sabato 31 ottobre 2015

EINTRITT VERBOTEN (INGRESSO VIETATO)


CRONACA PARTICOLAREGGIATA DI LONTANE
VICENDE DI GUERRA: OTTOBRE 1944,
TEDESCHI E COSACCHI NEL MIO PAESE.


La recente rievocazione legata al commissario partigiano Guerra (Foschiani Mario) diffusa nelle mie  puntate del 5,11,17, 22, 25 ottobre, ha rimosso in me  lontani ricordi dell’epoca partigiana quale testimone del tempo oltre che collaboratore a fianco di uno dei membri di rilievo del C.L.N.( Comitato di Liberazione Nazionale) Val Gorto, come  precisai in altre circostanze. Vissi pertanto quel clima teso d' attese e di paure  nell’ imminenza e durante i rastrellamenti tedeschi nonché le  improvvise notizie di  accadimenti  incresciosi. Ed ecco la cronaca di qualche ricordo. Nella prima quindicina dell’ottobre 1944 per sfuggire ad un rastrellamento che precedette l’arrivo dei cosacchi, con mio fratello Alcide ed un compaesano detto “Bibi” (Luciano Biasotti) cercammo, come altri, rifugio in montagna. Appena fuori dal paese incrociammo una formazione partigiana della Garibaldi di una trentina di elementi che, in ritirata dalla valle del But, si dirigevano nella val Pesarina. Nella maggioranza erano armati della pistola mitragliatrice sten e taluni di mitra.
Con alcune ore di cammino ci portammo sulle pendici del monte Crostis, nei pressi della malga Naval, sistemandoci in uno stallo detto “Stalon”. Avevamo scorta di viveri e da quel luogo, altitudine circa 1800 metri, muniti di un prezioso cannocchiale Zeiss, potevamo controllare il fondovalle e il nostro stesso paese Comeglians. C’era in noi tensione e tuttavia ci pareva di essere al sicuro, ma era solo un' illusione perchè al sicuro non eravamo affatto in quanto i  tedeschi battevano anche le montagne e in quel luogo (lo “Stalon” lo si vedeva dal fondovalle) sarebbero potuti arrivare e, ritenendoci partigiani, ci avrebbero fucilati o quantomeno deportati. Da lassù notammo l’arrivo dei tedeschi e degli stessi cosacchi (Nota n. 1). Dopo alcuni giorni, decidemmo tuttavia di tornare in  paese per renderci conto di ciò succedeva laggiù anche perché stavamo esaurendo i viveri  di scorta. Scendendo dalla montagna lungo scorciatoie scorgemmo chiazze di funghi commestibili che, in parte, raccogliemmo e mettemmo separati da un divisorio nei nostri zaini. Raggiunto il fondovalle passammo per Valpicetto, paese  in comune di Rigolato dove notammo del fumo che si alzava dai ruderi di uno stallo ormai distrutto da un incendio. Fummo informati da un casuale valligiano che, una colonna tedesca  avendo sorpreso nello stallo tre partigiani, che in seguito sapemmo erano del paese di Illegio, li fucilarono assieme  a un anziano casaro di malghe che si trovava sul luogo, proprietario dello stallo che poi incendiarono. I quattro morti, in seguito all’incendio, furono trovati mezzi carbonizzati. Tale notizia ci turbò per cui proseguimmo con una certa apprensione ed  imboccammo una mulattiera che correva fra i boschi di fondovalle sulla sinistra del fiume. Arrivammo nel paese di Mieli. che ormai calavano le prime ombre della sera. Superata l’ultima casa sentimmo alle spalle una voce che ci gridò:”Alt, Alt “.
