giovedì 23 giugno 2016

UN CHIARIMENTO SARA’ RAGGIUNTO, SOTTO IL PROFILO STORICO, SU DELLE PARTICOLARITA’ DI RILIEVO.



COMUNICATO

Agli Archivi storiografici dell'Austria e Slovenia,  alle Associazioni cosacche delle comunità ZAPOROGHI (Zaporoz’e) del basso Dnieper, di ROSTOV (Rostovna-Donu) e KRASNODAR (Kuban), nonché alle Associazioni delle comunità cosacche presenti in Germania, Francia, Serbia, Slovenia, Slovacchia, Stati Uniti, Canada, ed a quelle caucasiche del Nord Caucaso e Monaco di Baviera.

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Tornando all’ argomento Cosacchi che riveste interesse internazionale ormai comunque storicamente da me analizzato in profondità sotto il profilo storico, reso pubblico e recepito, assieme alla questione partigiana, dai principali Centri di cultura russi, statunitensi ed altri, esistono tuttavia delle particolarità che meritano di essere consolidate mediante una divulgazione editoriale che ormai ritengo, da parte mia, dopo un lungo lavoro, volga verso la conclusione e di cui tuttavia, finché non sarà concretamente  imminente  la pubblicazione , parlo al condizionale. Si tratterebbe:

a)-dell’operazione rappresaglie tedesche sulla malghe carniche al confine orientale, frontiste della valle del Gail, argomento da me trattato giornalisticamente  e via Internet con vari post, il cui iter è stato agevolmente utilizzato da parte di taluno, senza citarmi (esempio: relazione preparata per me dalla figlia di una nota “farinaria” di Paularo “M. d. T.” letteralmente fatta propria dal taluno) con l’inclusione di deduzioni non rispondenti alla realtà dei fatti. Vi si aggiunge, secondo voci casualmente per- venutemi, la diffusione di notizie, da parte di taluno altro, improvvisato pennaiolo, completamente da censurare.

b)-dell’azione di attacco dei partigiani al presidio cosacco di Ovaro 
con l’obbiettivo di ottenerne la resa, già intimata e fermamente rifiutata, assieme  a quella di 35.000 cosacchi in ritirata, che stazionavano a sud del villaggio, in attesa di eventi stanti le trattative in essere. Importanti gli eventi accaduti dopo la battaglia, nella notte fra il 2 e 3 maggio. Si trattò di una grande notte tragica dove alcune case ardevano in fiamme con le strade disseminate di caduti cosacchi e di morti civili innocenti,  passati per le armi  per rappresaglia, in base a testimonianze resemi successivamente da cosacchi. Notte comun-que di alto contenuto storico che io vissi e, forse unico, avvertii.  Rilevanti le dichiarazioni fattemi, nel dopoguerra, dal colonnello A.M. Golubow che incontrai in Germania, il quale, su comando, intervenne con delle forze di cavalleria su Ovaro dove travolse l’attacco partigiano e ne disperse gli attaccanti. Mi disse, fra l’altro, di avere dato l’ordine di fucilare senza pietà quei quattro georgiani presenti di rincalzo al servizio dei partigiani nell’ attacco al presidio da lui giudicati ” veri traditori”. Su Ovaro, mi è stato riferito, sono state dette da taluno con divulgazione locale che non fa storia, delle autentiche asfittiche storielle. Rilevanti, invece, altre vicende verificatesi lungo il tragitto della ritirata verso l’Austria, dopo Ovaro, frutto dell’interminabile mia laboriosa indagine, condotta nel tempo presso cosacchi rintracciati all’ estero.

c)-della rappresaglia tedesca su Avasinis, ampliando quanto già da me pubblicato testualmente e giornalisticamente, su notizie derivanti miei rapporti personali, nel dopoguerra, con esponenti delle Waffen SS. stazionati sul territorio e nelle vicinanze di Avasinis, nel periodo fine aprile inizi di maggio 1945 in cui ebbe luogo l’apprestamento e l’azione punitiva sul villaggio, il 2 maggio 1945. Ritengo rilevante richiamare a tal proposito il mio post, diffuso sui miei siti Facebook e Blogger, del 3 settembre 2013, dal titolo “Morte ad Avasinis” che evidenzia elementi e il metodo fondamen- tale dell’esecuzione della rappresaglia a me dichiarati da esponenti Karstjäger e contenuti in un mio fondamentale articolo diffuso al Gazzettino di Venezia, edizioni di Udine-Pordenone ed altre, in due puntate, sotto le date 14 e 21 novembre 2005. Nel mio post del 2 novembre 2013 richiamo anche la rappresaglia cosacca su Ovaro, verificatasi come quella di Avasinis il 2 maggio 1945 ed accenno al proposito di riprendere l’argomento della rappresaglia sulle malghe del confine orientale della Carnia, del luglio 1944, riguardo la quale sussiste la mia supermotivata critica del filmato “Carnia 1944. Il sangue degli innocenti”.  

d)-dei massacri del dopo fine guerra, in clima di cessate ostilità, di cosacchi e comunque collaborazionisti russi nel trevigiano, zona ovest di Follina, e valli del Natisone in questo caso per  mano slava, donne e bambini compresi, con grave responsabilità dei  partigiani italiani che, a una parte degli arresi, avevano formulato garanzie di protezione lasciandoseli poi strappare da partigiani slavi….

e)-della linea politica partigiana comunista-filostalinista e di  infiltrati sovietici, nel territorio del Friuli-Carnia e dintorni, delineando i profili di protagonisti di auautentica fedeltà ideale alla causa. Vi si aggiungono i segreti  dell’ elimina- zione, nel tardo autunno 1944, del  capo partigiano Olmo (Casali Enore). Trattasi di storia, aspra nelle vicende,  dettata da ideali e preannunciante quell’ alba rossa concepita e realmente programmata  da Stalin il dittatore del Kremlino,  che non era una favola,  intesa ad imporre, con l’espansione sovietica verso occidente,  nord Italia compreso,  un eventuale mutamento di confini con profonde riforme sociali a fini di equità e giustizia.

f)-del SS. tenente ALFRED DÖRNENBURG, che svolse attività di repressio-ne antipartigiana nel territorio pordenonese destra Tagliamento allora pro- vincia di Udine, nel cui processo indetto a Padova in anni recenti, ma che non ebbe luogo per l’improvviso quantomeno dichiarato decesso dell’imputato, ero citato dalla difesa a comparire come teste storico a conoscenza dei fatti. 
L' accusa, curiosità che fà sorridere, aveva citato tra i testi, contro l'imputato, anche un certo che si era sempre spacciato per  "fasista" ( non fascista che è cosa diversa) venuto dal sud ed arrivato in Regione Friuli Venezia Giulia carico di sicumera, ma ormai passato a miglior vita.
Ritengo che questi elaborati andranno  a costituire un unico testo.
 22 giugno 2016          
                                 PIER ARRIGO CARNIER


giovedì 16 giugno 2016

CELEBRAZIONE DELLA TRAGEDIA COSACCA DELLA DRAVA IN DATA 28 MAGGIO 2016




1° giugno 2016. Pier Arrigo Carnier nell'area del monumento dedicato al generale Helmut  von Pannwitz, a località Tristach (Lienz). mentre parla al pubblico convenuto alla cerimonia, in prevalenza di russi e cosacchi, con alla  destra l'arcidiacono dott. Georg Kobro che traduce al braccio in russo.




                            Pier Arrigo Carnier assieme a Svetlana  Egorova, cittadina cosacca
                            di Rostov, particolarmente interessata e cultrice di vicende storiche
                            cosacche.






                               Pier Arrigo Carnier. dinnanzi al monumento dedicato al generale
                               Helmut von Pannwitz con l'indimenticabile cara Erika Pätzold, cittadina
                               di Lienz, delegata dalla " Schwarze Kreuze" austriaca alla
                               cura del cimitero cosacco di " Peggetz".
   

COMUNICATO

Alle associazioni cosacche delle comunità  ZAPOROGHI (Zaporoz’e) del basso Dnieper, di ROSTOV (Rostovna-Donu) e  KRASNODAR (Kuban), nonché alle associazioni delle comunità cosacche presenti in Germania, Francia, Serbia, Slovenia, Slovacchia, Stati Uniti, Canada, ed a quelle caucasiche del Nord Caucaso e  Monaco di Baviera.


