesserino di iscrizione all’Ordine Nazionale dei Giornalisti italiani nr.14498 anno 1970,  mi qualifica giornalista ed  indica solo, in senso del tutto secondario, l’appartenenza all’elenco pubblicisti,  il che sta sta a semplicemente a significare, in base alle norme, che il pubblicista, oltre al rapporto con la testata del quotidiano o rivista, può anche svolgere un’altra attività, mentre il giornalista disciplinato dal vincolo  di dipendenza con la testata, non lo può fare. Le responsabilità, sul piano giuridico,  sono in ogni caso identiche ed io ne sono stato alla prova. Confesso poi che questo desiderio di puntualizzazione un po’ mi stupisce pensando a grandi storici, ad esempio De Felice, che hanno svolto attività giornalistica senza nemmeno essere iscritti all’Ordine  ed è evidente che ciò che conta è la personalità ed il valore dell’uomo e non le formalità. Nel linguaggio editoriale giornalistico io sono qualificato “giornalista di lungo corso”, e come tale risulto citato in articoli da autorevoli colleghi, e tuttora sono collaboratore culturale del Gazzettino di Venezia.  . Per i miei scritti, moltissimi  nei decenni decorsi, fui sempre pagato e,  per taluni, molto lautamente stante la mia riconosciuta posizione di storico e,  nella veste di testimone storico fui citato e sentito in giudizio in importanti processi internazionali. Dirigenti di  archivi storici russi di Mosca e statunitensi, a conferma di questa mia posizione, sono venuti a contattarmi in Italia ed a propormi l’acquisizione del mio patrimonio storico documentale come infatti  fu riferito, con un vasto articolo il 10 agosto 2014, dal Gazzettino.
Si osserva  poi nel prosieguo dello scritto con riferimento al volume “L’Armata Cosacca in Italia…” che lo scrivente "" cita spesso fonti cosacche o carinziane, non credo proprio favorevoli ai partigiani, oltre al discutibilissimo Dionisio Bonanni, quest’ultimo citato in altro mio volume “Lo Sterminio Mancato” "" sempre della Mursia " scrivendo da pubblicista, non certo da storico ". Ci tengo a precisare che Dionisio Bonanni “Rosso” comandante partigiano del battaglione  “Giornate Nere” della Garibaldi, fratello di Katia assassinata dai partigiani assieme a Mirko (Arko Mirko), non è definibile con l’aggettivo discutibilissimo che gli è stato affibbiato, evidentemente non essendo  al corrente, gli autori dello scritto, di varie vicende che , invece, io conosco, ma soprattutto non tollero che i due volumi  menzionati “L’Armata Cosacca in Italia” e “ Lo Sterminio Mancato”, fondamentalmente storici, costati anni di lavoro, il secondo soprattutto, vengano qualificati “ scrivendo da pubblicista, non certo da storico”.  Fra l’altro “ Lo Sterminio Mancato” depositato negli anni ottanta presso la  Suprema corte di Giustizia  d’Israele, dal noto storico britannico e docente universitario ad Oxfort, Gerald Fleming, quale prova  a discarico dell’ucraino Ivan Demjaniuk accusato, su false indicazioni, di essere il boia di Treblinka, fu documento che  risultò determinante, unitamente alla mia testimonianza resa in giudizio, a prosciogliere l’imputato dalla condanna a morte già pronunciata. Credo che tutto questo basti in assoluto a confermare la validità storica dei due volumi.