Ci fermammo sbigottiti e notammo due tedeschi che venivano verso di noi. Uno dei due era giovane l’altro più anziano.Vestivano l’uniforme delle truppe Waffen SS. da montagna con la stella alpina sul lato sinistro del berretto alla finlandese ed impugnavano il Mauser. ”Documenta”, ci dissero da vicino. Porgemmo quindi, senza profferire parola, il documento di identità assieme a un tesserino che attestava l’impegno di ciascuno di noi, con nome e cognome, nel lavoro per la produzione bellica nell’interesse della Germania. All’azienda industriale dove io, allora studente, comunque lavoravo, li aveva rilasciati per disposizione dell’autorità tedesca (Der Deutsche Berater =Prefetto) che aveva sovranità sul territorio, un comando croato-ustascia sottoposto ai tedeschi. insediato a Bad Lusnizz in comune di Malborghetto nella val Canale, dove l’azienda aveva un noto stabilimento. A “Bibi”, studente che non lavorava , il tesserino glielo avevo procurato io, regolarmente a lui intestato, mentre mio fratello dipendente da un’altra azienda, lo aveva per  conto suo. Credetemi mi piace ricordare minuziosamente queste cose riferite a quegli anni vissuti con tante emozioni. I due tedeschi esaminarono minuziosamente i documenti ed il più giovane dei due, rivolgendosi a mio fratello, gli fece osservare che la statura indicata nella carta di identità, metri 1,75, non era esatta perché a lui sembrava che fosse un po’ più basso. Ci parve, ed ebbimo paura, che volessero trattenere mio fratello, ma dopo momenti di esitazione il dubbio fu superato e i due tedeschi ci restituirono i documenti e ci lasciarono andare.
I tedeschi sospettavano di tutto temendo che, sotto false spoglie, si nascondesse un partigiano. Il soldato tedesco vedeva nel partigiano un fuori legge che, nascosto in un qualsiasi angolo, poteva sparare ed uccidere e poi dileguarsi. Il partigiano rappresentava per il tedesco un’ostilità insidiosa sfuggente le norme  di guerra, in quanto privo dei segni di regolare identificazione, diverso cioè dal nemico che indossava un’uniforme.
Ci riavviammo verso casa che distava ancora alcuni chilometri. Strada facendo incontrammo dei valligiani  provenienti da Comeglians, diretti ai paesi di Noiaretto, Frassenetto e Tualis, a cui chiedemmo notizie. Ci dissero che in vari luoghi vi era stata qualche  vittima, uccisa dai tedeschi durante il rastrellamento, che dei giovani erano stati  deportati,  infine che i cosacchi, giunti nella nostra valle attraverso la val Calda, avevano commesso atti  di violenza su donne, per cui si era diffuso un clima di paura. Arrivammo alla periferia nord del nostro paese e, con sorpresa, non notammo alcuna sentinella. Procedemmo con  cautela e, raggiunto il centro, ci rendemmo conto  della  presenza di molti tedeschi, direi centinaia con diverse macchine ed autocarri parcheggiati. Era ormai buio e temevamo, anche per le notizie ascoltate lungo la strada che, ai tedeschi, vedendo tre giovani con gli zaini,  venisse inevitabile il sospetto che fossimo partigiani e ci arrestassero. Quelle riflessioni ci crearono uno stato di tensione. Potevamo proseguire e semplicemente raggiungere le nostre case ma non ci sentimmo di farlo. I tedeschi ci avevano messo soggezione, sentivamo la loro sovranità e avvertivamo quasi uno stato di sudditanza che rivelava  la nostra fragilità italiana dovuta al collasso in cui era precipatata l’Italia (Nota n.2).
