martedì 28 luglio 2020




  CARNIER  PIER  ARRIGO

  
  -EINTRITT VERBOTEN-


CRONACA PARTICOLAREGGIATA DI LONTANE
VICENDE DI GUERRA: OTTOBRE 1944,
TEDESCHI E COSACCHI NEL MIO PAESE.


Cari lettori ho notato sul mio sito Blogger un interesse rilevante riguardo il post che qui di seguito ripropongo, diffuso in data 31 ottobre 2015, riferito a circostanze da me personalmente vissute nell' ottobre di guerra del 1944.

* * *

La rievocazione legata al commissario partigiano Guerra (Foschiani Mario) diffusa nelle mie puntate del 5,11,17, 22, 25 ottobre, ha rimosso in me lontani ricordi dell’epoca partigiana quale testimone del tempo oltre che collaboratore a fianco di uno dei membri di rilievo del C.L.N.( Comitato di Liberazione Nazionale) Val Gorto, come precisai in altre circostanze. Vissi pertanto quel clima teso d' attese e di paure nell’ imminenza e durante i rastrellamenti tedeschi nonché le improvvise notizie di accadimenti incresciosi. Ed ecco la cronaca di qualche ricordo. Nella prima quindicina dell’ottobre 1944 per sfuggire ad un rastrellamento che precedette l’arrivo dei cosacchi, con mio fratello Alcide ed un compaesano detto “Bibi” (Luciano Biasotti) cercammo, come altri, rifugio in montagna. Appena fuori dal paese incrociammo una formazione partigiana della Garibaldi di una trentina di elementi che, in ritirata dalla valle del But, si dirigevano nella val Pesarina. Nella maggioranza erano armati della pistola mitragliatrice sten e taluni di mitra.
Con alcune ore di cammino ci portammo sulle pendici del monte Crostis, nei pressi della malga Naval, sistemandoci in uno stallo detto “Stalon”. Avevamo scorta di viveri e da quel luogo, altitudine circa 1800 metri, muniti di un prezioso cannocchiale Zeiss, potevamo controllare il fondovalle e il nostro stesso paese Comeglians. C’era in noi tensione e tuttavia ci pareva di essere al sicuro, ma era solo un' illusione perchè al sicuro non eravamo affatto in quanto i tedeschi battevano anche le montagne e in quel luogo (lo “Stalon” lo si vedeva dal fondovalle) sarebbero potuti arrivare e, ritenendoci partigiani, ci avrebbero fucilati o quantomeno deportati. Da lassù notammo l’arrivo dei tedeschi e degli stessi cosacchi (Nota n. 1). Dopo alcuni giorni, decidemmo tuttavia di tornare in paese per renderci conto di ciò succedeva laggiù anche perché stavamo esaurendo i viveri di scorta. Scendendo dalla montagna lungo scorciatoie scorgemmo chiazze di funghi commestibili che, in parte, raccogliemmo e mettemmo separati da un divisorio nei nostri zaini. Raggiunto il fondovalle passammo per Valpicetto, paese in comune di Rigolato dove notammo del fumo che si alzava dai ruderi di uno stallo ormai distrutto da un incendio. Fummo informati da un casuale valligiano che, una colonna tedesca avendo sorpreso nello stallo tre partigiani, che in seguito sapemmo erano del paese di Illegio, li fucilarono assieme a un anziano casaro di malghe che si trovava sul luogo, proprietario dello stallo che poi incendiarono. I quattro morti, in seguito all’incendio, furono trovati mezzi carbonizzati. Tale notizia ci turbò per cui proseguimmo con una certa apprensione ed imboccammo una mulattiera che correva fra i boschi di fondovalle sulla sinistra del fiume. Arrivammo nel paese di Mieli. che ormai calavano le prime ombre della sera. Superata l’ultima casa sentimmo alle spalle una voce che ci gridò:”Alt, Alt “.
