venerdì 1 gennaio 2016

LA STAGIONE DELLA RESISTENZA CARNICA NELLA SUA EFFETTIVA REALTA’


                                                           COMUNICATO

Ancora una volta, come vengo a spiegare nello scritto che segue,  mi si è presentata la necessità di un intervento sulle vicende della  Resistenza carnica 1944-1945, che in parte concerne la mia stessa posizione di storico e giornalista e in altra parte verte sulla concreta realtà delle vicende partigiane che ho esposto linearmente nei punti essenziali.

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Mi è stata segnalato da un amico della Carnia  uno scritto su Facebook  di Matelda Maura Puppini e Marco Puppini dal titolo “ SU QUEL DISSACRARE LA RESISTENZA…” onde sentire il mio parere precisando che, nel medesimo, c’è un paragrafo  di  una quindicina di righe che  mi riguarda. Ho preso atto pertanto dello scritto riguardo il quale ritengo di esprimere delle osservazioni in senso costruttivo e su basi probatorie,  soffermandomi inizialmente sulla parte che mi  riguarda. In essa si dice che lo scrivente “” prima di editare  “L’Armata cosacca in Italia” faceva controllare il suo scritto, non si sa perché, dal padre degli Armeni ( si trattava di Mesrob Gianascian) nell’isola di san Lazzaro””. Il fatto che io ritenni di affidare il  dattiloscritto, per la lettura, al padre degli Armeni , come infatti risulta nella premessa del volume, è molto semplice. Lo feci, durante la mia lunga attività professionale svolta in quel di Venezia, per sentire il suo punto di vista sul filone storico, essendo il padre  personalità culturale di altissimo livello e vasto conoscitore di vicende storiche, cosacche e russe in particolare, così giudicato da miei amici giornalisti e studiosi veneziani. La risposta del padre fu molto positiva e trovò riscontro nel giudizio dello staff editoriale della casa editrice Mursia che pubblicò il volume nella collana storica con varie successive riedizioni ed a sua volta la direzione RAI-TV nazionale di Roma, mediante un’equipe, trasse il film documentario “ COSSACKJA” della durata di  due ore. Devo rilevare che gli autori dello scritto sono però  in errore nel dire che il padre degli Armeni “” in relazione alla vicenda cosacca, parlava di similitudine con lo sterminio degli armeni, quasi fossero la stessa cosa”” poichè, nella citata premessa,  io scrissi una cosa  diversa che cioè “” il padre, in relazione alla tragedia vissuta dai cosacchi, mi parlò anche dei massacri subiti dal popolo armeno per mano dei turchi””. Al dilà di questi rilievi, in certo senso trascurabili, osservo però che gli autori si preoccupano di qualificare la mia posizione giornalistica definendomi pubblicista e non giornalista. Il mio tesserino di iscrizione all’Ordine Nazionale dei Giornalisti italiani nr.14498 anno 1970,  mi qualifica giornalista ed  indica solo, in senso del tutto secondario, l’appartenenza all’elenco pubblicisti,  il che sta sta a semplicemente a significare, in base alle norme, che il pubblicista, oltre al rapporto con la testata del quotidiano o rivista, può anche svolgere un’altra attività, mentre il giornalista disciplinato dal vincolo  di dipendenza con la testata, non lo può fare. Le responsabilità, sul piano giuridico,  sono in ogni caso identiche ed io ne sono stato alla prova. Confesso poi che questo desiderio di puntualizzazione un po’ mi stupisce pensando a grandi storici, ad esempio De Felice, che hanno svolto attività giornalistica senza nemmeno essere iscritti all’Ordine  ed è evidente che ciò che conta è la personalità ed il valore dell’uomo e non le formalità. Nel linguaggio editoriale giornalistico io sono qualificato “giornalista di lungo corso”, e come tale risulto citato in articoli da autorevoli colleghi, e tuttora sono collaboratore culturale del Gazzettino di Venezia.  . Per i miei scritti, moltissimi  nei decenni decorsi, fui sempre pagato e,  per taluni, molto lautamente stante la mia riconosciuta posizione di storico e,  nella veste di testimone storico fui citato e sentito in giudizio in importanti processi internazionali. Dirigenti di  archivi storici russi di Mosca e statunitensi, a conferma di questa mia posizione, sono venuti a contattarmi in Italia ed a propormi l’acquisizione del mio patrimonio storico documentale come infatti  fu riferito, con un vasto articolo il 10 agosto 2014, dal Gazzettino.
Si osserva  poi nel prosieguo dello scritto con riferimento al volume “L’Armata Cosacca in Italia…” che lo scrivente "" cita spesso fonti cosacche o carinziane, non credo proprio favorevoli ai partigiani, oltre al discutibilissimo Dionisio Bonanni, quest’ultimo citato in altro mio volume “Lo Sterminio Mancato” "" sempre della Mursia " scrivendo da pubblicista, non certo da storico ". Ci tengo a precisare che Dionisio Bonanni “Rosso” comandante partigiano del battaglione  “Giornate Nere” della Garibaldi, fratello di Katia assassinata dai partigiani assieme a Mirko (Arko Mirko), non è definibile con l’aggettivo discutibilissimo che gli è stato affibbiato, evidentemente non essendo  al corrente, gli autori dello scritto, di varie vicende che , invece, io conosco, ma soprattutto non tollero che i due volumi  menzionati “L’Armata Cosacca in Italia” e “ Lo Sterminio Mancato”, fondamentalmente storici, costati anni di lavoro, il secondo soprattutto, vengano qualificati “ scrivendo da pubblicista, non certo da storico”.  Fra l’altro “ Lo Sterminio Mancato” depositato negli anni ottanta presso la  Suprema corte di Giustizia  d’Israele, dal noto storico britannico e docente universitario ad Oxfort, Gerald Fleming, quale prova  a discarico dell’ucraino Ivan Demjaniuk accusato, su false indicazioni, di essere il boia di Treblinka, fu documento che  risultò determinante, unitamente alla mia testimonianza resa in giudizio, a prosciogliere l’imputato dalla condanna a morte già pronunciata. Credo che tutto questo basti in assoluto a confermare la validità storica dei due volumi.