                                                   *       *        *     

Leggendo il menzionato scritto di Laura e Marco Puppini lo trovo incentrato in una disamina critica sulla pubblicazione locale dal titolo “ FATTI e MISFATTI ”  stampata  nell’immediato dopo seconda guerra, autore Antonio Toppan, anziano  insegnante che fu maestro elementare di mia madre. Rammento che il medesimo venne a portarci in casa tale  pubblicazione, appena stampata,  ed al riguardo ne parlammo. Eravamo nel clima di ripresa dell’immediato dopoguerra e sinceramente, per opinione generale, soprattutto dopo i fatti partigiani veramente deludenti e gravemente irresponsabili di Ovaro del 2 maggio 1945, l’immagine partigiana era decisamente crollata, sprofondata nel discredito.
In ogni caso oggettivamente, a tutt’oggi, il giudizio della  popolazione carnica, perlomeno in generale nei superstiti della mia generazione è lontano da una memorizzazione entusiasta e non tanto per effetto generato  da certe pubblicazioni più o meno recenti, che battono piste già aperte sollevando curiosità più che interesse sostanziale,  ma soprattutto per convinzioni assunte e radicate al tempo dei fatti  e quindi tramandate. Al riguardo mi permetto di riportare, qui  di seguito,  parte di una lettera  inviatami recentemente, via Internet, da un giovane carnico, il quale ha avvertito, sorprendentemente, la necessità di esternare il giudizio negativo dei suoi genitori sui partigiani e denunciare quella mentalità sommersa della popolazione carnica su verità nascoste, riguardo le quali per una serie di ragioni si tace :

Egregio signore Pier Arrigo Carnier,
        “” Salve, seguo il suo blog…< omissis>…“” … da Ampezzano quale sono ho letto i suoi scritti riguardo la resistenza in Carnia e finalmente ho trovato riscontro a quelli che fino a prima erano solo racconti dei miei genitori, come lei ben sa e scrive qui nessuno vedeva di buon occhio i partigiani e io mi sono sempre chiesto perchè in pubblica sede nessuno ha mai controbattuto gli elogi e gli onori fatti ai partigiani nelle pompose commemorazioni, forse da buoni  carnici si lascia passare il passato e si guarda avanti ? Forse ha fatto comodo tacere viste le amministrazioni compiacenti ?.. “”  <omissis>…
25.08.2015
                                       L.P…
Per discrezione ho indicato solo le iniziali del mittente.