Consultandoci nervosamente ci venne l’idea di presentarci spontaneamente al comando delle forze che, dopo il rastrellamento, stazionavano in paese. Chiesi, in tedesco, ad un soldato di indicarmi “das Kommando Truppe”  ed egli  allungando la mano ed additando una casa dove si vedeva l’ingresso spalancato e illuminato , disse. “ Jaaa, in jene Haus est der Kommandeur ”( Siii, in quella casa c’è il comandante). Entrammo quindi nella stessa togliendoci i berretti, tenendo in mano le carte d' identità e quei preziosi  tesserini con lo stemma croato. C’erano diversi ufficiali in piedi che parlavano tra loro e si voltarono a guardarci. Chiesi allora  di parlare con “der Herr Kommandeur” (il signor comandante). Uno di loro, alto, si fece avanti e ci chiese, in  italiano, “cosa desiderare”  per cui,  tutti e tre, ci rivolgemmo a lui in italiano dichiarando che eravamo cittadini del luogo  che rientravamo da una gita in montagna dove avevamo raccolto dei funghi e, slacciando gli zaini,  mostrammo i funghi. Affermammo che, stante la situazione di guerra in essere, volevamo dimostrare la nostra regolarità di cittadini impegnati nel lavoro ed esibimmo a turno i documenti. L’ufficiale ci guardò un po’ stupito forse per lo zelo dimostrato, guardò i documenti e ci disse: “ Sehr guut, guut, andare, andare (Molto bene,bene, andare, andare) e ci sorrise…!!”
Uscimmo rasserenati.   
Passando accanto a un pubblico noto locale sul lato sinistro della strada,  poco dopo il centro,  di proprietà di un conosciuto benestante, ( S.Tavoschi ), a sua volta  titolare dell’azienda trasporti pubblici della valle, notammo che, il  medesimo,  stava cenando assieme a molti tedeschi, tutti seduti attorno al gran tavolo della sala illuminata, ai quali presumibilmente, su loro pretesa, aveva dovuto far preparare la cena. A guardare quella scena pareva che il paese fosse in festa e non vivesse, invece, la realtà dell'occupazione.
“Bibi”, eravamo vicini alla sua abitazione, ci lasciò per cui proseguimmo soli.
Più oltre nel grande piazzale dell’ ex stazione ferroviaria in disuso da tempo, stava in sosta una  massa di cosacchi con cavalli e carrette che occupavano pure la parallela via principale di accesso al paese, che noi stavamo percorrendo. Era la prima volta che vedevamo i cosacchi . Notammo fra loro anche diverse donne, talune in uniforme militare. Traggo da una mia prima  pubblicazione, risalente al 1957, brevi  frasi  sull’impressione che fecero in me i cosacchi , “”…Nel buio della notte si mescolavano le ombre dei cavalli che fiatavano una lunga stanchezza. La luna venne nel cielo a rischiarare vagamente i loro mantelli, mostrando furtivamente attorno ai carri sagome goffe di soldati dormienti, fucili ammucchiati, ceneri semispente “”.
Leggendo  vecchie pagine di quella pubblicazione provo ammirazione per me stesso. Penso che avei dovuto scrivere un romanzo che, in ogni modo, vive dentro di me, ma sento nostalgia di non averlo fatto.