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Ha avuto luogo il 28 maggio u..s. la ricorrente celebrazione annuale della tragedia cosacca della Drava, verificatasi nel giugno 1945,  con cerimonia mattutina ad ore 10  a Tristach, dinanzi al monumento in memoria del generale Helmut von Pannwitz e alle ore 11 con messa da requiem nella cappella di recente realizzazione in stile russo-ortodosso nel cimitero cosacco di “Peggetz” alla periferia sud-est di Lienz, nell’Östtirol.  
Massiccia la presenza di partecipanti, legati in parte da ragioni di parentela alle vittime della tragedia, ma nella stragrande maggioranza cittadini giunti dalla Federazione Russa, da vari paesi d’Europa, d’America e dal Canada, a confermare il riconoscimento della celebrazione nel suo assunto storico. Ammirevole il comportamento dell’Amministrazione della città di Lienz, stante ovviamente il consolidato avallo dalla superiore autorità del Land Östtirol e del Governo austriaco con la riconosciuta ufficialità all’ evento assunto dalla storia senza false reticenze. L’Amministrazione ha infatti dotato la città di segnaletica e di tabelle in bronzo con relative scritte ed altro poste sui luoghi legati alla presenza dell’Armata cosacca. Autorità ortodosse celebranti, il giorno 28, furono il vescovo Mark dr. Arndt, capo della chiesa russo-ortodossa in Germania con autorità sulle parrocchie di Salisburgo e Lienz, assieme ai preti russi Eugenio Skopincev e Viktor Meschko e all’ arcidiacono dott. Georg Kobro. La cerimonia è stata  ripetuta, con gli stessi orari mercoledì 1° giugno, celebranti il prete padre Viktor Meschko assieme all’arcidiacono dott. Geork Kobro.  Ho preso parte anch’ io a questo secondo appuntamento assieme ad  amici, interessati alle vicende storiche, venuti dall’Italia quali  Giovanni Bastianutti da Udine, Francesco Cussini da Cividale  e  Renzo Mantovani da Ostiglia (Modena). Dinanzi al monumento dedicato al generale von Pannwitz, terminato il rito liturgico, avendomi  l’arcidiacono Kobro offerto la facoltà di parlare, ho rievocato l’iter  della vicenda cosacca alla quale anche l’Italia è storicamente legata avendo i Cosacchi, nel lontano 1944-1945, svolto un ruolo essenziale di presidio nell’Adriatisches Küstenland nel territorio assegnato del Friuli, Carnia  e parte del Goriziano ribattezzato dagli stessi “ COSSACKJA” con  la precisazione che, in ogni caso, forze cosacche assieme ad unità tedesche ed a contingenti della Repubblica Sociale di Salò attestate lungo la linea del fronte da Fiume, a Gorizia, Tolmino, Kraniska Gora, respinsero in difesa dell’Italia al prezzo di centinaia e centinaia di morti, i ripetuti tentativi delle forze partigiane slave di Tito finalizzati ad occupare Trieste e parte del Friuli orientale. Si tratta di un aspetto rilevante che , certi storici  , passano accuratamente sotto silenzio in certo senso perché non conoscono bene la storia.  Ovviamente non tralasciai la doverosa precisazione che l’occupazione costò sacrifici sopportati dalle popolazioni della Carnia, del Friuli in particolare nelle zone pedemontane ed altre, nel concorrere con le risorse foraggiere, a proprio discapito, al mantenimento delle migliaia di cavalli dell’Armata e seguito della massa di civili, onere ed altri sacrifici che furono affrontati e sopportati in genere con dignitosa consapevolezza, in considerazione delle circostanze di guerra.
In quanto alla tragedia precisai che, le vittime della forzata consegna ai sovietici provo- cate negli accampamenti, da parte britannica sulla base di attendibili testimonianze, si calcolano in 700, inumate in fosse comuni nel venerato cimitero di “ Peggetz”. Alle stesse si aggiunsero altre 800, dovute in parte  ad  annegamento nella Drava in seguito al crollo del ponte  sul quale,  dei cosacchi in massa stavano transitando nel tentativo di fuga verso i boschi e le montagne, in seguito all’ordine britannico dell’immediato rimpatrio nell’Unione Sovietica. Tuttavia  la maggioranza delle vittime fu dovuta a suicidio collettivo per  annegamento volontario nel fiume allora in piena, provocato dal panico  causato dall’ordine di consegna menzionato. Si tratta di scena biblica, toccante la cui ricostruzione scenica stava molto a cuore al grande regista internazionale Fred Zinneman che,  nel corso degli anni settanta, venne ad incontrarmi nella  mia residenza in Italia, con la proposta che io fossi il suo consulente, che ovviamente accettai, nella realizzazione di  un filmato sulla vicenda cosacca, tutto incentrato sul meccanismo della consegna che calpestò dei  principi inviolabili, ferendo brutalmente la  leggendaria antica dignità dei cavalieri della steppa. Lavorammo insieme tracciando l’iter del filmato. Gli  proposi di dare un certo spazio introduttivo alla vicenda partigiana italiana, che mi sembrava inevitabile, avendo la stessa motivato   la dislocazione dei Cosacchi nell’Adriatisches Küstenland, ma Zinnemann  decisamente non ne volle   sapere… Mi resi conto che era un grande regista e, lasciatemelo dire, allorchè vidi il suo film “Sette giorni un’estate”,  girato sulle montagne svizzere, non potei trattenermi dal piangere per l’alto contenuto di umanità dettato da una delle scene...”. La messa in campo della lavorazione del film sui Cosacchi, quando già io avevo procurato l’intervento delle comparse concesse dall’esercito della Danimarca, che avrebbero assunto la veste della cavalleria cosacca, venne sospesa dalla FOX francese, cui spettava la produzione, motivata dalla presunzione che il film , nel suo contenuto, metteva inevitabilmente in cattiva luce gli alleati vincitori, li disarcionava dalla loro posizione  di emblematici  tutori di democrazia  …In stretto contatto con Zinnemann potei seguire  con trepidazione delle   consultazioni ad alto livello, ma la decisione presa dalla FOX rimase tale  ed egli ne fu profondamente  deluso e sconfortato. Posseggo di lui una splendida foto che ogni tanto guardo sempre commuovendomi, inviatami dopo il suo decesso da una signora inglese delegata a gestire le sue memorie. Zinnemann era cittadino britannico, in precedenza tedesco ma di origine ebrea.
Mi pare giusto ricordare che, sui luoghi della tragedia a Lienz e lungo la Drava, feci ritorno sempre nel corso degli anni settanta, assieme all’atamano generale del Kuban, Wiaceslaw Naumenko che, giunto dagli Stati Uniti mi volle a suo fianco perchè gli riferissi come testimone, quanto io sapevo sulla consegna, avendolo appreso dai superstiti, circa oltre 300 alloggiati nelle baracche di lager “Peggetz” alla periferia sud-est di Lienz, vicenda nella quale avevo avuto l’appoggio del Bürgermeister di Lienz il quale, come precisai in altre circostanze, convocò dei cosacchi superstiti nell’Amtgemeinde a rilasciare dichiarazioni nel mio interesse. Ovviamente Naumenko prese atto anche di  quanto potevo riferire sui luoghi da me  visti e percorsi di persona, lungo le rive del fiume, dove parte gli annegati, successivamente al tragico evento furono sbrigativamente sepolti, dalla pietà da gente austriaca, all’interno di boschi di ontani, piantando sopra la fossa una croce puramente indicativa fatta con rami d’albero. Erano stati  tempi, quelli della mia ricognizione in. cui la gente austriaca preferiva  non parlare molto di quanto aveva visto.
Nell’alta meravigliosa valle Drava, profumata in estate di fiori d’acquilegia e garofano selvatico,  immersa in quel  silenzio dell’ordine austriaco, il marchio dell’ infame  azione della consegna forzata ai sovietici, che  materialmente ebbe poi  luogo a Judenburg nella Stiria, dove avveniva il passaggio di consegne dai britannici ai sovietici dei prigionieri cosacchi che scendevano scortati dalle tradotte ferroviarie e da colonne di autocarri, ha  assunto  una connotazione storica indelebile che via via verrà tramandata ai posteri .
A proposito di vittime cosacche  mi parve giusto ricordare  quanto ebbe a verificarsi anche in Italia a fine guerra, dopo le cessate ostilità, mediante vari massacri dei prigionieri ivi comprese donne e bambini, in Carnia, nel Friuli, nel Veneto ed in particolare  nelle le valli del Natisone dove centinaia di cosacchi si arresero in parte all’Osoppo con promesse di protezione ed altre centinaia si arresero alla formazione slovena Beneska Ceta, per poi finire  gli uni e gli altri oltre la linea di confine, su territorio sloveno, trucidati ed inumati in fosse.
Non potevo infine tralasciare di riferire, nella mia esposizione, al pubblico che mi ascoltava ( il protodiacono dott. Kobro traduceva in russo) la storia più volte ribadita in altre circostanze del milione di lire donato durante la ritirata al parroco di Timau, come lui ebbe ad annotare sul diario parrocchiale, da un comandante germanico che poi, sulla base di mie accurate lunghe indagini e grazie alle mie amicizie austriache, risultò essere l’SS. Gruppenfuehrer OTTO GUSTAW WÃCHTER, cattolicissimo,  ex governatore di Cracovia e poi amministratore militare in Italia a Gardone Riviera, personalità gradita al Vaticano con cui il medesimo ebbe chiare intese, delle quali sono a conoscenza, nell'interesse dei cattolici della Rutenia e Galizia riguardo il loro futuro nel caso di vittoria tedesca. Ritirandosi da Trieste, dove venne a trovarsi negli ultimi momenti,  l'SS. Gruppenfuehrer Wächter, sostando a Timau, ritenne di compiere quell'offerta. Trattasi di donazione, della quale egli fu artefice che, stando agli alti principi della Chiesa, assume carattere sovrannazionale ed universale. Fu , infatti, un  atto dettato dalla coscienza in un momento tragico, legato alle vicende storiche della Carnia del secondo conflitto mondiale, che rimane ad imperitura memoria ed avvolge di fascino suggestivo la chiesa di CRISTO RE. Questa è la realtà storica per cui i cosacchi con tale donazione non hanno alcunchè da vedere, com'ebbe perentoriamente a dichiararmi don Ludovico Morassi, per cui l'esistenza della Chiesa è legata al nome dell'alto ufficiale tedesco.
17 giugno 2016
                                                  PIER ARRIGO CARNIER