Ho ricevuto, in passato, altre lettere dal contento incisivamente negativo, una delle quali inviatami da una valligiana originaria della  val d’Aupa ma residente altrove, di cui riporto le iniziali (M.P.V.) e cito della stessa uno stralcio: “”“” I nostri cari partigiani, ed io continuo a sostenere che si trattava di volgari ladri che agivano sotto una bandiera che era solo di comodo per le loro scorribande, non si sono limitati a rubare nei villaggi ma si sono appropriati anche di formaggi ed altri generi alimentari in malga ed è il caso di mio nonno che gestiva con discreto  successo una malga posizionata verso malga Lanza.””
E più oltre, nella medesima lettera, la valligiana  conclude : “” I pochi vecchi che sono ancora rimasti e che, con cognizione di causa possono parlare, se interrogati esprimono tutti un’identica frase e cioè :- Grazie ai tedeschi non è successo il peggio, se non ci fossero stati loro i partigiani ci avrebbero distrutto””.
Ed a proposito delle rapine di bestiame, da parte dei partigiani della Garibaldi ed Osoppo nelle malghe austriache della valle del  Gail il cronista Natalino Sollero da Paularo scriveva sul MessaggeroVeneto in data 21 luglio 1994: “” I fatti sono ancora bene impressi tra gli  anziani di Paularo che ricordano i partigiani scendere a valle come barbari: capelli lungi sul torso nudo, fazzoletto rosso al collo, forme di formaggio infilzate sui fucili, cavalcavano e trascinavano numerosi cavalli e armenti””
Vi furono quindi dei comportamenti partigiani che lasciarono un segno negativo nella popolazione carnica perciò sussiste la consapevolezza  di una verità contrapposta alla versione ufficiale  infiorata di significati eloquenti , orchestrata in ossequio al potere, tipica dell’ambiguità italiana che tende ad eludere le proprie responsabilità. I tedeschi hanno perduto la guerra ed hanno accettato la dura sconfitta, ma non sono saliti, come gli italiani, sul carro dei vincitori, ieri nemici oggi amici.
Occorre in ogni modo dare all’argomento un profilo storico. La lotta partigiana, in Carnia come probabilmente altrove, ebbe uno sviluppo difficile. Si trattò di una lotta che non poteva essere esente da complicazioni, risentimenti, deviazioni e rivalità, ma esprimeva i segnali di una volontà riformatrice radicata prevalentemente su basi comuniste. Nella premessa del diario storico della divisione Garibaldi-Carnia, come in altre circostanze ho ritenuto di ricordare, è chiaramente precisato trattarsi di “ un movimento rivoluzionario che non ha precedenti nella storia della popolazione carnica”. La lotta, finalizzata al principio di giustizia ed equità, era pertanto ispirata al modello del comunismo sovietico ed a quel tempo poco si conosceva dell’effettiva realtà sovietica, ma l’idea era un punto attraente.  
L’ex partigiano garibaldino R. Guiducci, che fu nel battaglione Friuli comandato da Mirko, allora studente ed in seguito laureatosi ingegnere ma specializzatosi poi in sociologia e divenuto famoso sociologo italiano, ci tenne a sottolineare   in una relazione informativa inviatami, che partigiani della Garibaldi portavano sul berretto come insegna, del resto nota, la stella rossa comunista e,  solamente a fine estate 1944 per disposizione impartita dal leader Palmiro Togliatti, detta insegna  fu modificata, inserendo la stella a sul fondo tricolore della bandiera italiana e questo avvenne in relazione al riconoscimento del C.L.N.come organismo centrale della  lotta clandestina .
Onde delineare i fatti essenziali della  Resistenza carnica va precisato ce la stessa registrò  l’apertura ad un collegamento con le forze partigiane slovene di Josip Broz Tito (Nota n.1)), poi .nel momento critico preannunciante l’inizio dei grandi rastrellamenti tedeschi, che preludeva al travolgimento della lotta, come infatti avvenne, vi fu  una richiesta ai sovietici, avanzata dal vertice della Garibaldi,  per un  intervento di forze in Carnia mediante un ponte aereo. La richiesta rimase ovviamente inascoltata, non rientrando nell’ ambito delle necessità strategiche delle forze sovietiche allora fortemente impegnate sulla Vistola.
Non vi fu infine una parte della Carnia definita “Zona libera” ed il filmato “ Carnia 1944. Un’estate di libertà” fa davvero pietosamente sorridere.
Tutto ciò premesso non va però dimenticato che, in ogni caso, la Resistenza carnica al dilà della zona d’ombra lasciata dai comportamenti nella memoria popolare, sopportò sacrifici, difficoltà di vettovagliamento, visse delusioni, ebbe vittime, subì deportazioni nei lager d’oltralpe per cui, seppure nel coacervo di intrighi, taluni inestricabili, vi furono  figure di resistenti che  pagarono con la vita la fedeltà ideale al principio di una radicale giustizia sociale intesa apportatrice di profonde riforme.
Era questo il prevalente auspicato futuro dei resistenti, ma le potenze  vincenti, gli Stati Uniti soprattutto, imposero all’Italia, nazione vinta, la costituzione  di un governo democratico, con la minaccia di cessare gli aiuti per la ricostruzione nel caso fosse prevalsa la sinistra. Cadde pertanto decisamente la promessa del leader Togliatti che l’Italia avrebbe avuto, in ogni caso, un governo progressista, deludendo l’aspettativa in cui la maggioranza dei resistenti aveva creduto.
Chiudo qui questo mio intervento riportando, come nota, lo stralcio dello scritto che mi riguarda.(Nota n.2)

31 dicembre 2015
PIER ARRIGO  CARNIER

Nota n.1
Memoriale a cura di Tranquillo de Caneva "Ape", ex comandante della Brigata Garibaldi-Carnia e Carlo Bellina "Augusto", ex comandante della Brigata Garibaldi val But. Agosto 1951  

Nota n.2
…………………………………..- omissis-............................................................
Quindi, nella narrazione sulla storia della resistenza carnica, si inseriva il pubblicista Pier Arrigo Carnier, che divulgava, già nel 1957, una sua breve memoria sui cosacchi in Carnia; che prima di editare “L’ Armata cosacca in Italia”, faceva controllare il suo scritto, non si sa perché, dal Padre degli Armeni dell’isola di San Lazzaro, il quale, in relazione alla vicenda cosacca, parlava di similitudine con lo sterminio degli armeni, quasi fossero la stessa cosa; che afferma di aver preso parte «dalla fine della seconda guerra mondiale» a «tutti i raduni cosacchi dei superstiti dello “Stan” di Pjotr Krassnov,ed in particolare, in Austria, alla commemorazione della tragedia sulla Drava» (Pier Arrigo Carnier, L’armata cosacca in Italia, 1944-1945, riedizione Mursia 1990, p. 5); che cita, spesso, fonti cosacche o carinziane, non credo proprio favorevoli ai partigiani, oltre il discutibilissimo Dionisio Bonanni, (Pier Arrigo Carnier, Fonti documentaristiche e testimoniali, in Pier Arrigo Carnier, Lo sterminio mancato, Mursia ed., 2000, pp.9-10) ed altri, senza riferire se vi sia stata registrazione, e scrivendo da pubblicista, non certo da storico                                      .....................................................-omissis-.........................................................
a.