Fummo costretti a procedere cautamente e, superato quell’addiaccio, ci trovammo finalmente di fronte  alla nostra casa, la prima del paese sulla via principale della valle venendo da  sud. Sul portone d’ingresso risultava affisso un manifesto dove, in grosso stampatello, stava scritto in tedesco EINTRITT VERBOTEN (INGRESSO VIETATO). Pensammo subito che la casa fosse occupata dai tedeschi. Mi ero dimenticato di dire che i miei genitori non c’erano. Ancora prima della nostra andata in  montagna erano partiti, come centinaia  anzi migliaia di carnici, donne  coraggiose soprattutto, diretti a piedi, attraverso il passo di Monte Rest, nella pianura friulana e veneta alla ricerca di granaglie ed altre risorse alimentari, a causa della crisi provocata dall’attività partigiana, avendo i tedeschi bloccato ogni  rifornimento alimentare. In casa erano rimaste le due nostre sorelle e, alla nostra partenza per il monte Crostis, avevamo raccomandato a un’anziana signora della casa vicina di tenerle  sotto protezione.
Suonammo e poi bussammo al portone. Giunse ad aprirci un ufficiale non tedesco ma fascista che guardammo con sorpresa, al quale ci dichiarammo ed egli sorridente ci disse che le sorelle avevano già parlato di noi. Entrammo e ci sedemmo nella sala  dove c’erano altri ufficiali fascisti. Giunsero frattanto, dal piano superiore, le due nostre  sorelle alle quali, dopo un abbraccio, consegnammo gli zaini. Dopo di che, scambiate alcune considerazioni con gli ufficiali, salimmo nelle nostre stanze a rimetterci in ordine. La sera, dopo la cena, fu trascorsa a dialogare con i detti ufficiali. Gli stessi non si toglievano di testa l’idea che noi due fratelli fossimo partigiani scesi dal bosco dopo aver nascosto le armi. Erano tutti pordenonesi e ci lasciarono anche i loro nomi che ora non ho sottomano, ma  ricordo con precisione che uno di oro si  chiamava Messinese. Ci parlarono ovviamente della rinascita dell’Italia attraverso il fascismo repubblicano, delle armi segrete della Germania, del nuovo esercito repubblicano con importanti innovazioni che effettivamente, anche dal mio punto di vista come in seguito mi resi conto, non era cosa effimera e riscuoteva credito negli italiani che si aspettavano qualcosa di concreto in cui credere. Parlarono anche della situazione partigiana contro la quale in tutto il nord Italia, Carnia e Friuli compresi,  era un atto da parte tedesca con l’appoggio fascista, un’inesorabile azione repressiva che portò a un decisivo, per certi versi spietato, travolgimento della forze alla macchia da cui la lotta uscì effettivamente stremata. Nell’autunno, perlomeno in Carnia, quasi non se ne sentiva  più parlare e pochi nuclei resistenti sopravvivevano sulle montagne.
Gli ufficiali  lasciarono la nostra casa nell’ indomani molto presto che ancora era notte, senza salutarci . Quando ci alzammo notammo che, nell’ anticamera, avevano staccato i due quadri del re Vittorio Emanuele III° di Savoia e della regina Elena accostandoli per terra con l’immagine girata verso la parete ed un biglietto accostato a uno dei due dove si leggeva  “ Traditori”. Vent’anni dopo essendomi insediato  con la famiglia nella  città di Pordenone mentre professionalmente lavoravo anche in quel di Venezia, ebbi modo di  interessarmi a dette persone. Seppi che, a fine guerra, detti ufficiali furono arrestati dai partigiani, incarcerati, condannati a morte da un Tribunale del popolo e giustiziati, semplicemente perché fascisti repubblicani. Provai umanamente  dispiacere. Fra l’altro aggiungo un’altra notizia spiacevole. Alcuni anni dopo la fine della guerra seppimo che “Bibi” il nostro amico, che si era trasferito a Milano, era morto.
31 ottobre 2015