venerdì 27 maggio 2016

LEZIONE DI STORIA TENUTA, IL 24 MAGGIO 2016, AI MATURANDI DELLA TERZA LICEO CLASSICO DEL NOTO ISTITUTO STATALE CATERINA PERCOTO DI UDINE SUL TEMA DELLA PRESENZA NEL FRIULI, IN CARNIA E PARTE DEL GORIZIANO, NEL1944-1945, DI FORZE MILITARI COSACCO-CAUCASICHE E GEORGIANE COLLABORAZIONISTE DEI TEDESCHI.


COMUNICATO

Alle associazioni cosacche delle comunità  ZAPOROGHI (Zaporoz’e) del basso Dnieper, di ROSTOV (Rostovna-Donu) e  KRASNODAR (Kuban), nonché alle associazioni delle comunità cosacche presenti in Germania, Francia, Serbia, Slovacchia, Stati Uniti, Canada, ed a quelle caucasiche del Nord Caucaso e  Monaco di Baviera rendo noto l’assunto storico della lezionUdine.e di storia di cui all’oggetto, da me tenuta nel menzionato istituto Caterina Percoto di 

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Ho tenuto ieri, 24 maggio, agli studenti delle due aule riunite della 3a liceo classico del noto istituto CATERINA PERCOTO di Udine, dalle ore 10 alle 12,  su richiesta dei  preposti docenti  responsabili, una lezione di storia incentrata sulle vicende  verificatesi nel 1944-1945 con l’occupazione del Friuli, della Carnia e parte del Goriziano, da  forze russe cosacco-caucasiche collaborazioniste dei tedeschi, nonché georgiane, riferendo le ragioni che  motivarono tale intervento.
Ho ritenuto, ovviamente, di spiegare  le causali del collaborazionismo dovute al fatto che,  le grandi comunità cosacche, allora come oggi  esistenti, del Don, Kuban, Astrakan, Orenburg, Urali, Jenissei, Baikal, Siberia, a seguito dell’instaurata rigida politica  di Stalin, dalle radicali riforme di livellamento sociale,  avendo liquidato con le stesse il principio della proprietà privata e, addirittura eliminato, mediante decreto del 18 giugno 1923,  il termine “Kazak” (Cosacco), e stanti le ben note sbrigative eliminazioni fisiche o deportazione dei dissidenti  nei lager penali della Siberia, tutto ciò aveva profondamente prostrato il morale delle popolazioni. Ne derivò che,  nel giugno 194,1 allorchè i tedeschi  attaccarono a sorpresa la Russia sovietica occupando rapidamente l’Ucraina e quindi le regioni meridionali cosacche ed il Caucaso, furono salutati  come liberatori. Ebbe quindi  sviluppo, in appoggio all’occupante tedesco, uno spirito di collaborazione con creazione di reparti volontari finalizzati a garanzia dell’ordine e la sicurezza, e contingenti  armati. Dando per scontata la vittoria tedesca vi fu pertanto, nelle regioni occupate, cosacche e caucasiche,  una chiara collaborazione con i tedeschi. Il crescente entusiasmo animato da spirito di un rinnovamento della Russia ebbe tuttavia un  colpo d’arresto. Nel febbraio 1943,  con la perdita, da parte tedesca, della dura battaglia di Stalingrado,  ebbe inizio la lenta ma irreversibile  retrocessione del fronte orientale. Le forze collaborazioniste col  seguito di una notevole massa di civili che si sentivano e risultavano palesemente responsabili di un compromesso collaborativo con l’occupante, ad evitare le inevitabili conseguenti ritorsioni punitive sovietiche, abbandonarono quindi, con una marcia verso occidente al seguito della ritirata tedesca, le terre cosacche ed il Caucaso. L’esodo con delle soste all’addiaccio, attraversò’Ucraina e raggiunse la Bielorussia dove i contingenti organizzati militarmente assunsero, sotto il controllo  tedesco, un primo concreto assetto militare con la formazione di 11 reggimenti di cavalleria.. Erano sorte contemporaneamente altre formazioni militari di collaborazionisti, create in gran parte con arruolamenti volontari di prigionieri russi concentrati in grandi lager, costituite da cosacchi, turchestani, calmucchi, tartari e russi che i tedeschi ritennero  di impiegare nei territori sotto il proprio controllo con compiti di garantire l’ordine e la sicurezza e a repressione di insurrezioni partigiane antitedesche e cioè in Iugoslavia, Francia ed Italia. Per i cosacchi che stazionavano in Polonia e relativo seguito di civili fu deciso il loro insediamento nell’Italia nord-orientale precisamente nell’Adriatisches Küstenland che fu raggiunto mediante  tradotte  attraverso la Slovacchia, l’Ungheria e l’Austria. I primi arrivi fecero scalo alla stazione “La Carnia” il 20 luglio 1944, nel medesimo giorno in cui ebbe a verificarsi il fallito attentato ad Hitler nel Bunker della Wolfschanze. I trasporti continuarono fino al tardo ottobre.
Ritengo utile smentire in questa sede, come o fatto in altre, la favola diffusa a suo tempo da galoppini secondo cui “Hitler concesse ai cosacchi il territorio del  Friuli e della Carnia quale loro sede permanente  in contropartita all’impegno di reprimere l’attività partigiana antitedesca”. Si tratta di autentica menzogna. Va precisato che, nell’ Adriatisches Küstenland,  dove cosacchi e caucasici vennero ad insediarsi con compiti di presidio a seguito dell’ingresso di forze tedesche ad occupazione dell’Italia, vigeva in assoluto la sovranità tedesca sancita con decreto di Hitler del settembre 1943, quale misura cautelativa  di  sicurezza, nel caso di ipotetica ma prevedibile ritirata, così come per il Brennero, onde  evitare  il rischio di rimanere imbottigliati. L’invio dei cosacco-caucasici fu quindi null’altro che una decisione militare motivata dal fatto che, nel menzionato territorio assegnato, era venuta a manifestarsi dell’attività partigiana antitedesca. L’attività di presidio dei collaborazionisti cosacco-caucasici cui si aggiunsero formazioni minori di turchestani ed ucraini nonchè flottiglie di reparti, dopo i  grandi rastrellamenti tedeschi di fine estate ed autunno 1944 che  annientarono praticamente la resistenza della quale rimasero pochi nuclei isolati, svolse sostanzialmente il ruolo di vigilanza affidato per 9 mesi ed 11 giorni.Vi furono inizialmente inevitabili fatti spiacevoli, quali prepotenze, furti e qualche  violenza su donne, ma  le cose poi gradualmente cambiarono rientrando nella normalità. Non va però dimenticato che l’occupazione costò sacrifici sopportati dalle popolazioni della Carnia, del Friuli in particolare nelle zone pedemontane ed altre, nel concorrere con le risorse foraggiere, a propio discapito, al mantenimento delle migliaia di cavalli dell’Armata e seguito drella massa di civili, onere ed altri sacrifici che furono affrontati e sopportati in genere con dignitosa consapevolezza, in considerazione delle circostanze. di guerra Per ragioni strategiche e come misura di difesa per un temuto sbarco alleato nel nord Adriatico, nei primi mesi del 1945, forze cosacche ed anche caucasiche vennero spostate e scaglionate lungo la linea del cosiddetto fronte orientale, da Fiume a Gorizia, Tolmino, Kraniska Gora in affiancamento ad unità tedesche e forze della Repubblica Sociale di Salò che tenevano quel fronte.  Al prezzo di un' entità rilevante di vite umane l’assieme di dette forze respinse, in difesa dell' Italia, i tentativi di sfondamento delle forze slave di Tito che puntavano all’ occupazione di Trieste e di parte del Friuli orientale.
Ritengo di evocare, in questa sede, i contenuti  incisivi della lezione. Ho riferito fra l’altro nell’ esposizione delle notizie inedite sulla figura dell’atamano generale Pjotr Nikolaevic Krassnoff,  citando fonti e testimonianze documentali. Lasciata Berlino col seguito del suo quartier generale, l’atamano giunse in Italia, a Gemona del Friuli, nella prima quindicina di febbraio 1945. Convocato ad Artegna il giorno 14, presso un alto comando SS., Krassnoff,  fu pressato a dal generale Domanow ivi presente, su appoggio dell’alta autorità SS., a rinunciare ad ogni potere di comando sull’Armata cosacca che passò al medesimo Domanow, imposizione che l’atamano dovette accettare. Trattasi di argomento accuratamente riferito in un mio nuovo libro la cui  pubblicazione è prevista dall’ editore, salvo contrattempi, nell’ imminente prossimo giugno.
Altre ancora le  notizie che ho ritenuto di far conoscere, talune  in riferimento all’ attacco partigiano del 2 maggio 1945,  nel corso della ritirata, al presidio cosacco di Ovaro in  Carnia, azione che si risolse nel fallimento, attuata dall’ Osoppo  su pressioni  di alcuni imprenditori locali. All’ alba di quel giorno partigiani dell’Osoppo avevano inoltre provocato lo scoppio di una potente carica di esplosivo che mandò in frantumi a Chialina, villaggio a breve distanza a nord di Ovaro, una caserma dove si trovavano asseragliati dei cosacchi con donne e bambini  che naturalmente perirono.
Per Ovaro ad ora tarda della notte, dopo la battaglia,  transitò e vi fece sosta  il già menzionato atamano generale Krassnoff assieme alla consorte Lidia Fedeorovna e all’aiutante dott. Himpel, da me rintracciato nel  dopoguerra in Svezia. Inseriti nella massa transitarono per Ovaro, dopo la battaglia, anche due battaglioni di donne cosacche provenienti in ritirata dal fronte del Po. Li vide e mi fornì testimonianza Tatiana Danilewitsch, da me rintracciata a Londra, convivente del colonnello Medinsky comandante effettivo della Scuola “Junker”, allievi ufficiali di Villa Santina, pure in ritirata. Quei battaglioni li vide inoltre la dottoressa Kriklenko, membro dell’equipe medica dello Stato maggiore cosacco, accreditata quale assistente presso  Krassnoff.