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venerdì 11 dicembre 2015

ANCORA SULLE DONNE DELLA CARNIA

                                              
                                        COMUNICATO 

Da un mio articolo pubblicato dal Gazzettino di Venezia, di cui sono tuttora collaboratore culturale, nella pagina “Frontiere” dal titolo “ MALGHE DELLA CARNIA – Storia di un’umanita perduta “, pubblicato il 22 gennaio 2007. stralcio una parte dedicata alle donne “farinarie” che qui di seguito riporto.                                              
                      ECCO CHI ERANO LE “FARINARIE”

Si trattava di donne che assolvevano al faticoso compito dei trasporti a spalla, mediante la gerla, dei fabbisogni alimentari e delle necessarie masserizie, dal fondovalle alle malghe. Le stesse conoscevano ovviamente mulattiere, sentieri  e scorciatoie.
L’attività era regolata da un ordinamento gerarchico ed al vertice della gerarchia, che comprendeva “Anziane farinarie” ed “Apprendiste farinarie”, c’era la “Madre farinaria” (Mari farinaria), la quale stipulava dei contratti con i rispettivi  conduttori delle malghe in cui venivano elencati i diritti ed i doveri e cioè : inizio e termine stagionale del rapporto di lavoro; modalità del compenso, sia in denaro che in prodotti caseari della malga; elenco delle località dove recapitare le merci e le masserizie; provvedere al reclutamento delle persone per il trasporto, eccetera; garantire la sostituzione con altre persone in caso di forzata assenza; segnalare periodicamente al conduttore della malga lo stato dei sentieri e delle mulattiere. Praticamente la “Madre farinaria” stipulava dei singoli contratti di appalto, con i conduttori delle malghe, per cui gestiva l’intera operazione e compensava le subalterne.
Ovviamente nel viaggio di ritorno a valle, non appena la malga aveva concretamente avviato la produzione casearia, le “farinarie” si accollavano un carico di prodotti destinati alle rivendite od altrove, su indicazioni del conduttore.
Queste donne lasciavano i paesi prima dell’alba, al buio, per affrontare i duri sentieri della montagna. Indossavano abbigliamenti severi: un fazzoletto scuro di flanella in testa, abito e giubbetto con lunga gonna di rigatino e calze pure scure, una maglia di lana da togliere con il caldo, munite naturalmente del tipico ombrello dei montanari  in caso di pioggia.
Brevi versi di grande effetto incisivo nell’idioma carnico, che qui di seguito riporto (Nota n.1 ) esprimono dei significati toccanti che i veri carnici comprendono, perfettamente appropriati a ricordare la fatica delle “farinarie”:
                        
                                          Tròis das mès monts
                                           strafònz di sudôr
                                           clevas,
                                           ciampèis e transièras,
                                           balinâs in tal scur
                                           e in tal lusôr  

(Sentieri delle mie montagne,/ grondanti di sudore,/ erte mulattiere,/campigli e tratturi,/ calpestati nell’oscurità/ e nella luce.)
Una storia, come già detto quasi sconosciuta,  quella delle “farinarie”, il cui impiego non era esteso a tutte le valli della  Carnia ma da gran tempo era invece in uso nelle valli orientali: valle del But e relative convalli.
Nel corso della prima guerra mondiale (1915-1918), durante la quale venne forzatamente sospesa la monticazione del  bestiame, l’attività di dette donne ebbe   continuazione. Furono infatti utilizzate a scopo militare  nel trasporto, sempre mediante la gerla, di munizioni da portare con grande rischio in  prima linea, nonché di tavolame e lamiere per la costruzione di ricoveri, reticolati ed altro. Divennero quindi le gloriose portatrici carniche, donne soprattutto di Timau, doverosamente ricordate nella storiografia della grande guerra ed alle poche sopra vissute, circa una decina d’anni fa, venne conferita dal Presidente della Repubblica la massima onorificenza militare.