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Leggendo il menzionato scritto di Laura e Marco Puppini lo trovo incentrato in una disamina critica sulla pubblicazione locale dal titolo “ FATTI e MISFATTI ”  stampata  nell’immediato dopo seconda guerra, autore Antonio Toppan, anziano  insegnante che fu maestro elementare di mia madre. Rammento che il medesimo venne a portarci in casa tale  pubblicazione, appena stampata,  ed al riguardo ne parlammo. Eravamo nel clima di ripresa dell’immediato dopoguerra e sinceramente, per opinione generale, soprattutto dopo i fatti partigiani veramente deludenti e gravemente irresponsabili di Ovaro del 2 maggio 1945, l’immagine partigiana era decisamente crollata, sprofondata nel discredito.
In ogni caso oggettivamente, a tutt’oggi, il giudizio della  popolazione carnica, perlomeno in generale nei superstiti della mia generazione è lontano da una memorizzazione entusiasta e non tanto per effetto generato  da certe pubblicazioni più o meno recenti, che battono piste già aperte sollevando curiosità più che interesse sostanziale,  ma soprattutto per convinzioni assunte e radicate al tempo dei fatti  e quindi tramandate. Al riguardo mi permetto di riportare, qui  di seguito,  parte di una lettera  inviatami recentemente, via Internet, da un giovane carnico, il quale ha avvertito, sorprendentemente, la necessità di esternare il giudizio negativo dei suoi genitori sui partigiani e denunciare quella mentalità sommersa della popolazione carnica su verità nascoste, riguardo le quali per una serie di ragioni si tace :