PIER ARRIGO  CARNIER


Nota n.1
I cosacchi giunsero al mio paese il 12 ottobre 1944.

Nota n.2
La caduta del fascismo provocata da traditori nel luglio 1943 e il tradimento nei confronti dei tedeschi con la resa separata italiana, del settembre 1943, agli alleati  anglo americani, sulla quale vi sarebbero  alcune considerazioni da esporre, provocò nei tedeschi un’evidente ostilità verso l’Italia che accrebbe nel 1944 con il rivelarsi dell’attività partigiana apportatrice, primariamente, di un contributo in favore degli alleati che, sbarcati nel sud Italia, salivano lentamente lungo la penisola.
I tedeschi si erano insediati nel Litorale adriatico come nel resto dell’Italia fin dal settembre1943,  assumendo la sovranità sul territorio in base al decreto di Hitler del 13 settembre 1943.






Segue timbro apposto su tutti i tesserini rilasciati ai dipendenti e al personale direttivo dell'azienda presso cui lavoravo dal comando delle forze appartenenti alla Legione croato-ustascia subordinata ai tedeschi, insediato a Bad Lusnizz (Malborghetto) in val Canale. Dette forze croate erano addette al controllo della linea ferroviaria Tarvisio-Venezia.









giovedì 22 ottobre 2015

VASTO INTERESSE SUSCITATO DALLE MIE TRE PUNTATE SUL CASO GUERRA (FOSCHIANI MARIO)


COMUNICATO AD AMICI  ITALIANI, DELLA SLOVENIA E BOSNIA E RELATIVI CENTRI ARCHIVISTICI  INTERESSATI 

VASTO INTERESSE SUSCITATO DALLE MIE TRE PUNTATE SUL CASO GUERRA (FOSCHIANI MARIO)


Ampia risonanza  hanno suscitato  le mie precisazioni documentali  attinenti sostanzialmente al commissario partigiano Guerra  (Foschiani Mario), diffuse sui miei siti Blogger e Facebook nelle date del 5,11 e 17 ottobre corrente, finalizzate a delineare il profilo storico del medesimo, relativamente al suo operato politico e alle  circostanze   del suo arresto, nella veste di esponente partigiano, fucilato dai tedeschi ad Udine il 9 aprile 1945, e ciò in relazione a controversia sorta a seguito di festeggiamenti tenuti a Cussignacco (Udine) in onore di scomparse figure resistenziali.
Mi permetto  di osservare  che,  le accuse di delazione rivolte al Guerra, sollevate in tale diatriba sulla base di  pezze d’appoggio  solo indizianti e  se vogliamo mancanti di asseverazione,  delle quali  occorre innanzitutto provare l’attendibilità, compito arduo  stante l’avvenuto decesso degli estensori e dei testimoni e  sussistendo peraltro altri dubbi  ( motivati  da precedenti falsità da me riscontrate mediante manipolazione di notizie). Dette prove accennate,  non possono in ogni caso. assumere imputazione di consumato tradimento a carico del Guerra in quanto  prive di effetto,  poiché  il 28 febbraio 1945 il suo stesso arresto a località Chiandalis rientrava nel programma esecutivo già in corso, disposto dall’Alto comando SS. e di Polizia di Trieste, di una serie di ricognizioni, singoli arresti ( Nota n.1) ed azioni di  attacco   da parte dei presidi cosacco- caucasici e del Waffen SS. Kommando “ADRIA” di Tolmezzo, assorbendo   e rendendo inefficace ogni sua probabile dichiarazione resa dopo l’arresto sotto minaccia in quanto tutto era già stato segnalato e noto.
22 ottobre 2015
PIER ARRIGO CARNIER



Nota n.1

Arresti di Toniutti Livio capo partigiano  da Pradumbli ( Prato Carnico), Bonanni Dionisio  il 17 febbraio 1945 comandante del battaglione  “Giornate Nere” da Raveo , Roberto e Guido Guiducci partigiani da Raveo, Tavosanis Liduina staffetta da Quinis (Enemonzo) e vari altri da parte del sottufficiale Waffen SS. Gibilaro Eugenio del Waffen SS. Kommando “ADRIA”, come riferito nella mia relazione del 17 ottobre 2015.

domenica 11 ottobre 2015

ULTERIORI CHIARIMENTI SUL CASO FOSCHIANI MARIO “GUERRA”

        COMUNICATO

Esteso anche agli amici della Slovenia e  Bosnia e relativi centri archivistici della Resistenza iugoslava.

ULTERIORI CHIARIMENTI SUL  CASO FOSCHIANI MARIO “GUERRA”