                                               *        *        *

Ritengo di segnalare  in base ai ai dati statistici di Blogger, un rilevante interesse   in Italia, ma pure in  Russia ed Ucraina,  sui due post  riferiti alla donna carnica del 6 e 9 dicembre corr.con citazione, nel secondo, delle affermazioni di Tolstoj sulle cosacche del  Grebegn.

11 dicembre 2015

PIER ARRIGO CARNIER


Nota n.1

Versi riportati nella parte introduttiva della pubblicazione di Nazario Screm dal titolo “Le malghe antiche della valle d’Incaroio”,, stampato circa dieci anni fa in Carnia, con accenni all’argomento delle “farinarie”e un vecchio elenco delle stesse, donne della valle d’Incaroio.
Pubblicato da Carnier Pierarrigo alle 04:12 Nessun commento:
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giovedì 10 dicembre 2015

LE DONNE CARNICHE RESPONSABILI E GUIDA SUPERIORI ALL’UOMO E LE DONNE COSACCHE DEL GREBEGN “ …più forti, più intelligenti, più progredite e più belle dei cosacchi”


Forte, imprevedibile ed  inatteso consenso ha ottenuto il mio post del 6 corr. “LA GERLA, MEZZO DI TRASPORTO A SPALLE NELLA REALTA’ STORICA ELLA DONNE CARNICHE”, soprattutto attraverso il sito Blogger che spazia su vaste amicizie internazionali in Francia, Germania, Austria, Slovenia, Bosnia, Ucraina, Federazione Russa,  Stati Uniti,  delineando l’immagine e l’inviolabile dignità della donna carnica e, in  ogni caso, il  senso più profondo, della donna. Non mi aspettavo, dal mio post, una tale  risonanza ispirata dalla foto di cinque valligiane carniche con la gerla, anni trenta, resa pubblica, via Internet, dal Gruppo “ Ricordi  di un tempo che fu” di Forni.

                                                       *        *        *


Oggi  le condizioni sociali della Carnia sono cambiate per cui ritengo che la gerla , come strumento di trasporto a spalle, rappresenti ormai solo un ricordo mentre  la situazione economica, rispetto all’epoca dei miei riferimenti, è precipitata in senso profondamente  negativo, a seguito della  disastrosa crisi italiana,  per cui ritengo che i  valori e le capacità guida e risolutive superiori all’uomo della donna carnica  sussistano più che mai preziose ed attuali.(Nota n.1)
Nel corso della mia esistenza, nel dopo seconda guerra, per varie ragioni, mi fu dato di conoscere  comportamenti e modi di vivere di varie comunità, tra le quali quelle serbe, croate, bosniache, slovacche,  ungheresi, ucraine, russe con aspetti spesso sorprendenti, ma non posso tralasciare di riferire una situazione circostanziata che, in certo senso, collima nei punti essenziali con quanto da me dichiarato sulla donna carnica. Scrisse infatti Leone Tolstoj, il grande scrittore russo, nel suo libro “ I COSACCHI”, precisando che gli stessi trascuravano le faccende domestiche ed il lavoro dei campi, dedicandosi solo alla guerra e per il resto oziavano, lasciando che al  lavoro agreste, alle faccende e all’ordine della casa vi pensasse e provvedesse la donna, per cui la stessa assunse autorità e potere. Scrisse effettivamente Tolstoj,  riferendosi ai cosacchi del Grèbegn: “…Il cosacco che in presenza di estranei stima contrario alle convenzioni parlare in tono affettuoso, o così per ozio, con la sua donna, involontariamente ha il senso della superiorità di lei, quando ci rimane solo a faccia a faccia. Tutta la casa, tutto il capitale, tutta l’azienda sono roba che lei ha messo insieme, che si regge esclusivamente grazie alle sue fatiche e alle sue premure.
Per quanto egli sia fermamente convinto  che il lavoro sia vergognoso per un cosacco, e convenga soltanto a un bracciante tartaro o a una donna, confusamente egli sente che tutto ciò di cui si giova, e che chiama suo, è un prodotto di codesto lavoro, e che la donna (sia la madre o la moglie) da lui considerata una sua sguattera, ha la facoltà di privarlo di tutto ciò di cui si giova. Inoltre, l’incessante, duro lavoro da uomo e tutte le preoccupazioni scaricate addosso a lei hanno finito col dare alla donna del Grebegn un carattere singolarmente indipendente e virile, e hanno sorprendentemente sviluppato in lei la forza fisica, il buon senso, la risolutezza e la tenacia. Le donne, per la maggior parte, sono più forti e più intelligenti e più progredite e più belle dei cosacchi. “