Egregio signore Pier Arrigo Carnier,
        “” Salve, seguo il suo blog…< omissis>…“” … da Ampezzano quale sono ho letto i suoi scritti riguardo la resistenza in Carnia e finalmente ho trovato riscontro a quelli che fino a prima erano solo racconti dei miei genitori, come lei ben sa e scrive qui nessuno vedeva di buon occhio i partigiani e io mi sono sempre chiesto perchè in pubblica sede nessuno ha mai controbattuto gli elogi e gli onori fatti ai partigiani nelle pompose commemorazioni, forse da buoni  carnici si lascia passare il passato e si guarda avanti ? Forse ha fatto comodo tacere viste le amministrazioni compiacenti ?.. “”  <omissis>…
25.08.2015
                                       L.P…
Per discrezione ho indicato solo le iniziali del mittente.

Ho ricevuto, in passato, altre lettere dal contento incisivamente negativo, una delle quali inviatami da una valligiana originaria della  val d’Aupa ma residente altrove, di cui riporto le iniziali (M.P.V.) e cito della stessa uno stralcio: “”“” I nostri cari partigiani, ed io continuo a sostenere che si trattava di volgari ladri che agivano sotto una bandiera che era solo di comodo per le loro scorribande, non si sono limitati a rubare nei villaggi ma si sono appropriati anche di formaggi ed altri generi alimentari in malga ed è il caso di mio nonno che gestiva con discreto  successo una malga posizionata verso malga Lanza.””
E più oltre, nella medesima lettera, la valligiana  conclude : “” I pochi vecchi che sono ancora rimasti e che, con cognizione di causa possono parlare, se interrogati esprimono tutti un’identica frase e cioè :- Grazie ai tedeschi non è successo il peggio, se non ci fossero stati loro i partigiani ci avrebbero distrutto””.
Ed a proposito delle rapine di bestiame, da parte dei partigiani della Garibaldi ed Osoppo nelle malghe austriache della valle del  Gail il cronista Natalino Sollero da Paularo scriveva sul MessaggeroVeneto in data 21 luglio 1994: “” I fatti sono ancora bene impressi tra gli  anziani di Paularo che ricordano i partigiani scendere a valle come barbari: capelli lungi sul torso nudo, fazzoletto rosso al collo, forme di formaggio infilzate sui fucili, cavalcavano e trascinavano numerosi cavalli e armenti””
Vi furono quindi dei comportamenti partigiani che lasciarono un segno negativo nella popolazione carnica perciò sussiste la consapevolezza  di una verità contrapposta alla versione ufficiale  infiorata di significati eloquenti , orchestrata in ossequio al potere, tipica dell’ambiguità italiana che tende ad eludere le proprie responsabilità. I tedeschi hanno perduto la guerra ed hanno accettato la dura sconfitta, ma non sono saliti, come gli italiani, sul carro dei vincitori, ieri nemici oggi amici.
Occorre in ogni modo dare all’argomento un profilo storico. La lotta partigiana, in Carnia come probabilmente altrove, ebbe uno sviluppo difficile. Si trattò di una lotta che non poteva essere esente da complicazioni, risentimenti, deviazioni e rivalità, ma esprimeva i segnali di una volontà riformatrice radicata prevalentemente su basi comuniste. Nella premessa del diario storico della divisione Garibaldi-Carnia, come in altre circostanze ho ritenuto di ricordare, è chiaramente precisato trattarsi di “ un movimento rivoluzionario che non ha precedenti nella storia della popolazione carnica”. La lotta, finalizzata al principio di giustizia ed equità, era pertanto ispirata al modello del comunismo sovietico ed a quel tempo poco si conosceva dell’effettiva realtà sovietica, ma l’idea era un punto attraente.  
L’ex partigiano garibaldino R. Guiducci, che fu nel battaglione Friuli comandato da Mirko, allora studente ed in seguito laureatosi ingegnere ma specializzatosi poi in sociologia e divenuto famoso sociologo italiano, ci tenne a sottolineare   in una relazione informativa inviatami, che partigiani della Garibaldi portavano sul berretto come insegna, del resto nota, la stella rossa comunista e,  solamente a fine estate 1944 per disposizione impartita dal leader Palmiro Togliatti, detta insegna  fu modificata, inserendo la stella a sul fondo tricolore della bandiera italiana e questo avvenne in relazione al riconoscimento del C.L.N.come organismo centrale della  lotta clandestina .
Onde delineare i fatti essenziali della  Resistenza carnica va precisato ce la stessa registrò  l’apertura ad un collegamento con le forze partigiane slovene di Josip Broz Tito (Nota n.1)), poi .nel momento critico preannunciante l’inizio dei grandi rastrellamenti tedeschi, che preludeva al travolgimento della lotta, come infatti avvenne, vi fu  una richiesta ai sovietici, avanzata dal vertice della Garibaldi,  per un  intervento di forze in Carnia mediante un ponte aereo. La richiesta rimase ovviamente inascoltata, non rientrando nell’ ambito delle necessità strategiche delle forze sovietiche allora fortemente impegnate sulla Vistola.
Non vi fu infine una parte della Carnia definita “Zona libera” ed il filmato “ Carnia 1944. Un’estate di libertà” fa davvero pietosamente sorridere.
Tutto ciò premesso non va però dimenticato che, in ogni caso, la Resistenza carnica al dilà della zona d’ombra lasciata dai comportamenti nella memoria popolare, sopportò sacrifici, difficoltà di vettovagliamento, visse delusioni, ebbe vittime, subì deportazioni nei lager d’oltralpe per cui, seppure nel coacervo di intrighi, taluni inestricabili, vi furono  figure di resistenti che  pagarono con la vita la fedeltà ideale al principio di una radicale giustizia sociale intesa apportatrice di profonde riforme.
Era questo il prevalente auspicato futuro dei resistenti, ma le potenze  vincenti, gli Stati Uniti soprattutto, imposero all’Italia, nazione vinta, la costituzione  di un governo democratico, con la minaccia di cessare gli aiuti per la ricostruzione nel caso fosse prevalsa la sinistra. Cadde pertanto decisamente la promessa del leader Togliatti che l’Italia avrebbe avuto, in ogni caso, un governo progressista, deludendo l’aspettativa in cui la maggioranza dei resistenti aveva creduto.
Chiudo qui questo mio intervento riportando, come nota, lo stralcio dello scritto che mi riguarda.(Nota n.2)