Nell’ atmosfera desolante del villaggio dove alcune case, che si incendiarono nel corso della  battaglia, ancora bruciavano ed il clima era gelido con pioggia frammista a neve, una cosacca ufficiale, facendosi largo nelle cerchia di astanti che attorniavano Krassnoff mentre stava in sosta,  si presentò al medesimo e, scattando sull’attenti si dichiarò con la frase :” Kommandeur des Kosaken bataillon Nina Boiko !” (Comandante del battaglione cosacco Nina Boiko. La Nina Boiko era un’eroina della controrivoluzione alla quale era stato intestato il battaglione). Il fatto sollevò entusiasmo  e si levarono grida di “urrà, urrà !!”. La Danilewitsc ebbe inoltre a raccontarmi che, sempre in Ovaro, disseminata di morti cosacchi e civili, questi ultimi uccisi per rappresaglia, dei cosacchi in sosta intonavano in coro la canzone degli antistalinisti “ La terra bruciata dei cosacchi “. Fu vista in ritirata anche Tatiana De Dubrosky che comandava il presidio  dei cosacchi siberiani di Tauriano del Friuli. La massa  in ritirata, che si allungava incuneata nella strada della valle a sud di Ovaro, bloccata dall’ attacco partigiano al presidio e calcolata su valutazioni attendibili di  circa 35.000 cosacchi, riprese quindi la marcia. Sempre a sud Ovaro l’anziano generale Teodor Diakonoff,  che procedeva a piedi  fra le colonne in ritirata, venne ucciso senza alcun motivo da un partigiano della Garibaldi. I resti del medesimo, riesumati nel cimitero di Villa Santina a dieci anni dalla morte furono inumati nel grande cimitero militare tedesco di Costermano del Garda, nella tomba n. 527 e fui io a fornire le prove della sua identità e quant’altro alla Commissione tedesca di Kassel per l’intestazione della lapide. Feci altrettanto per il colonnello Nefedow Wladinir Michailovic, assassinato a Mediis in al Tagliamento, il 29 aprile 1945, da un  agente provocatore sovietico infiltratosi nella Scuola Junker di Villa Santina, pure sepolto a Villa Santina ed poi traslato a Costermano ed inumato nella tomba nr. 400.
Ho riferito nella lezione sui massacri di prigionieri cosacchi  e profughi compiuti dai.    partigiani di fine guerra dopo le cessate ostilità. in grave violazione delle norme internazio- nali di Ginevra e dell’Aia. Ed ecco un sunto di tali massacri: circa 90/100 cosacchi arresisi  ad Avasinis, sulla promessa del parroco don Fancesco Zossi che sarebbero stati consegnati agli americani e non ai sovietici, venendo meno alla parola data furono invece eliminati a  sulle montagne sovrastanti ad ovest del villaggio, nelle località “Gadoria” e “bosch Chianal”. Tra gli stessi’c’erano diverse donne e bambini taluni in fasce. Altri 150 cosacchi furono eliminati nel trevigiano, a località “Madean” nei boschi sulle alture ad ovest di Follina. Tralasciando uccisioni spicciole, un numero di cosacchi rilevante arresisi nelle valli del Natisone, su garanzia della propria incolumità, a partigiani dell’Osoppo,  vennero a questi sottratti da partigiani slavi della Beneska Ceta ed uccisi oltre la linea di confine, in territorio slavo, dando loro sepoltura in fosse comuni. Si tratta di centinaia  di vittime fra le quali  molte donne e bambini. Sul caso sono bene informato e documentato. Una donna slava, nella zona di Caporetto, volle darmi a suo tempo particolari informazioni.
Passo ad un fatto, connesso alla ritirata, che non può essere ignorato : si tratta della donazione di un milione di lire versate nelle man del parroco di Timau,  don Ludovico Morassi che ne stese  memoria nel diario parrocchiale e di cui posseggo la prova. Asserì don Morassi, nella citata memoria diaristica, che fu un  comandante germanico a versargli la somma e, in un incontro che io ebbi col medesimo  nel dopoguerra in canonica, presente il mio compagno di studi  Di Centa Norberto cittadino di Timau, confermò tale versione escludendo tassativa mente, e ciò a dissipazione di chiacchiere paesane, che i cosacchi non avevano alcunchè da vedere con  tale donazione. Fui poi io, con una lunga dispendiosa ricerca, e grazie alle mie conoscenze austriache, ad accertare che il donatore fu il Gruppenführer SS. Otto Gustav Wächter, ex governatore di Cracovia poi amministratore militare dei comandi campo 101° (Milano) ed 104° (Trieste) con sede a Gardone Riviera, il quale in ritirata d Trieste transitò per Timau facendo sosta presso il parroco.
Particolare attenzione merita la tragica conclusione della ritirata nell’Austria,  sulla quale ho fornito, con la mia relazione,  dati e notizie su basi documentali delle quali, per ragioni di spazio accennerò qui alle più incisive. Come precisato in narrativa furono circa 35.000  cosacchi che percorsero la deviazione lungo la val Gorto, Ovaro, val Calda, Paluzza, Ploeckenpass, mentre  60.000, dopo Tolmezzo, seguirono la valle del But. Un certo numero, percorrendo la nazionale Udine-Tarvisio, intrapresero, a Pontebba, la strada del passo Pramollo (Nassfeld) e si congiunsero alle forze concentrate nella Drava (Lienz). Una serie di  notizie e di dati  riguardo la ritirata, furono pubblicati  in mio articolo, di due puntate, dal Gazzettino ( Edizioni Udine-Pordenone), di cui sono tutt’ora collaboratore culturale, nelle date del 17.01 e 24.01.2009. Praticamente le forze cosacche e russe in ritirata ammontavano a 100.000 ivi incluse unità collaborazioniste e formazioni provenienti dal fronte del Po le quali, essendo risultata impraticabile la via del Brennero, puntarono in direzione di Mestre e del Friuli valicando poi le Alpi.
Sulla Drava, nell' Östtirol (Lienz) vi fu la resa delle forze cosacche ai britannici e, ad Oberdrauburg, dei caucasici. Si trattò di resa informale, nel senso che i vincitori non stesero opportunemente, per motivate ragioni sottraendosi alle regole ufficiali, alcun atto. Per una serie di considerazioni  si diffuse nella massa degli arresi e relativo seguito di profughi l’illusione che il travaglio della propria esistenza fosse finito e gli alleati, in questo caso i britannici, fossero espressione di democrazia e di civiltà in cui riporre fiducia, garanti della propria salvezza e di un futuro. Ma non fu così. Trascorse un maggio caldo, quasi afoso che rese dimentiche le sofferte vicende degli addiacci, della ritirata e delle  ansie vissute. La verità scattò il 1° giugno allorchè, nei campi,  un  alto ufficiale britannico, fiancheggiato da elementi della polizia, diffuse la notizia dell’ordine perentorio  dell’immediato rimpatrio nell’ URSS. Abilmente i britannici delegarono l’incarico esecutivo dell’effettiva consegna a forze militari della Brigata Ebraica ( Jevis Brigade) fatte arrivare da Tarvisio dove tale Brigata si era acquartierata.
Sotto il profilo storico non si può tuttavia nascondere che, stante la posizione di potere dell’alleato Stalin, il tentativo presumibilmente affrontato di evitare la consegna fu sicuramente, per Churcill e Roosevelt un grosso problema, considerata la posizione di forza assunta dal dittatore del Kremlino nei confronti della Germania , che  intendeva spogliare delle più importanti strutture industriali. Essendo stato, io sottoscritto, uno dei primi a raggiunge- re la Drava, dopo la tragedia della forzata consegna, mi fu possibile raccogliere preziose testimonianze per quanto concerne i fatti e, in questo senso, ebbi l’appoggio dell’allora Bürgermeister (Sindaco) di Lienz, che convocò a deporre presso l'Amtgemeinde (Casa municipale), i cosacchi superstiti alloggiati  alla periferia sud della città  nelle baracche del lager “Peggetz”. L’ atamano e generale del Kuban Viaceslav Naumenko, personalità cosacca di grande rilievo, sapeva della mia dedizione alla causa della tragedia cosacca della Drava e del mio patrimonio testimoniale. Il medesimo, arresosi a fine guerra in Baviera agli americani, che evitarono per motivate ragioni  la sua consegna ai sovietici, rese poi preziose testimonianze con una sua deposizione al Senato americano. Nel dopoguerra allorchè giunse dagli U.S.A. a visitare i luoghi della famigerata consegna sulla Drava, Naumenko mi volle al suo fianco perchè sapeva che io sapevo....Da parte britannica l’ operazione consegna a livello decisionale e nella responsabilità esecutiva, ebbe un suo retroscena di intrighi che, stanti le mie conoscenze ad alto livello, mi fu possibile conoscere e che tralascio di accennare trattandosi  di materia estremamente delicata. La forzata consegna, in base ad esaustive valutazioni, resta decisamente un atto adombrato che non può trovare attenuanti ed il lamento di coloro che pagarono con la morte dovuta alla violenza dell’ esecuzione negli accampamenti ed al suicidio collettivo per annegamento nella Drava  causato  dal  panico provocato  dall' ordine della consegna, sembra aleggiare in quella meravigliosa valle. Dai dati di fatto le vittime dell’azione forzata negli accampamenti furono 700 e, ad 800 circa ammontano quelle del suicidio collettivo per annegamento. Da fonti informative, nella mia indagine ricognitiva  austriaca dopo da tragedia seppi  che, nei dintorni di Judenburg, nei giorni successivi alla consegna come scrissi a pag. 211 del mio già citato volume “L’Armata cosacca in Italia 1944-1945” : “la NKVD avrebbe provveduto alla fucilazione di un considerevole numero di ufficiali cosacchi, si sospetta alcune centinaia.  L’esecuzione   sarebbe avvenuta in una zona mineraria adatta a far  sparire le tracce. Lunghe scariche vennero udite… “.