9 dicembre 2015

PIER ARRIGO CARNIER


Nota n.1
Meriterebbe la donna carnica, trattandosi di delicato argomento sociale, come introduttivamente accennato nel mio post del 6 corr., un’accurata trattazione così come altri aspetti di carattere economico e patrimoniale della Carnia, uno dei quali i patrimoni silvo-pastorali ad uso civico ed allodiale, diversi l’uno dall’altro nella loro proiezione sotto l profilo di diritto,  di cui ritengo  di essere esperto.



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sabato 5 dicembre 2015

DONNE CARNICHE NELLA REALTA' STORICA


Pier Arrigo Carnier ha condiviso la foto di Valeria Romanin.
16 ore fa · 

foto di Valeria Romanin.
Commenti
Pier Arrigo Carnier
 Donne carniche di Forni Avoltri, alta valle di Gorto, con la gerla. La foto è stata scattata nel periodo fascista.


Fino a un recente passato la gerla fu il mezzo quotidiano per trasporti a spalle, nelle attività agresti e necessità familiari, delle donne carniche, le gloriose donne carniche su cui l’uomo, in parte stagionalmente emigrante e a volte per anni, e non solo per questo, lasciò il peso di inevitabili fatiche e responsabilità familiari, ragion per cui la donna carnica appare spesso, perché provata nella storia, più responsabile e con capacità risolutive superiori all’ uomo. Essa, in generale, svolge notoriamente un compito guida, psicologicamente portante, nella famiglia. Storicamente vanno tra l’altro ricordate le “farinarie” donne che, associate a gruppi sotto una guida (la “madre farinaria”) provvedevano ai trasporti, con la gerla, dei fabbisogni di merci dei malgari, dai paesi di fondovalle alle malghe, percorrendo mulattiere e ripide faticose scorciatoie per poi fare ritorno a valle, dopo una breve sosta, con un carico della produzione casearia. Furono le donne carniche, in maggioranza, a fine estate ed autunno 1944, a raggiungere, attraverso il passo “Monte Rest”, andata e ritorno a piedi, la pianura friulana e veneta onde procurare delle risorse alimentari per superare la carestia determinata dal blocco dei rifornimenti, da parte tedesca, quale provvedimento punitivo per l’attività partigiana.antitedesca.

6 dicembre 2015

PIER ARRIGO CARNIER

· 1 · 10 m
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giovedì 3 dicembre 2015

NOTEVOLE INTERESSE RIGUARDO I MIEI SPOT SUI CASI OLMO, GUERRA E "COSACCHI: LO STRANO CONGRESSO DI VERZEGNIS.

  
COMUNICATO

Interesse notevole, in base alle statistiche, vanno  suscitando i miei  spot sul caso OLMO (Casali Enore ) del 28 novembre  e  GUERRA ( Foschiani Mario) sotto le date 5.10, 11.10, 17.10, 22.10, 25.10, 3.11 che,  in riferimento a vicende storiche partigiane della Carnia 1944-1945, dissolvono calunnie e falsità  propagate al riguardo col concorso, in entrambi  i casi, di dilettantismi  paesani dovuti a carenti cognizioni storiche riguardo i quali la presunzione di reato in ogni caso permane. Ed ancora un forte interesse riscuote il mio spot del 16 settembre 2013 “COSACCHI: LO STRANO CONGRESSO  DI VERZEGNIS".

3 dicembre 2015

PIER ARRIGO CARNIER





































































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