Ci fermammo sbigottiti e notammo due tedeschi che venivano verso di noi. Uno dei due era giovane l’altro più anziano.Vestivano l’uniforme delle truppe Waffen SS. da montagna con la stella alpina sul lato sinistro del berretto alla finlandese ed impugnavano il Mauser. ”Documenta”, ci dissero da vicino. Porgemmo quindi, senza profferire parola, il documento di identità assieme a un tesserino che attestava l’impegno di ciascuno di noi, con nome e cognome, nel lavoro per la produzione bellica nell’interesse della Germania. All’azienda industriale dove io, allora studente, comunque lavoravo, li aveva rilasciati per disposizione dell’autorità tedesca (Der Deutsche Berater =Prefetto) che aveva sovranità sul territorio, un comando croato-ustascia sottoposto ai tedeschi. insediato a Bad Lusnizz in comune di Malborghetto nella val Canale, dove l’azienda aveva un noto stabilimento. A “Bibi”, studente che non lavorava , il tesserino glielo avevo procurato io, regolarmente a lui intestato, mentre mio fratello dipendente da un’altra azienda, lo aveva per conto suo. Credetemi mi piace ricordare minuziosamente queste cose riferite a quegli anni vissuti con tante emozioni. I due tedeschi esaminarono minuziosamente i documenti ed il più giovane dei due, rivolgendosi a mio fratello, gli fece osservare che la statura indicata nella carta di identità, metri 1,75, non era esatta perché a lui sembrava che fosse un po’ più basso. Ci parve, ed ebbimo paura, che volessero trattenere mio fratello, ma dopo momenti di esitazione il dubbio fu superato e i due tedeschi ci restituirono i documenti e ci lasciarono andare.
I tedeschi sospettavano di tutto temendo che, sotto false spoglie, si nascondesse un partigiano. Il soldato tedesco vedeva nel partigiano un fuori legge che, nascosto in un qualsiasi angolo, poteva sparare ed uccidere e poi dileguarsi. Il partigiano rappresentava per il tedesco un’ostilità insidiosa sfuggente le norme di guerra, in quanto privo dei segni di regolare identificazione, diverso cioè dal nemico che indossava un’uniforme.
Ci riavviammo verso casa che distava ancora alcuni chilometri. Strada facendo incontrammo dei valligiani provenienti da Comeglians, diretti ai paesi di Noiaretto, Frassenetto e Tualis, a cui chiedemmo notizie. Ci dissero che in vari luoghi vi era stata qualche vittima, uccisa dai tedeschi durante il rastrellamento, che dei giovani erano stati deportati, infine che i cosacchi, giunti nella nostra valle attraverso la val Calda, avevano commesso atti di violenza su donne, per cui si era diffuso un clima di paura. Arrivammo alla periferia nord del nostro paese e, con sorpresa, non notammo alcuna sentinella. Procedemmo con cautela e, raggiunto il centro, ci rendemmo conto della presenza di molti tedeschi, direi centinaia con diverse macchine ed autocarri parcheggiati. Era ormai buio e temevamo, anche per le notizie ascoltate lungo la strada che, ai tedeschi, vedendo tre giovani con gli zaini, venisse inevitabile il sospetto che fossimo partigiani e ci arrestassero. Quelle riflessioni ci crearono uno stato di tensione. Potevamo proseguire e semplicemente raggiungere le nostre case ma non ci sentimmo di farlo. I tedeschi ci avevano messo soggezione, sentivamo la loro sovranità e avvertivamo quasi uno stato di sudditanza che rivelava la nostra fragilità italiana dovuta al collasso in cui era precipatata l’Italia (Nota n.2).