27 maggio 2016

PIER ARRIGO CARNIER






RINGRAZIAMENTO AI LETTORI

Grazie a Grisca Grava, Marisa Turco, Alessandro Carnier, Fabio Galimberti, Irene Diana, Luca Leita, Nadia Sana, Luciano Poletti, Andrea Di Natale e molti altri per l’assenso ai contenuti della lezione di storia da me tenuta al Caterina Percoto di Udine. Grazie per le certezze da me dichiarate, come in altre circostanze, su mie dirette testimonianze e sofferte lunghe indagini con prove documentali che smantellano molte sporche menzogne all’italiana….La mia è una storia che parte da lontano e che porto nel sangue. Grazie per l’aver letto la verità su Ovaro, sui massacri consumati dai partigiani (quelli sulle valli del Natisone li devo ancora raccontare accuratamente ed è una storia molto importante anche perché l’UBDA, la polizia segreta iugoslava, sapendo che io sapevo, mi stava cercando ….). Grazie per l’aver preso atto della realtà dei fatti sulla donazione di un milione di lire al parroco di Timau, don Ludovico Morassi e su tante altre vicende. Ai raduni celebrativi della Drava, in anni lontani, quando durante la celebrazione della messa un cosacco del Kuban, sull’opposta riva del fiume, scandiva con la tromba le note della ritirata cosacca, molti piangevano. Piangevano perché quelle note evocavano il preludio alla tragedia. Ricordo a tal proposito una donna ucraina (cosacca del Dnieper) ancora giovane, Sikorska Stani, che da bambina aveva vissuto coi cosacchi il periodo della loro presenza in Italia ed aveva conosciuto la ritirata, la neve e la tormenta del Ploeckenpass …Vedevo il suo volto bagnato di lacrime sotto quel sole sferzante della cerimonia austriaca nelle ore meridiane. Ricordo che cosacchi e donne dalla tipica bellezza non sfiorita, arrivavano sulla Drava indossando l’abito migliore e , nei momenti toccanti della cerimonia, notavi sui loro volti la fierezza del loro passato, poi nel pomeriggio, dopo il pranzo collettivo al “ Zu Golden Fisch” od al “Boznerhof”, nel lasciarci mi dicevano : “ Tu scriverai la verità sulle vicende cosacche. Giuralo in nome di Dio!”. Me lo diceva pure il cosacco Wassily Lichatchow sulla tomba dell’ufficiale Golovinskj nel cimitero di Delsach, i cui resti furono poi traslati nel cimitero cosacco di “Peggetz” sulla Drava.. Golovinskj, come altri. si era impiccato ad una pianta negli accampamenti a sud di Lienz, al momento in cui fu diffuso dai vincitori britannici l’ordine dell’immediato rimpatrio nell’Unione Sovietica.Si tratta di memorie lontane , che esistono e si agitano nella mia mente come una favola irreale , ma che furono vere e rifioriscono ogni volta che ritorno in quella meravigliosa valle della Drava.
28 maggio 
PIER ARRIGO  CARNIER


domenica 8 maggio 2016

8 MAGGIO – COMMEMORAZIONE DELLA GRANDE TRAGEDIA CROATA E SLOVENA DEI CRIMUNALI MASSACRI DI FINE SECONDA GUERRA .


COMUNICATO
Agli amici della Croazia, Slovenia, Serbia  e  Slovacchia desidero ricordare, anche se ritengo che alcuni lo sappiano,  l’anniversario che cade oggi, 8 maggio,  della grande tragedia croata e slovena dei criminali massacri di fine seconda guerra, troppo dimenticati da una società che ormai ha perduto l’antica sensibilità morale.
                 