Mi riferisco  alla rievocazione storica di vicende partigiane della Carnia venuta  a svilupparsi in relazione a festeggiamenti  tenuti in onore di scomparse figure resistenziali  in quel di Cussignacco (Udine).
L’arresto del commissario “Guerra” (Foschiani Mario) il 28 febbraio 1945, da parte dei cosacchi del Terek a località “Chiandalis” sulla sinistra del Tagliamento, in territorio del comune di Socchieve, avvenne in base a una segnalazione segreta. Le possibili delazioni del commissario “Guerra”, sottoposto sicuramente a minacce e  probabili torture, furono solo un elemento tardivo non determinante riguardo le azioni antipartigiane condotte in quel periodo in Carnia, motivate invece da sussistente precedente delazione anonima di informazioni antipartigiane recapitata ai principali presidi cosacco-caucasici e tedeschi dell’alta Carnia, per cui le azioni repressive messe in atto furono una preventiva misura di sicurezza e garanzia delle vie di ritirata nel territorio dell’Adriatisches Küstenland in funzione della sovranità tedesca. Il Kommando Waffen SS. ADRIA, “Servizio informazioni” di Trieste, Sezione di Tolmezzo, era ampiamente informato sulle posizioni di svernamento partigiane nell’inverno 1944-45, in particolare per l’attività ricognitiva svolta dal SS. Gibilaro Eugenio, sott'ufficiale italiano arruolatosi nelle forze tedesche dopo lo scioglimento dell’esercito italiano dell’ 8 settembre, che fu infatti chiamato a rispondere, del suo operato d’indagine sull’attività partigiana, in un processo tenuto presso il  tribunale di Tolmezzo nel 1946,  e da me rintracciato in anni successivi  in Sudamerica dov’era emigrato (Nota n.1). Le possibili delazioni del “Guerra”  non erano una novità e  furono quindi assorbite da uno stato di denunce e segnalazioni già in essere, concentrate presso l’Alto comando SS. E Polizia di Trieste.
Riporto qui testualmente, a conferma,  quanto da me asserito, oltre trent’anni fa (1982),  nel mio volume “Lo Sterminio Mancato”-Mursia-Milano , pagine 418, a “pagg.149,150, 151.(Nota nr.2).
“”Sempre nell’autunno 1944, giunse ai comandi cosacchi, caucasici  della zona Carnia nord occidentale (Ovaro, Villa Santina, Comeglians…) una segnalazione dattiloscritta anonima ( redatta dopo un’ importante riunione di notabili ad Ovaro, intorno al  20 ottobre, presente il commissario tedesco ing. Franz Gnadlinger che rispondeva direttamente al supremo commissario dott. Rainer nonché i responsabili della direzione delle miniere di Ovaro e  in veste di semplici cittadini qualche membro del C.L.N. “VAL GORTO”, nella quale si discusse un piano di “eliminazione individui” orchestrato anonimamente contro i rivoluzionari della Garibaldi). Il  testo originale della segnalazione  dattiloscritta (documento che conservo) era redatto in inglese, evidentemente per favorirne la comprensione  e come misura cautelativa. La segnalazione suggeriva un piano di accerchiamento per catturare i partigiani e indicava, oltre ai precisi percorsi agli stessi abituali, quattro punti essenziali (Ampezzo, Lavardet, Comeglians,Villa Santina) entro il quali si estendeva il territorio interessato.  Si precisavano infine le località dove i capi “Mirko” e “ Gracco” della Garibaldi si aggiravano. Bastava quindi tendere loro un agguato””.
Dal tardi autunno fino a primavera i fatti dimostrarono che la segnalazione era stata presa nella dovuta considerazione. Caddero infatti liquidati alcuni dei maggiori esponenti  garibaldini, in  primo luogo “Gracco” sorpreso ai caucasici in val Pesarina il 14 dicembre . Seguirono poi i commissari “Nembo” e”Alfonso” quest’ultimo ucciso da una raffica in val Calda mentre tentava la fuga;  il commissario “Guerra”, catturato i val Tagliamento, come  da me precisato, veniva giustiziato   Udine il 9 aprile 1945. Era caduto frattanto il comandante “Grifo”: Restava in vita, quale elemento  temuto “Mirko” ormai emarginato e isolato assieme alla partigiana “Katia” (Gisella Bonanni) sulle montagne che sovrastano Pani. Con la scomparsa di alcuni dei maggiori esponenti, vennero a smorzarsi in buona parte nella Carnia,  gli impeti  rivoluzionari che contenevano un’istanza di ribellione da parte delle classi soccombemti . Il mitra spianato aveva, in parte, questo contenuto che fu ragione d’allarme per le forze reazionarie. “”

11 ottobre  2015

PIER ARRIGO CARNIER

Nota n.1 – Il Gibilaro Eugenio è ricordato in un mio articolo del 10 aprile 2011 sul Gazzettino.