Consultandoci nervosamente ci venne l’idea di presentarci spontaneamente al comando delle forze che, dopo il rastrellamento, stazionavano in paese. Chiesi, in tedesco, ad un soldato di indicarmi “das Kommando Truppe” ed egli allungando la mano ed additando una casa dove si vedeva l’ingresso spalancato e illuminato , disse. “ Jaaa, in jene Haus est der Kommandeur ”( Siii, in quella casa c’è il comandante). Entrammo quindi nella stessa togliendoci i berretti, tenendo in mano le carte d' identità e quei preziosi tesserini con lo stemma croato. C’erano diversi ufficiali in piedi che parlavano tra loro e si voltarono a guardarci. Chiesi allora di parlare con “der Herr Kommandeur” (il signor comandante). Uno di loro, alto, si fece avanti e ci chiese, in italiano, “cosa desiderare” per cui, tutti e tre, ci rivolgemmo a lui in italiano dichiarando che eravamo cittadini del luogo che rientravamo da una gita in montagna dove avevamo raccolto dei funghi e, slacciando gli zaini, mostrammo i funghi. Affermammo che, stante la situazione di guerra in essere, volevamo dimostrare la nostra regolarità di cittadini impegnati nel lavoro ed esibimmo a turno i documenti. L’ufficiale ci guardò un po’ stupito forse per lo zelo dimostrato, guardò i documenti e ci disse: “ Sehr guut, guut, andare, andare (Molto bene,bene, andare, andare) e ci sorrise…!!”
Uscimmo rasserenati.
Passando accanto a un pubblico noto locale sul lato sinistro della strada, poco dopo il centro, di proprietà di un conosciuto benestante, ( S.Tavoschi ), a sua volta titolare dell’azienda trasporti pubblici della valle, notammo che, il medesimo, stava cenando assieme a molti tedeschi, tutti seduti attorno al gran tavolo della sala illuminata, ai quali presumibilmente, su loro pretesa, aveva dovuto far preparare la cena. A guardare quella scena pareva che il paese fosse in festa e non vivesse, invece, la realtà dell'occupazione.
“Bibi”, eravamo vicini alla sua abitazione, ci lasciò per cui proseguimmo soli.
Più oltre nel grande piazzale dell’ ex stazione ferroviaria in disuso da tempo, stava in sosta una massa di cosacchi con cavalli e carrette che occupavano pure la parallela via principale di accesso al paese, che noi stavamo percorrendo. Era la prima volta che vedevamo i cosacchi . Notammo fra loro anche diverse donne, talune in uniforme militare. Traggo da una mia prima pubblicazione, risalente al 1957, brevi frasi sull’impressione che fecero in me i cosacchi , “”…Nel buio della notte si mescolavano le ombre dei cavalli che fiatavano una lunga stanchezza. La luna venne nel cielo a rischiarare vagamente i loro mantelli, mostrando furtivamente attorno ai carri sagome goffe di soldati dormienti, fucili ammucchiati, ceneri semispente “”.
Leggendo vecchie pagine di quella pubblicazione provo ammirazione per me stesso. Penso che avei dovuto scrivere un romanzo che, in ogni modo, vive dentro di me, ma sento nostalgia di non averlo fatto.
Fummo costretti a procedere cautamente e, superato quell’addiaccio, ci trovammo finalmente di fronte alla nostra casa, la prima del paese sulla via principale della valle venendo da sud. Sul portone d’ingresso risultava affisso un manifesto dove, in grosso stampatello, stava scritto in tedesco EINTRITT VERBOTEN (INGRESSO VIETATO). Pensammo subito che la casa fosse occupata dai tedeschi. Mi ero dimenticato di dire che i miei genitori non c’erano. Ancora prima della nostra andata in montagna erano partiti, come centinaia anzi migliaia di carnici, donne coraggiose soprattutto, diretti a piedi, attraverso il passo di Monte Rest, nella pianura friulana e veneta alla ricerca di granaglie ed altre risorse alimentari, a causa della crisi provocata dall’attività partigiana, avendo i tedeschi bloccato ogni rifornimento alimentare. In casa erano rimaste le due nostre sorelle e, alla nostra partenza per il monte Crostis, avevamo raccomandato a un’anziana signora della casa vicina di tenerle sotto protezione.