                                                                       *      *      *

Ricorre oggi, infatti, l’anniversario celebrativo  a Bleiburg,  nel sud Carinzia, dove con solenne messa all’aperto sul luogo dove esiste un monumento, si commemorano le vittime croate e slovene ed anche serbe, falcidiate dai partigiani di Tito, a fine guerra, nelle località Kocevie, Kocevski Rog  e nei dintorni di Maribor nella Slovenia e gettate prevalentemente in foibe naturali.
Fu a Bleiburg che l’esercito croato di Ante Pavelic,  in fuga dalla Croazia col seguito di una massa di civili, si arrese ai britannici unitamente ad alcune unità di “Cetnici” serbi pure ritiratesi in quella locaità. Analogamente le forze slovene, dette “Domobranci”, in ritirata in Carinzia, si arresero ai britannici lungo la Drava nei pressi di Spittal an der Drau.
Sulla base di intese tra gli alleati, dette forze croate, slovene e serbe furono disarmate e consegnate ai partigiani di Josip Broz Tito per essere condotte, sotto scorta, nella nascente Repubblica Federativa Jugoslava, ma passata la frontiera ebbe inizio un tremendo massacro. Epicentro di una vasta liquidazione furono i dintorni di Maribor, dove il numero delle vittime, secondo testimonianze raccolte dall’ Istituto croato latino-americano di cultura, si aggira su 75.000. Nella foresta di Kocevlje il numero dei croati assassinati fu di 30.000. Altro massacro, di circa 10.000 prigionieri, ma talune fonti parlano di una cifra superiore,  fu consumato la località Kocevski Rog,  ma vi sono altri massacri i cui  dettagli ed i luoghi  unitamente ad altre vicende connesse, tra cui una lunga marcia definita “Marcia della morte”, sono riferiti nelle appendici testuali del mio volume “Lo Sterminio Mancato”-Mursia-Milano 1982 e successive riedizioni. 
Il Governo di Tito negò a lungo l’esistenza di tali massacri, ma emersero infine prove e testimonianze inconfutabili. 
Io stesso che fui amico del grande tribuno croato Branko Jelic sostenitore dell’attività clandestina degli “Ustascja” nel dopo seconda guerra, finalizzata provocare le condizioni per restituire alla Croazia l’indipendenza, partecipai più volte assieme al medesimo ai raduni commemorativi di Bleiburg . Ebbi anche preziosa amicizia con Vilim Cecelia, parroco confessore di Ante Pavelic, Poglavik della Croazia, celebrante le commemorazioni di Bleiburg. Molto stimato dal vescovo di Zagabria, Aloiziie Victor Stepinac, don Cecilia visse isolato, nel dopo seconda guerra, in un convento a Salisburgo. Nei vari incontri a Bleiburg,  dopo la cerimonia, ebbi da lui varie informazioni importanti, direi segrete sul Poglavnik.  Si presentò anche l’ occasione mentre mi accingevo al ritorno in Italia, che lui chiedesse di salire sulla mia autovettura  per poi lasciarlo alla stazione di Klagenfurt da dove, a mezzo ferrovia, sarebbe rientrato a  Salisburgo. Durante il viaggio volle fermarsi   presso una casa contadina a salutare una famiglia di croati, insediatasi in Austria dalla fine della guerra, e qui la sosta si  protrasse in una conversazione  dov’ egli  mi confidò  ulteriori delicate vicende croate e sul Poglavnik  con l’intesa che, sull’ argomento potevo contare sul suo appoggio informativo, come in realtà avvenne. Era   stato il mio primo editore, lo svizzero De Vecchi con nota casa editrice a Milano, imprenditore editoriale molto acuto, a suggerirmi di trovare  notizie certe su Ante Pavelic onde chiarire dei lati oscuri, indagine che in realtà portai  positivamente a buon punto, grazie anche alle informazioni fornitemi da Branco Jelic, prima del suo decesso a seguito di un attentato da parte dell’ UBDA, la polizia segreta della Federativa Iugoslava, ed altri colleghi.
08 maggio 2016
PIER ARRIGO CARNIER



Ho riletto oggi, 6 ottobre 2016, il mio post di cui sopra. Lo trovo preciso, essenziale, nel delineare il profilo della grande tragedia croata, slovena ed anche serba. Ho molto materiale documentale accantonato e dei cari ricordi di Branko Jelic, Vilim Cecelia, Dragoliub Vurdelia e del grande voivoda serbo Momcilo Djujic. Spero che il Padre eterno  mi conservi in vita finchè io possa rendere pubblici questi ricordi e, per la verità, molti, molti altri.

PIER ARRIGO CARNIER


Mi ha molto confortato l'interesse di recente manifestato da lettori di varie nazionalità sull'argomento rievocativo della tragedia croata, slovena ed anche serba in quanto sono riaffiorati nella mia mente i ricordi degli incontri a Bleiburg con Branko Jelic, Vilim Cecelia e molti altri, in quel luogo sacro alla memoria e nondimeno mi è riemersa l'immagine della Kosmac, donna dalla figura autorevole ma piacente e garbata nei modi, custode attenta delle tombe croate  e testimone diretta degli eventi del maggio 1945. Pure mi è tornata in mente la figura di Dragoliub Vurdelia, autoritario custode di segrete memorie a me confidate e presidente della facoltosa comunità serbo-ortodossa di Trieste, gioiello di memorie orientali con la meravigliosa chiesa dedicata a San Spiridione. 12 ottobre 2016

PIER ARRIGO CARNIER









giovedì 28 aprile 2016

RIACCESO INTERESSE SULLA FORZATA CONSEGNA DEI COSACCHI AI SOVIETICI IN AUSTRIA, DA PARTE BRITANNICA, NEL GIUGNO 1945.


COMUNICATO

In riferimento alla mia risposta data al messaggio sottoriportato, apparso sul mio sito Facebook in calce al post dal titolo " 5 Marzo 1955 - NOTTE DI NEVE E DI SANGUE SULLE MONTAGNE DELLA CARNIA, ritengo che la stessa, data l'importanza dell'argomento, meriti una pubblicazione autonoma a sè stante.

MESSAGGIO RICEVUTO
AUGUSTO GIORDANO. Sono rimasto disgustato dal comportamento inglese verso i prigionieri cosacchi consegnati a sicura morte al dittatore Stalin che li uccise! RAI STORIA, canale 54 di oggi 21 aprile 2016. Convenzione di Ginevra verso i prigionieri violata?


 RISPOSTA
 Non ho trovato riscontro, sul programma RAI STORIA - CANALE 54 del 21 aprile u.s, alla trattazione del caso accennata da AUGUSTO GIORDANO, che non conosco, ma farò ulteriori ricerche riservandomi, eventualmente, di riprendere l'argomento. Come riferito a pag. 219 del mio volume “L’ Armata Cosacca in Italia 1944-1945” la messa in esecuzione della forzata consegna, agli inizi di giugno 1945, appare cinicamente aggravata dal tentativo anestetizzante usato dai britannici per raggiungere l’esecuzione, con metodi inusuali e falsi preamboli, più volte da me rilevati con vari articoli sulla stampa. Per l’Armata cosacca e le Brigata nord Kaukasus (Freiwilligen Brigade Nord Kaukasus), venne evitata, alla loro resa sulla Drava, le stesura dell' atto ufficiale ed allo scopo di nascondere il verdetto della consegna, furono fatte vagheggianti promesse di protezione per cui nella massa, che si considerava prigioniera di Sua Maestà britannica, si stabilì quasi un senso di distensione. Addirittura la fanfara cosacca si esibiva sulla piazza di Lienz con la presenza dello Stato Maggiore britannico. Sotto il profilo storico non si può tuttavia nascondere che, stante la posizione di potere dell’alleato Stalin, il tentativo presumibilmente affrontato di evitare la consegna fu sicuramente, per Churcill e Roosevelt un grosso problema, considerata  la posizione di forza assunta dal dittatore del Kremlino nei confronti della Germania, che  intendeva spogliare delle più importanti strutture industriali. Essendo stato, io sottoscritto, uno dei primi a raggiungere la Drava dopo la tragedia della forzata consegna mi fu possibile raccogliere preziose testimonianze per quanto concerne i fatti e, in questo senso, ebbi l’appoggio dell’allora Bürgermeister (Sindaco) di Lienz, che convocò a deporre presso l'Amtgemeinde (Casa municipale), i cosacchi superstiti alloggiati  alla periferia sud della città  nelle baracche del lager “Peggetz”. L'atamano generale del Kuban Viaceslav Naumenko, personalità cosacca di grande rilievo, sapeva della mia dedizione alla causa della tragedia cosacca della Drava e del mio patrimonio testimoniale. Il medesimo, arresosi a fine guerra in Baviera agli americani che evitarono per motivate ragion la sua consegna ai sovietici, rese poi preziose testimonianze con una sua deposizione al Senato americano. Nel dopoguerra allorchè giunse dagli U.S.A. a visitare i luoghi della famigerata consegna sulla Drava, Naumenko mi volle al suo fianco perchè sapeva che io sapevo....Da parte britannica l’ operazione consegna a livello decisionale e nella responsabilità esecutiva, ebbe un suo retroscena di intrighi che, stanti le mie conoscenze ad alto livello, mi fu possibile conoscere e che tralascio di accennare trattandosi  di materia estremamente delicata. La forzata consegna, in base ad esaustive valutazioni, resta decisamente un atto adombrato che non può trovare attenuanti ed il lamento di coloro che pagarono con la morte dovuta alla violenza dell’ esecuzione negli accampamenti, al suicidio collettivo per annegamento nella Drava dovuto al  panico provocato dall' ordine della consegna ed alla conseguente deportazione sui tetri vagoni piombati destinati ai lager penali della Siberia, che significò ugualmente morte, sembra aleggiare in quella meravigliosa valle. Negli infiniti incontri coi cosacchi alle commemorazioni della tragedia, dove spesso i ricordi costituivano motivo di lacrime sui volti provati dei superstiti, mi ha lasciato un solco di partecipata sofferenza nell'animo e, credetemi, allorchè mi sovviene il ricordo della ritirata, della quale fui testimone: quell'immagine cupa della massa, il sordo rumore dei passi e degli zoccoli dei cavalli, con cigolio di carrette sotto pioggia e 
neve...devo sforzarmi per trattenere l'emozione. 23 aprile 2016.