Nota n.2

Si tratta di  mio volume ch’ebbe diverse riedizioni e fu depositato, dal noto docente dell’università di Oxford e storico britannico prof. Gerald Fleming, al processo tenuto in Israele negli anni ottanta, quale prova  a discarico di Ivan Demjaniuk, l’ucraino imputato di essere stato il “Boia di Treblinka” lager nel quale il medesimo prestò effettivamente servizio come guardia per poi essere trasferito, con analogo compito, nella Risiera di Trieste. Di conseguenza la magistratura di Israele, come dichiarai varie volte alla stampa e come scrissi ultimamente con mia lettera del 20 maggio 2014 sul Messaggero Veneto, previe intese con me tramite l’Ambasciata d’Italia di Tel  Aviv (ambasciatore Talon) inviò in Italia il giudice avvocato israelita Michael Horowitz assieme a due agenti del Mossad  (Servizio segreto) che, unitamente al dott. Abbate capo della Digos di Trieste e relativi interpreti, giunsero  ad incontrarmi a Porcia (Pordenone) nella mia residenza. Con gli stessi vi fu per un’ intera giornata un lungo colloquio a conclusione del quale consegnai loro le prove che servirono  in modo determinante, oltre alla mia testimonianza resa poi in giudizio, al proscioglimento dell’ ucraino Demjaniuk che già era stato condannato a morte.