Suonammo e poi bussammo al portone. Giunse ad aprirci un ufficiale non tedesco ma fascista che guardammo con sorpresa, al quale ci dichiarammo ed egli sorridente ci disse che le sorelle avevano già parlato di noi. Entrammo e ci sedemmo nella sala dove c’erano altri ufficiali fascisti. Giunsero frattanto, dal piano superiore, le due nostre sorelle alle quali, dopo un abbraccio, consegnammo gli zaini. Dopo di che, scambiate alcune considerazioni con gli ufficiali, salimmo nelle nostre stanze a rimetterci in ordine. La sera, dopo la cena, fu trascorsa a dialogare con i detti ufficiali. Gli stessi non si toglievano di testa l’idea che noi due fratelli fossimo partigiani scesi dal bosco dopo aver nascosto le armi. Erano tutti pordenonesi e ci lasciarono anche i loro nomi che ora non ho sottomano, ma ricordo con precisione che uno di oro si chiamava Messinese. Ci parlarono ovviamente della rinascita dell’Italia attraverso il fascismo repubblicano, delle armi segrete della Germania, del nuovo esercito repubblicano con importanti innovazioni che effettivamente, anche dal mio punto di vista come in seguito mi resi conto, non era cosa effimera e riscuoteva credito negli italiani che si aspettavano qualcosa di concreto in cui credere. Parlarono anche della situazione partigiana contro la quale in tutto il nord Italia, Carnia e Friuli compresi, era un atto da parte tedesca con l’appoggio fascista, un’inesorabile azione repressiva che portò a un decisivo, per certi versi spietato, travolgimento della forze alla macchia da cui la lotta uscì effettivamente stremata. Nell’autunno, perlomeno in Carnia, quasi non se ne sentiva più parlare e pochi nuclei resistenti sopravvivevano sulle montagne.
Gli ufficiali lasciarono la nostra casa nell’ indomani molto presto che ancora era notte, senza salutarci . Quando ci alzammo notammo che, nell’ anticamera, avevano staccato i due quadri del re Vittorio Emanuele III° di Savoia e della regina Elena accostandoli per terra con l’immagine girata verso la parete ed un biglietto accostato a uno dei due dove si leggeva “ Traditori”. Vent’anni dopo essendomi insediato con la famiglia nella città di Pordenone mentre professionalmente lavoravo anche in quel di Venezia, ebbi modo di interessarmi a dette persone. Seppi che, a fine guerra, detti ufficiali furono arrestati dai partigiani, incarcerati, condannati a morte da un Tribunale del popolo e giustiziati, semplicemente perché fascisti repubblicani. Provai umanamente dispiacere. Fra l’altro aggiungo un’altra notizia spiacevole. Alcuni anni dopo la fine della guerra seppimo che “Bibi” il nostro amico, che si era trasferito a Milano, era morto.
31 ottobre 2015 PIER ARRIGO CARNIER
Nota n.1
I cosacchi giunsero al mio paese il 12 ottobre 1944.
Nota n.2
La caduta del fascismo provocata da traditori nel luglio 1943 e il tradimento nei confronti dei tedeschi con la resa separata italiana, del settembre 1943, agli alleati anglo americani, sulla quale vi sarebbero alcune considerazioni da esporre, provocò nei tedeschi un’evidente ostilità verso l’Italia che accrebbe nel 1944 con il rivelarsi dell’attività partigiana apportatrice, primariamente, di un contributo in favore degli alleati che, sbarcati nel sud Italia, salivano lentamente lungo la penisola.
I tedeschi si erano insediati nel Litorale adriatico come nel resto dell’Italia fin dal settembre1943, assumendo la sovranità sul territorio in base al decreto di Hitler del 13 settembre 1943.
Segue timbro apposto su tutti i tesserini rilasciati ai dipendenti e al personale direttivo dell'azienda presso cui lavoravo dal comando delle forze appartenenti alla Legione croato-ustascia subordinata ai tedeschi, insediato a Bad Lusnizz (Malborghetto) in val Canale. Dette forze croate erano addette al controllo della linea ferroviaria Tarvisio-Venezia.

Nessuna descrizione della foto disponibile.



Nessun commento:

Posta un commento