31 dicembre 2015
PIER ARRIGO  CARNIER

Nota n.1
Memoriale a cura di Tranquillo de Caneva "Ape", ex comandante della Brigata Garibaldi-Carnia e Carlo Bellina "Augusto", ex comandante della Brigata Garibaldi val But. Agosto 1951  

Nota n.2
…………………………………..- omissis-............................................................
Quindi, nella narrazione sulla storia della resistenza carnica, si inseriva il pubblicista Pier Arrigo Carnier, che divulgava, già nel 1957, una sua breve memoria sui cosacchi in Carnia; che prima di editare “L’ Armata cosacca in Italia”, faceva controllare il suo scritto, non si sa perché, dal Padre degli Armeni dell’isola di San Lazzaro, il quale, in relazione alla vicenda cosacca, parlava di similitudine con lo sterminio degli armeni, quasi fossero la stessa cosa; che afferma di aver preso parte «dalla fine della seconda guerra mondiale» a «tutti i raduni cosacchi dei superstiti dello “Stan” di Pjotr Krassnov,ed in particolare, in Austria, alla commemorazione della tragedia sulla Drava» (Pier Arrigo Carnier, L’armata cosacca in Italia, 1944-1945, riedizione Mursia 1990, p. 5); che cita, spesso, fonti cosacche o carinziane, non credo proprio favorevoli ai partigiani, oltre il discutibilissimo Dionisio Bonanni, (Pier Arrigo Carnier, Fonti documentaristiche e testimoniali, in Pier Arrigo Carnier, Lo sterminio mancato, Mursia ed., 2000, pp.9-10) ed altri, senza riferire se vi sia stata registrazione, e scrivendo da pubblicista, non certo da storico                                      .....................................................-omissis-.........................................................
a.





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