lunedì 5 ottobre 2015

COMMISSARIO “GUERRA” E COMANDANTE “GRIFO” DIVISIONE GARIBALDI-CARNIA

     
                                              COMUNICATO

  COMMISSARIO “GUERRA” E COMANDANTE  “GRIFO”
                      DIVISIONE GARIBALDI-CARNIA


Mi sono giunte delle  telefonate interlocutorie da fonti diverse   motivate da una certa diatriba, relativamente a  lontane vicende della guerra partigiana, scaturita da festeggiamenti tenuti a Cussignacco nel Friuli, in onore a  scomparse figure  resistenziali locali che agirono in Carnia e in parte con riferimento al comandante partigiano Grifo (Andrea Pellizzari), cittadino di Socchieve, caduto il 2 marzo 1945 a località “Tolvis” sulle montagne della destra alta val Tagliamento, sotto un attacco di sorpresa  condotto dai cosacchi su segnalazione e da me ricordato a pagg. 96,97 del volume “L’Armata Cosacca In Italia 1944-1945”. Mi è stato chiesto se, a guidare fisicamente quell’attacco,  risulti  vi sia stato un delatore e si  fa il nome di   Foschiani Mario “Guerra”, commissario della Garibaldi, caduto due giorni prima prigioniero dei cosacchi.
Ritengo che l’argomento, in relazione alle interlocuzioni postemi, meriti da parte mia delle precisazioni. Foschiani  Mario, (1=Nota)commissario della Garibaldi-Carnia, succeduto  al commissario  Gracco, dopo la morte di questi avvenuta il 14 dicembre 1944 in un’azione condotta dai caucasici ìn val Pesarina, fu arrestato dai cosacchi del Terek, il 28 febbraio 1945, a località “Chiandalis”  nell’alta val Tagliamento in Carnia, in base a una segnalazione segreta come   asserito  nel già citato mio volume.
Trascinato a fondovalle il Foschiani, incatenato e collocato su una carretta cosacca trainata da due cavalli, fu portato in giro per la Carnia, ed esibito a scopo deterrente come importante capo partigiano catturato, naturalmente destinato a morte.  Sta di fatto che, sulla piazza del mio paese, lo vidi anch’io e lo osservai da vicino. Ne sono quindi testimone a tutti gli effetti. Stava  rincantucciato sulla carretta, abiti logori e in condizioni fisiche da fare pietà  tant’è che  pareva nemmeno respirasse. Era il 2 marzo 1945. Terminato il giro di esibizione in vari presidi il Foschiani venne incarcerato a Tolmezzo, poi trasferito ad Udine nelle carceri di via Spalato e quindi processato e fucilato, assieme a diversi altri partigiani  taluni dei quali di mia personale conoscenza, con un’esecuzione plateale su sentenza del supremo commissario dott  Friedrich Rainer  il 9 aprile 1945, notizia che già detti in varie altre circostanze.
Ed ora vengo al punto.  Il 2 marzo 1945 il Foschiani, come sopraprecisato, stava esattamente disteso su una carretta cosacca nella piazza del mio paese dove rimase per alcune ore. Era in condizioni fisiche da non potersi reggere in piedi. Escludo quindi categoricamente che possa essere stato lui, in quello stesso giorno, alcune ore prima, a fare fisicamente da guida, come traditore in quanto capo partigiano prigioniero, ai cosacchi che  agirono con un attacco di sorpresa sul costone del casolare “Tolvis” dove il comandante Grifo, capo di Stato maggiore della “Garibaldi-Carnia” e comandante del battaglione “Carnia", dopo una prima reazione, cadde colpito. a morte. Ancora negli anni sessanta (1960) nei frequenti contatti che io ebbi a Socchieve con la sorella del Pellizzari Andrea, Battistina, col fratello Osvaldo, che allora lavorava a Torino, col Parroco del luogo Don Pietro Del  Medico e vari altri cittadini, mai risultò che, a guidare i cosacchi nell’attacco su “Tolvis”, vi sia stato fisicamente un capo partigiano e più precisamente Foschiani Mario.  Certamente sottoposto ad interrogatorio può darsi che, sotto dure minacce, egli possa aver rilasciato qualche informazione ma la  notizia che il medesimo fece  da guida in quella specifica azione non sta in piedi  e va  ritenuta assolutamente priva di ogni fondamento.
Le menzionate azioni cosacche facevano parte di un programma più vasto predisposto  contro i partigiani. Come  scrissi, a pagg. 97-98 de “L’Armata...”, quale testimone del tempo e sulla base di fonti informative tedesche. Si era iniziata con queste azioni l’offensiva di primavera, con vari attacchi cosacchi e caucasici ai punti di svernamento dei pochi nuclei partigiani superstiti, comprese delle azioni tedesche, come infatti avvenne, il 3 marzo 1945, da parte di  una grossa formazione di Karstäger che, dopo aver pernottato nel villaggio di Muina, si diresse sul monte Avedrugno con l’obiettivo di cogliere di sorpresa dei partigiani asseragliati nella malga omonima, che però era già stata evaquata. Sulla stessa vennero lanciate delle bombe che provocarono un incendio con conseguente distruzione . I presidi di tutto  tutto il Kosakenland avevano ricevuto ordini precisi. L’offensiva faceva affidamento sull’azione di sorpresa da condursi possibilmente prima dell’alba. Una primavera di sangue ( Krovàvaja vesna), dissero i cosacchi, poiché con essa si  dovevano raggiungere ed annientare le ultime resistenze partigiane nei più  remoti rifugi montani “
Le azioni successive continuarono pertanto ad articolarsi sulle alture e sui monti, col favore di delatori e di spie e con lo stratagemma di ostaggi.
Da parte tedesca la localizzazioni dei luoghi da raggiungere  e colpire, sulla base di informazioni e anche delazioni, (lettere anonime di segnalazione pervenivano  in abbondanza all’Alto comando SS. e di Polizia di Trieste) venne identificata mediante preventiva ricognizione aerea, tramite una “Cicogna” che  sorvolò, a più riprese, la zona Carnia. (Testimonianza SS. Sturmbannführer-Capo di Stato maggiore  Ernst. Lerch – Alto comando tedesco SS. e di Polizia  di Trieste).

05 ottobre 2015
PIER ARRIGO CARNIER


(1=Nota)=  Mario Foschiani, commissario della Garibaldi-Carnia, già combattente antifranchista, risultava condannato a quattordici anni di carcere politico dal regime fascista.