PIER ARRIGO CARNIER

POST SCRIPTUM
Sciogliendo la riserva formulata introduttivamente circa un possibile filmato di RAI STORIA – Canale 54, in cui fosse stata trattata la consegna dei cosacchi ai sovietici, da un’accurata verifica nulla è risultato in tal senso. Sono emersi solamente, in riferimento ai collaborazionisti russi affiancati ai tedeschi, degli spezzoni di un filmato tedesco rintracciato negli archivi sovietici concernente  delle  forze collaborazioniste dell’Armata russa di liberazione ( Russkaja Osvododietelnaja Armia ) organizzata dai tedeschi al cui comando fu posto il generale Andrei Andreevic Wlassow. Mi permetto di osservare che, a tal riguardo, si riferiscono piuttosto dati generici e carenti rispetto al notevole materiale storico di cui dispongo e all'ampia mia conoscenza dell'evento. 
A suo tempo, nel dopoguerra, potei conoscere all'estero l’ex ufficiale tedesco Strik Strikfeldt delegato, assieme ad altro ufficiale che si chiamava Renne, a mettere in piedi lo “Stato Maggiore”della menzionata Russkaja Armia per cui ebbi dal medesimo chiare precisazioni sul come, nonostante la riluttanza di Hitler, l'operazione di dar vita ad un esercito di collaborazionisti russi ed altre forze dell'Est venne avviata da una coalizione di alti ufficiali tedeschi. Potei conoscere inoltre, sempre all'estero, anche l’ex compagna che i tedeschi avevano affiancato al generale Wlassow ( il quale aveva comunque moglie nell’URSS): si trattava della boema Adelaide Bielenberg, donna distinta e molto attraente, vedova di un ufficiale SS. dalla quale ottenni preziose informazioni e delicate confidenze. L’ argomento Wlassow, non ha comunque alcunché da vedere coi cosacchi che presidiarono nel 1944-1945 la “Cossackja” (territorio del Friuli, Carnia e Goriziano) e tantomeno con il 15° Corpo di cavalleria cosacca, comandato dal generale Helmut von Pannwitz che operò, nel periodo, nel 1943-1945 nei Balcani, riguardo il quale tengo, su regolare nomina, l' incarico di delegato ufficiale per la storia. Nel linguaggio di RAI-STORIA in riferimento al filmato tedesco rinvenuto negli archivi  sovietici si asserisce che il medesimo “ mostra in maniera idilliaca, al limite del grottesco, le condizioni di vita dei collaborazionisti russi in Germania”.  Il filmato mostra anche  una visita ad  un comando del ministro tedesco per la propaganda e l’informazione Goebbels”.Il tenore del linguaggio usato da RAI STORIA appare decisamente scarno e direi denigratorio. Le cose in realtà stavano diversamente. Sul grave capitolo della consegna forzata ai sovietici, da parte alleata, vi è solo uno squallido accenno mentre si tratta di argomento che meritava e merita, dal punto di vista storico, un'accurata trattazione oggettiva trattandosi di operazione, dagli incresciosi dettagli, concernente il tragico oscuro destino oltre due milioni di esseri umani, tra prigionieri ex militari delle varie organizzazioni e profughi russi adibiti dai tedeschi a lavoro coatto, finiti nei lager penali sovietici, falcidiati in prevalenza da morte per denutrizione, malattie ed anche esecuzioni...

PIER ARRIGO CARNIER

lunedì 25 aprile 2016

I MIEI RAPPORTI CON SVETLANA SLALINA ALLELUJEVA, FIGLIA DI STALIN.


COMUNICATO

Ai centri archivistici e di cultura della Slovacchia e di Mosca, ed a coloro che si interessano a vicende storiche rendo noto quanto vengo ad esporre riguardo i miei rapporti con la figlia di Stalin, Svetlana,  con dei  risvolti affiorati nella memoria  riferiti alla città di Bratislava al tempo del potere staliniano.

                                                                   *        *        *

Uno dei  miei vecchi amici slovacchi, (Franz) con cui discussi a suo tempo le vicende di mons. Josef Tiso, presidente della Slovacchia con mandato dal 26.10.39 al 4.o4.1945 mi ha telefonato compiacendosi in riferimento ai miei rapporti con Svetlana Stalina cui ebbi ad accennare nel mio diario con post del 15 aprile corr. Con  Wanda mia moglie, più volte fui a Bratislava, in anni dal clima staliniano, città che comunque ci piaceva. Non posso dimenticare  i ristoranti di regime, dove ti servivano portate favolose alla base di carne. Rammento anche “l’alusca con brinza” (speciale preparato di ricotta) servita su guantiera brillante. Non dimentico  l'accesso, nella sala, del plenipotenziari locali per  le loro colazioni, con relative consorti  e segretarie lussuosamente addobbate, onorate di rispetto e dal  puntiglioso sussiego, carezzevole ed indimenticabile, bastava vedere il modo con cui si mettevano a sedere..... Stalin, fu il grande creatore di questa classe dominante. Nè dimentico la presenza, dovunque, di agenti di polizia. Non stò a spiegare il perché ma ci capitò una volta che, la polizia, ci accompagnasse fino all’uscio alla nostra camera all’”Hotel Carlton” ed ebbi sinceramente paura poichè tenevo nella borsa dei documenti che sarebbero potuti risultare compromettenti…..La città è attraversata dal Danubio che scorre lento, possente e silenzioso ed a quel tempo la polizia sparava ed uccideva tranquillamente quegli slovacchi che tentavano di espatriare cercando, a nuoto, di superare il confine e raggiungere la vicinissima Austria. Voci sussurrate circolavano sull'esistenza di locali per favolosi incontri a luci rosse ma la stampa slovacca non ne parlava. Fra l'altro potemmo renderci conto che esistevano nella città residenze e ville importanti abbandonate da ricchi proprietari fuggiti in occidente in seguito all'espansione sovietica ed alla presa di potere del comunismo. Mi resta caro, in ogni caso,  il ricordo di questa città  dove, io e mia moglie, vivemmo circostanze felici sebbene vi fosse un clima di regime, non privo di paure, ma  in certo senso evocativo sotto il profilo storico,  del mondo asburgico, austriaco. Ne parlai di questa mia sensazione al dirigente di sala del "Carlton" uno slovacco dai baffi spioventi che mi ricordava i "cecchini" austriaci della grande guerra al quale fece piacere che io avvertissi questa percezione. Di mons. Tiso, uomo di Hitler, ho chiara memoria della sua presidenza,   poi condannato a morte con l’avvento comunista dell’espansione sovietica. Mi è ben chiara anche la figura, come ricordo, del noto Hlinka, presidente del partito popolare slovacco e della sua  interessante visione politica.
Vengo quindi  a Svetlana Stalina, cioè Svetlana Allelujeva Dzugasvili che rappresenta la ragione essenziale di questo mio scritto.  I miei rapporti con la stessa erano incentrati a poter conoscere alcune vicende dello stalinismo  ed avere in particolare   conferma od indizi sull'esistenza di un figlio naturale di Stalin, Ghiorghi Varasasvili, giunto in Italia in seguito a vicende di guerra e caduto da partigiano nel Veneto con lo pseudonimo di Monti (capitano Monti), riguardo il quale tengo fermo un libro che mi è costato parecchie ricerche. Svetlana negò la possibilità dell'esistenza di un tale  figlio naturale e, a dire il vero, ebbi l'impressione che fosse  nel suo interesse prendere tale posizione onde difendere la memoria del padre, Stalin. Sussistono tuttavia, in mio possesso, forti indizi per sostenere che potrebbe realmente essersi trattato di un figlio naturale del dittatore sovietico. Pescindendo da ciò l'elaborazione del caso mi ha portato a conoscere un assieme di particolari di rilevante interesse, riferiti alla famiglia Stalin e soprattutto  ai figli Vassili e Jakov, quest'ultimo perito nel lager tedesco di Sachsenausen, ucciso da una guardia mentre tentava di fuggire . Nel suo assunto il volume che tengo fermo contiene altri argomenti e rilevanti dettagli rimasti oscuri, relativi a vicende partigiane verificatesi nel Veneto e che ritengo meritevoli di essere conosciute.
25 aprile 2016

PIER ARRIGO CARNIER

martedì 5 aprile 2016

RICORDI DELLE MONTAGNE AUSTRIACHE, IN PARTICOLARE DEL FAMOSO SANTUARIO DI MARIA LUGGAU NELL’ OBERGAIL


Facendo clich sulla scritta soprariportata esce il video della doppia sestina Maria Luggau che può  essere quindi ascoltato.


Pier Arrigo Carnier.  Ho ascoltato Maria Luggau dal video di Hugo Grünwalder e sinceramente mi sono commosso per gli indimenticabili ricordi che conservo di questo luogo e del Santuario. Care amate, adorate mie montagne austriache siete e rimanete le mie montagne.....
16 marzo 2016.

Pier Arrigo CarnierPier Arrigo Carnier Ho riascoltato oggi il meraviglioso inno dedicato a Maria Luggau dalle delicate modulazioni che toccano l’animo. Non posso non ricordare che, fra i ricordi custoditi ed esposti all’ interno della basilica, che ha più di 500 anni, e da me visti in anni lontani, c’era un ringraziamento incorniciato, per grazia ricevuta, da parte di un carnico di "Ludario" (frazione di Rigolato). Ma soprattutto ricordo che anziani austriaci di Sankt Lorenzen nella valle del Lesach, dove si trova il santuario meta di pellegrinaggi di varia provenienza, in parte anche dall’Oberkrein (Slovenia), mi raccontavano di un fatto miracoloso accaduto a donne carniche. Le stesse, venute da lontano, dopo aver pregato nella basilica e ripreso il cammino di ritorno s’imbatterono in una bufera di neve che durò a lungo e stremate, con le gambe gonfie per la fatica nel fendimento della coltre gelida della neve, invocarono Maria Luggau e, si dice, videro davanti a loro la neve sciogliersi sul cammino… 
Care adorate montagne dell’Austria e della Lesachtal non vi posso dimenticare. Nell'Austria, nelle sue montagne, io ho sempre avvertito una profonda materna attrazione...
17 marzo 2016
Pier Arrigo Carnier Torno brevemente sulle montagne austriache, più esattamente della Carinzia per esprimere alcuni pensieri non detti che riemergono nella mia memoria.
Sì, quelle montagne mi erano familiari e tali rimangono ed è come fossi nato in quei luoghi e la mia terra madre fosse matrigna. Di quelle montagne, specie nell’ Obergail, ho percorso strade, mulattiere e sentieri. Mi era gradito il caldo vaporoso che promanava, in luglio, delle vaste estensioni prative alpestri: odore di erbe e profumo del garofano selvatico e poi, dopo lo falcio, odore di fieno. Mi piaceva attardarmi a conversare con gente casuale, montanari di borgate isolate ed ascoltare i loro pensieri.Mi piaceva il realismo dei montanari austriaci. A Koeschach avevo un ottimo rapporto di conversazione col dott. Georg Weinländer, medico di quei luoghi, glorioso ufficiale della prima guerra mondiale che aveva combattuto sul Piave. Della seconda guerra, anni 1944-1945, egli conosceva le segrete infiltrazioni di agenti britannici che intendevano trovare il modo per provocare una sollevazione contro il nazismo, progetto ideato da Winston Churchill che trovò alcune aderenze, ma finì nel fallimento, riguardo il quale pubblicai le risultanze in un vasto articolo a puntate sul Gazzettino di Venezia nelle date del 3,6 e 10 luglio 2002. I membri superstiti di tale missione rientrarono poi delusi alla base di Monopoli, nel sud Italia. mediante un aereo che fece scalo in una località della Slovenia e che raggiunsero con una marcia snervante. Si tratta di argomento piuttosto ignorato ma che io conosco molto bene. Dovunque nelle borgate, nei pensieri di vecchi e giovani, sussisteva inestinguibile la memoria degli Asburgo, del grande impero austro-ungarico. Dialogando con la gente ebbi molte notizie utili alle mie ricerche storiche, in parte introvabili negli archivi. Mi trovai spesso di fronte a fatti indimenticabili. Nel villaggio di Mauthen una donna allora anziana, mi dette delle informazioni particolareggiate riguardo i cosacchi in ritirata dall’ Italia che, nel villaggio, si erano ammassati in sosta invadendo tutte le case. Viveva sola in quanto vedova ed alla fine, prima di salutarci, aggiunse a voce bassa, direi quasi sottovoce con le lacrime agli occhi, di aver perduto i suoi due figli nella battaglia di Stalingrado…. e mi indicò due immagini incorniciate appese a una parete dell'atrio: vestivano l'uniforme delle truppe da montagna, i Gebirgsjäger. 

03 aprile 2016



Pier Arrigo Carnier. Ancora un fatto voglio riferire perchè coinvolge la valle del Lesach ed il villaggio di Sankt Lorenzen dove sorge la basilica di Maria Luggau. Nel traggo il testo da pagine nr.217-218 del mio libro “L’Armata Cosacca in Italia 1944-1945” . ” Due coniugi russi, non cosacchi, Nadia ed Alex Melnik, furono pure diretti testimoni della tragedia della Drava. Deportati nel Reich (in Austria) dall’Unione Sovietica durante la guerra, ed adibiti a lavoro coatto, poi trasferiti in Italia agli inizi del 1945, a Tolmezzo, seguirono a fine aprile la ritirata cosacca e si trovarono quindi, assieme ai cosacchi, nei campi della Drava. Ed ecco la loro testimonianza :” Vedemmo i britannici sparare sulla massa sgomenta dei cosacchi tra i quali eravamo anche noi. Molti caddero uccisi. Sentimmo i lamenti dei feriti. Dalla massa si levavano urla spaventose, imprecazioni, molti per la disperazione, si gettarono nelle acqua tumultuose della Drava ed annegarono. Riuscimmo a fuggire sui monti dove passammo alcuni giorni nella neve. La polizia britannica ci riprese e con una lunga marcia ci portò a S. Lorenzen, villaggio fra le montagne della Carinzia, nella Lesachtal. Assieme a noi c’erano degli altri arrestati. Il 20 giugno <è il marito che parla> mia moglie, che era incinta, ebbe le doglie. Invocai i soldati britannici a trovare una levatrice, un medico. Non mi ascoltarono. Mia moglie partorì senza alcuna assistenza in un fienile. Dette alla luce una bambina che chiamammo Maria. Dovetti riscaldarla col mio corpo nella stalla sottostante il fienile”.
 05 aprile 2016

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Ringrazio i molti lettori che in numero elevato, nell’ ordine  di centinaia, in base alle indicazioni grafiche di Facebook e Blogger, hanno dedicato o manifestato attenzione  al mio post che rievoca ricordi lontani delle montagne austriache, con riferimento particolare all’Ober Gail, Lesachtal e soprattutto al Santuario e basilica di Maria  Luggau  di Sankt Lorenzen. Dialogando a suo tempo con amici dell’ Oberkrain (Slovenia) fedeli ai pellegrinaggi alla basilica,   ebbi dagli stessi conferma di una sensazione che io stesso avvertivo, che cioè l’alta valle, stanti i ricordi incentrati sulla figura di Maria Luggau, costituisce un’ oasi di pace, un luogo rigenerante dell’animo per cui, alzando lo sguardo al cielo,  ti sembra di godere degli attimi di vita in un mondo elevato, benedetto da un Dio supremo..
07 aprile 2016
Pier Arrigo Carnier